Brilla una luce nelle tenebre di Adam Gordon


Paul Laster  -  maggio 21, 2018

Adam Gordon incrocia pittura, fotografia e raffinati ambienti installativi, ma non è il medium quello che davvero lo interessa. Oscurità e psicologia vengono prima.

‘Non mi interessano gli ambienti pienamente immersivi, sebbene ci siano elementi nel mio lavoro che si riferisco a quest’idea di spazio’ ci ha detto poco tempo fa Adam Gordon. L’abbiamo incontrato alla Power Station di Dallas, dove la sua ultima installazione è attualmente in mostra. Poi ha aggiunto: ‘mi interessa molto di più portare un certo tipo di ambiente nella cornice trasparente, o sul piedistallo, della galleria’.

Solo pochi giorno dopo l’apertura dell’enigmatica “Stanza grigia” in mostra presso lo spazio texano, di fronte a un piccolo gruppo di critici e curatori, Gordon ha spiegato come, trasformando lo spazio, egli persegua scopi psicologici piuttosto che estetici. La cruda architettura dell’ex centrale elettrica costruita negli anni Venti appare dunque un setting perfetto per l’inquietante intervento del 33enne artista di Minneapolis.

Noto per essere autore di ambienti arditi, che sfidano le aspettative dell’osservatore, Adam Gordon ha già prodotto installazioni per la Night Gallery di Los Angeles, per Chapter NY e, più di recente, per la Galleria ZERO di Milano. Spingendo il gioco oltre il suo limite, lo scorso dicembre, nello stand di Chapter ad Art Basel Miami Beach, Gordon ha installato una misteriosa stanza con muri macchiati, una perdita di liquido sporco sul pavimento, e una tenda a penzolar dal soffitto. Priva di alcuna apparente attività, la stanza era chiusa al pubblico da un muro di plexiglas, e veniva illuminata con lampi di luce dall’esterno da un’inquietante figura femminile che appariva all’improvviso, per poi svanire silenziosamente.

‘C’è un’idea di distanza nel lavoro, come se si trattasse di una specie veduta su qualcosa’ dice Adam Gordon. ‘Sono anche un pittore, per questo non posso fare a meno di creare immagini anche quanto lavoro nello spazio tridimensionale. Il muro di plexiglas era un modo per generare un’immagine da uno spazio che di fatto era scultoreo. Ed era un’immagine molto controllata. Per questo motivo sono sempre stato interessato a “Étant donnés” di Marchel Duchamp, un’opera tanto controllata da risultar addirittura maniacale.’

Entrando nella “Stanza grigia”, al piano superiore della mostra, lo spettatore incontra un galleria in penombra, vuota, che l’artista equipara a un liquido pulitore, o a una scenografia pensata per rilassare. Scendendo per una piccola scala ci si trova in un ambiente angusto e cupo, che assomiglia a un scantinato ed è pieno di materiali da costruzione abbandonati. Oltre la tenda, lo spazio successivo è ancor più scuro, illuminato solo da una piccola lampadina piazzata alla fine della stanza. C’è odore di umido e un suono disorientante. E’ come un mormorio sommesso, ma prima che i tuoi occhi si adeguino all’oscurità cerchi di trovare la via appoggiandoti ai muri appiccicosi.

Alla fine di questo corridoio dalla forma uterina incontri un grande muro di legno che ti impedisce di andare oltre. Un sottile senso di panico ti sfiora mentre, ancora al buio, cerchi di trovare un’uscita oltre il muro, oppure tornando indietro. Ma se tasti con le dita trovi una maniglia che apre la porta di un ulteriore ambiente, piccolo come un armadio, dentro al quale c’è l’umidificatore responsabile di quel suono in sottofondo. Oltre un’ulteriore tenda c’è una stanza luminosa più ampia, scandita da muri umidi e sporchi. Una testa con lunghi capelli avvolta in un cellophane sta sul pavimento di una parte della stanza, mentre un nastro teso ti impedisce di raggiungere l’altra parte, dove vedi solo un cavo elettrico spuntare dal muro e un pezzo di stoffa penzolare senza vita da soffitto.

‘Mi sono sempre interessato di architettura. Il processo, ovvero il modo in cui si entra in uno spazio e poi si passa allo spazio successivo è per me molto importante’ dice Adam Gordon. ‘Al contrario, non mi interessa la pura superficie visiva del lavoro, la sua epidermide. Ci sono cose oltre i muri e cose che non si possono vedere che suscitano reazioni inconsce, o subliminali. Nel mio lavoro credo ci siano anche elementi voyeuristici, sessualità, e tracce di violenza’.

Gordon considera ogni spazio la stazione di un tour. Il primo di questi è, appunto, la “Stanza grigia”. Poi vengono lo scantinato, che è il “Nido d’amore”, la stanza buia è la “Segreta”, l’armadio è “l’Ultimo Buco” e l’ultima galleria, che è il doppio dello spazio d’entrata, è chiamata “Hardcore”.

Ogni stanza ha un suo profumo, che l’artista stesso ha creato con l’aiuto di un profumiere. L’odore non intende attrarre, ma piuttosto respingere. Gordon ha anche chiesto l’aiuto di uno scenografo per far sì che l’effetto fosse il più realistico possibile, senza che però l’installazione risulti in alcun modo teatrale o narrativa. Gordon vuole che il lavoro sia visto in un contesto artistico, sebbene faccia emergere l’esperienza della vita reale.

In riferimento all’opera di Gordon, oltre all’enigmatica installazione di Duchamp del Philadelphia Museum of Art di cui si diceva sopra, si potrebbe citare la memorabile mostra intitolata ‘La spécialisation de la sensibilité à l’état matière première en sensibilité picturale stabilisée, Le Vide’ di Yves Klein, dove l’artista aveva svuotato la galleria di Iris Clert per non produrre altro che un’atmosfera (Parigi, 1958). Oppure, si potrebbe citare “Hello Meth Lab in the Sun”, installazione creata per la Ballroom Marfa (Texas) da Justin Lowe, Jonah Freeman e Alexandre Singh nel 2008. Dopo una processione paranoica attraverso una serie di stanze decrepite, lì uscivi dal percorso attraverso un frigorifero.

‘Sì, c’è una componente uterina nel mio lavoro – dice Gordon. Ma questa può passare da qualcosa di totalmente innocente a qualcosa che invece connota violenza, insolazione, confinamento, o sentimento di alienazione. Dopo tutto credo ci sia una ragione per cui voglio che le persone sperimentino le mie opere sole con i loro pensieri’.