CONCEPTUAL FINE ARTS

Philippe van Snick. L’artista degli artisti ha un sistema chiamato 0-9


Maria do Campo de Pontes  -  Marzo 6, 2018

Vincitore quest’anno del Flemish Culture Prize for Visual Arts, Philippe van Snick arriva alla pittura attraverso matematica e fisica quantistica. Ha da poco superato i settanta, ma potremmo considerarlo un artista emergente.

Nato nel 1946 a Ghent, in Belgio, Philippe van Snick è il tipico artista che gli altri artisti amano. Intelligente, sensibile, multidisciplinare, apparentemente lontano dai riflettori e dalle gallerie di punta, ma conosciuto (e stimato) dai conoscitori. Van Snick ha ricevuto quest’anno il prestigioso Flemish Culture Prize for Visual Arts, che è seguito dall’ampia retrospettiva dedicatagli dal Grazer Kunstverein di Graz e dal museo De Hallen Haarlem nel 2016 (in collaborazione), che a sua volta segue la retrospettiva dedicata a van Snick nel 2010 dall’M – Museum Leuven. L’abbiamo incontrato a Bruxelles, nel suo studio, per conoscere più da vicino il suo ‘sistema’ creativo e per provare a capire dove lo porterà nei prossimi anni.

Ti sei formato come un pittore, è corretto?

Si, a Ghent. Anche se “formato” mi sembra un parolone, tenendo conto che nel 1965 la Royal Academy di Ghent era piuttosto all’antica e senza un gran dinamismo. Durante il primo anno il mio insegnante era un ubriacone. Non ci insegnava nulla, e dovevi fare tutto per conto tuo – persino informarti su cosa stesse succedendo nel mondo dell’arte. Era il capolinea del sistema accademico del XIX secolo. Nel 1968, alla fine dei miei studi, l’intero sistema è cambiato. Al tempo avevo vent’anni e frequentavo già Anvera. Ricordo una galleria chiamata White Wide Space che aveva un legami con la Germania e con la scena internazionale degli artisti Concettuali, come Carl Andre e Bruce Nauman. Andavo ai vernissage ad Anversa e a Ghent, dove pure c’era un certo dinamismo fra i vari movimenti artistici.

Com’era lo scenario artistico in Beglio a quel tempo?

Solo poche persone supportavano davvero l’arte contemporanea, che allora veniva esibita solo in qualche galleria. Non c’erano nemmeno veri e propri musei d’arte contemporanea. Il primo centro per l’arte contemporanea è stato aperto nel 1970 ad Anversa, l’ICC (Centro Culturale Internazionale, incorporato poi nel 1987 nel M HKA). Solo 5 anni dopo, grazie alla spinta di associazioni culturali, collezionisti e iniziative personali, venne aperto a Ghent il Museo per l’arte Contemporanea (Museum voor Hedendaagse Kunst, poi detto S.M.A.K).

Quando hai finito l’Accademia, alla fine degli anni 60, e poi per tutta la decade successiva sei rimasto lontano dalla pittura. Che cosa ti ha portato a sperimentare altri medium?

Gli artisti del Belgio, e tra questi sopratutto quelli Fiamminghi, esano molto interessati nell’Espressionismo. C’era anche una scuola astrattista, ma poco interessante, e non considerata importante. Quando ho lasciato la scuola non avevo alcun interesse per l’Espressionismo. Ero molto influenzato da artisti e movimenti esteri; Marcel Duchamp, l’arte Minimal e Concettuale. In Belgio c’era anche un movimento Surrealista. Questo mix di arte astratta, surrealismo, arte minimal e concettuale è stata la mia matrice. De Stijl mi ha in qualche modo influenzato, e soprattutto Georges Vantongerloo. Sebbene il suo lavoro fosse parte di De Stijl era comunque unico, più poetico. Inoltre, usava della formule matematiche personali per titolare I suoi lavori. Le personalità di De Stijl erano tendenzialmente dogmatiche, lui non lo era.

Parlando di matematica, potresti dirci di più del tuo sistema ‘0-9’?

Avevo un amico molto appassionato di misticismo e fra le altre cose discutevano molto anche di dualità. Nel dualismo ci sono due parti, di cui una gira intorno all’altra per poi collimare. Dopo essersi unite esplodono in una molteplicità. Questa era la mia visione dell’universo. La domanda a quel tempo era, ‘come posso rendere concreta questa complicità?’. Cosi ho deciso di guardare i numeri dallo zero al nove. Dieci numeri e una possibilità infinita di combinazioni. Quella è la base da dove sono partito per creare e poi sviluppare il mio lavoro. Nel 1979 ho iniziato ad usare colori. A ciascun numero assegnavo un colore; zero: rosso; uno: giallo; due: blu; tre: arancione; quattro: verde; cinque: viola; sei: nero; sette: bianco; otto: oro; nove: argento.

Come sei tornato alla pittura? E’ stato un progressivo passaggio o un’epifania improvvisa?

Era la fine degli anni 70. In quel periodo c’erano nuove dinamiche nel mondo dell’arte; la Transavanguardia italiana, il Neuer wilden in Germania, il movimento Punk, la New wave. Allora mi sono detto, ‘voglio lavorare con il colore’. Nella mia prima serie di lavori ho usato il guazzo, per la luminosità del materiale. Mi sono poi spostato verso la pittura reale, che aveva stessa luminosità colore. Da quel momento, con l’aiuto del mio motore interno – lo 0–9 -, ho iniziato a dipingere una sorta di movimento dinamico infinito.

E’ un transizione interessante, perché nel negli anni Settanta ancora non avevi coinvolti i colori. Sono arrivati prima i numeri, giusto?

Si, le opere emerse dai numeri sono state le trafilature, le sculture e le fotografie. La prima esperienza con il colore è stata infatti di carattere fisico. Stavo seduto sotto un ombrellone arancione e l’atmosfera, da quella visuale, sembrava appunto arancione. Lo trovai fantastico. Si può dire che questa esperienza rappresenti il vero inizio del mio rapporto con il colore. Introdurre il colore nel sistema mi ha permesso di andare più a fondo nell’indagine delle possibilità. L’altra domanda che mi sono fatto è stata ‘Come succedono le cose in natura? E poi, è anche questa una possibilità?’. Accade come quando mischi le cose per vedere cosa ne esce e poi finisci per interessarti gli ibridi. Dopotutto nel mondo delle piante l’ibridazione è un fatto comune. Trovo molte rispondenze tra la natura e la pittura. E infatti, sebbene l’esperienza dell’ombrellone mi abbia guidato alla pittura, non ho mai voluto indagare i colori attraverso proiezioni o sceneggiature artificiali. Credo anche che questa decisione dipenda dalla mia personalità; non amo espormi. Preferisco cercare che esibire.

Anche la serie ‘Giorno e Notte’ interessa il tema della dualità?

La serie è nato nel 1984. Volevo incorniciare i colori tra il giorno e la notte. Era una nuova interpretazione della mia idea iniziale sulla dualità, che avevo anche declinato nell’idea di duro e morbido. Nel 1969 ho fatto ‘Traditionele L-vormige kamer’, che è un esempio di rapporto tra duro e morbido. Si tratta di una gabbia di acciaio e una di cotone poste l’una accanto all’altra. ‘Giorno e Notte’ è una serie aperta, che impiega variazioni di blu e di nero sul mio gruppo originario di 10 colori.

Dalla fine degli anni Sessanta lavori anche con la fotografia. Tuttavia la prima mostra esaustiva di tue immagini ha avuto luogo solo nel 2006 (Undisclosed Recipients, preso De Garage, Mechelen, Belgio). Continui a fotografare? Qual ruolo occupa la fotografia nel tuo lavoro?

Sì continuo a scattare, e lo faccio soprattutto quando visito città che non avevo visto prima. Di solito la prima cosa che faccio è andare al giardino botanico, dove prendo fotografie sulle quali poi eseguo composizioni cromatiche. Sono anche solito fotografare le attività che svolgo nel mio studio; scatto in digitale o con Polaroid.

Nel catalogo della tua ultima mostra dici, ‘la mia pratica artistica è essenzialmente rivolta all’instabilità del materiale (…). Riguarda sempre l’agire delle cose’. Poi spiegarci cosa intendevi dire?

Qui dovremmo tornare all’idea di dualismo. Si tratta di un movimento costante di attrazione e repulsione. L’interesse nei fondamentali della natura mi ha portato a leggere, per esempio, di meccanica quantistica. L’agire delle cose intende rendere comprensibili le proposte, ovvero intende collocare l’oggetto della proposta nel giusto punto di uno spazio dato.

Come dimostrano i disegni ellittici e il sistema 0-9, ti interessi di matematica da molto tempo. Hai mai pensato di fare della matematica una professione?

No, il pensiero non mi ha mai sfiorato. I disegni ellittici vengono dall’idea di registrare in una serie di disegni lo sviluppo di un oggetto a partire da una linea. Il modo migliore di farlo era usare il linguaggio della matematica. Il sistema 0-9 è essenziale per la dinamica del mio lavoro. Uso la matematica per esprimere un punto di vista sui fondamentali della mia pratica artistica.

Lavori molto nello spazio, come progetti e installazioni ad hoc, e spesso l’opera non riguarda l’oggetto in sé, ma lo spazio diventa parte dell’opera ed esperienza fisica del colore. E’ una dimensione sensoriale. C’è un luogo dove non hai ancora esposto, ma che ti piacerebbe sperimentare?

Dopotutto credo che il mio lavoro possa essere installato ovunque.