Novembre 2, 2018

B. Wurtz, ovvero come governare il readymade e formare i futuri artisti

In occasione del gruppo di opere recentemente commissionate all’artista dal Public Art Fund di New York, B. Wurtz dice di come ha interpretato lo spartito scritto da Duchamp un secolo fa.

È da più di cinquantanni che B. Wurtz crea con le proprie mani sculture fatte di oggetti quotidiani. L’artista californiano, che vive a New York, ha lavorato nell’ombra per molti anni – creando assemblaggi in scala ridotta con materiali a basso costo, o di scarto – fino a quando, era il 2011, il mondo dell’arte ha finalmente iniziato a prestargli attenzione. Da allora Wurtz ha esposto in musei e gallerie di tutto il mondo, incluso il Public Art Fund di New York, che ora presenta un sua personale intitolata Kitchen Trees. Abbiamo incontrato B. Wurtz al Beekman Hotel di New York e gli abbiamo chiesto dei nuovi lavori in mostra nel vicino City Hall Park.

Che cosa ti ha spinto a lavorare con materiale da cucina?

Mi interesso di oggetti quotidiani dal 1970. Facevo assemblage ma ero consapevole di aver bisogno di un sistema di regole. Ho pensato dunque a cibo, vestiti e rifugio, che sono le basi dell’esistenza umana e tutto ciò di cui veramente abbiamo bisogno per essere felici. Volevo che le persone guardassero a queste cose da un punto di vista differente; gli articoli da cucina rientravano perfettamente nella categoria ‘cibo’.

In quali ‘modi’ hai utilizzato questo tipo di oggetti?

Le prime sculture che ho creato utilizzando questo genere di oggetti hanno impiegato borse di plastica. Ora con le borse di plastica abbiamo un problema; inquinano gli oceani e devono essere riciclate. Ma quando ho iniziato a utilizzarle si trovavano ovunque, a partire dalla cucina, perché generalmente è il mezzo con cui portiamo la spesa a casa. Ero attratto da colori e segni grafici.

Ti interessa il problema del riciclo?

Il mio lavoro non affronta il tema dell’ambiente, anche se sul piano personale mi definirei un militante ecologista. Sono quindi sensibile al tema e mi piace che gli oggetti che utilizzo siano argomento di discussione. Ma preferisco mantenere il loro significato più aperto.

Avevi già prodotto sculture ad albero in passato?

Si, ho fatto delle grandi forme di albero con delle borse di plastica – alcune con borse di cui mi piaceva la grafica, altre con borse riciclate di colore blu. Questi nuovi lavori nascono senza dubbio da quelle prime sculture, dove ho utilizzato dei fili di ferro per creare delle strutture che ricordassero i rami degli alberi.

C’è una relazione fra questi nuovi pezzi e il luogo dove sono stati installati?

Certo. Quando Daniel Palmer, il curatore del Public Art Fund, ha menzionato il City Hall Park come possibile sede per la  mia installazione già sapevo che quella sarebbe stata la mia prima scelta. Adoro la fontana. La composizione a spruzzo dei fili di ferro deriva proprio dall’osservare le fontane. Ho fatto uno schizzo della mia idea per le Kitchen Trees intorno a quella fontana e a quello siamo rimasti fedeli. Ora che le sculture sono installate noto ulteriori connessioni formali che trovo molto affascinanti.

Perché i tronchi degli alberi sono rossi, gialli, verdi, blu e arancioni?

Perché questi sono i colori originali degli scolapasta che ho impiegato. Non li abbiamo dipinti, sono proprio così. In un primo momento abbiamo pensato di costruire gli alberi, ma ero irremovibile riguardo all’utilizzare oggetti che provenissero direttamente dai negozi. La mia sfida era di mantenerli il più possibile fedeli al mio lavoro, che è a bassa tecnologia, semplice da produrre, e non troppo patinato. A dir la verità, Daniel stesso possedeva uno di quegli scolapasta! Abbiamo cosi contattato la compagnia che li produce e ho potuto scegliere i colori che preferivo.

Perché hai deciso di usare frutta e verdura di plastica, invece che oggetti di metallo, o stampi per alimenti, che sarebbero stati più duraturi?

Effettivamente è un problema su cui siamo tornati più e più volte. Negli schizzi originali c’erano pentole dalle quali usciva cibo e, visto che sono un salutista convinto, pensavo di usare prodotti agricoli. La domanda che è emersa riguardava soprattutto la forma che questi alimenti avrebbero dovuto assumere. Inizialmente ho pensato di fare degli stampi di frutta e verdura; poi mi è venuta l’idea di scannerizzare i prodotti agricoli e stamparli digitalmente, ma ci sembrava eccessivo. Su consiglio della mia galleria abbiamo optato per prodotti di plastica comprati in negozio, da coprire con vernice UV per evitare che il colore sbiadisca, e da installare su barre di metallo con un dado d’acciaio, rispettando così la mia estetica e mostrando come le cose possono stare insieme in modo semplice.

Sei attratto dalla plastica?

Si, lo sono. Molto. Ricordo che agli inizi degli anni settanta pensavo che la plastica fosse la più incredibile invenzione umana. A mio avviso era più preziosa di un diamante – perlomeno per quanto riguardava ciò che si poteva fare con essa. Con i diamanti si fanno dei bellissimi gioielli, ma guarda quante cose magnifiche sono fatte di plastica.

Qual è il tuo criterio di scelta degli oggetti? Ne preferisci l’estetica o la praticità d’uso?

Entrambi. Mi piacciono gli oggetti funzionali anche se, come ho già detto, tutte le volte che guardo un oggetto lo faccio dal punto di vista estetico.

Ritieni che il costo degli oggetti influenzi le tue scelte?

Sicuramente è qualcosa che prendo in considerazione – anche perché non ho mai avuto molti soldi. Non che sia cresciuto in una famiglia povera, ma sin da subito ero consapevole che se avessi fatto l’artista non avrei mai fatto grandi guadagni. Così ho imparato a vivere in modo frugale, che poi non è la cosa più terribile che ti possa capitare. Oltretutto, è molto divertente fare arte partendo da oggetti poco costosi.

Trasformi gli oggetti, oppure li riproponi soltanto?

Questa è senz’altro una buona domanda. Effettivamente mi limito a riproporli, ma spero che per il visitatore risultino anche trasformati, almeno un poco, cosi da poterli vedere sotto una nuova luce. E questo sebbene non intenda nascondere ciò che gli oggetti sono e il loro valore d’uso.

Quale il ruolo svolge il gioco svolge nella tua pratica artistica?

Direi che svolge un ruolo molto importante. Qualche volta, quando sto lavorando sul pavimento del mio studio, penso a quando ero piccolo, seduto sul pavimento del garage, di casa dove si trovava la bottega d’ hobby di mio padre, mentre incollavo piccoli mattoncini tra loro. Il gioco suggerisce divertimento, e io mi diverto molto a essere un artista. Presuppone anche umorismo e mi piace quando riesco a inserirne un po’ nel mio lavoro.

E il lavoro che ne risulta è più concettuale o formale?

Di nuovo, credo sia entrambe le cose; e non credo di essere un indeciso! Insegno anche, e spesso utilizzo con i miei studenti la metafora di una scala. A una estremità di questa scala c’è il puro formalismo, dall’altra la pura materia. Qualsiasi cosa si trovi a entrambe le estremità è destinata a fallire, perché il puro formalismo non ti trasmette nulla su cui riflettere, mentre la pura materia è noiosa e didattica. Dopotutto l’arte è visiva, a prescindere da quanto sia concettuale. Credo personalmente di potermi collocare proprio nel mezzo. Poi, ovviamente, ci sono delle eccezioni; ci sono artisti che si trovano a una o l’altra estremità di questa scala, e il loro lavoro funziona comunque. Dipende dalla persona che lo fa, e da come vengono fatte le cose.

Credi che il tuo lavoro sia più vicino a Marcel Duchamp o a Richard Tuttle?

Devo pensarci. Sono entrambi artisti ai quali vengo paragonato, sopratutto Tuttle, sebbene siamo piuttosto diversi. Potrebbe suonare come una scusa, ma credo che la mia distanza tra l’uno e l’altro sia identica.

Ti interessano le tensioni?

Si, e ho la sensazione che le persone si chiedano quali siano. C’è davvero bisogno che esistano? Perché qualcuno ne farebbe meno? Credo che la tensione sia necessaria.

Questi sono i lavori più grandi che hai fatto finora; ciò ti motiva a pensare ancora più in grande, oppure preferisci tornare a lavorare sul piccolo?

Questo progetto mi ha aperto una porta. Non avevo mai fatto qualcosa del genere, se si considera sia l’aspetto pubblico che la portata dell’installazione. Ma credo che ora sia giusto attendere. Non sento di dover realizzare immediatamente qualcosa di ancora più grande. Mi interessano sempre gli oggetti piccoli e intimi, e ogni tanto poi faccio qualcosa di più grande, anche se questo non cambierà certo il mio approccio. Mi interessa il gioco che si crea fra le due dimensioni, soprattutto perché ci sono sempre piccoli dettagli a cui porre attenzione, anche in un lavoro di grandi dimensioni come Kitchen Trees.

Lavori da solo o con l’aiuto di assistenti?

Non ho assistenti. Non li ho mai avuti. Faccio tutto da solo. Da un certo punto di vista non sono poi così diverso da quelli che chiamano ‘outsider artists’. Mi siedo e produco il mio lavoro a mano, che credo sia una parte molto importante della mia pratica. Sebbene non sia un lavoro particolarmente impegnativo, è comunque artigianale. È stato diverso con Kitchen Trees e questo ha rappresentato una nuova sfida per me. Avevo bisogno che lo facesse qualcun’altro, ma dovevo cercare di mantenerlo in relazione con i miei oggetti fatti a mano.

Il tuo lavoro potrebbe essere fatto da un programma informatico?

Che buffo! Sarebbe affascinante, ma ho la sensazione che non funzionerebbe.

Se dovessi inventare un programma digitale o un app per fare il tuo lavoro, come la chiameresti?

Oggetto complicati.

Cosa ne dici di Wurtzbau?

Wurtzbau andrebbe bene. Sebbene non sia una strada che ho intenzione di percorrere, è comunque divertente considerarla.

Visto che stiamo parlando di nomi, perché B. Wurtz invece che Bill, Bob o Ben Wurtz?

Quando ero giovane ho fatto alcuni dipinti che ho firmato Billy Wurtz. Avrei potuto continuare così, ma crescendo ho pensato che avrei dovuto diventare anche più serio, cosi Billy è diventato Bill. Sebbene non ne fossi convinto al cento per cento, Bill Wurtz mi sembrava la soluzione migliore. Un giorno però ho deciso di scrivere B. Wurtz semplicemente perché era più veloce. Mi piaceva e riuscivo a vederlo come un personaggio, anche se piuttosto vago visto che non vi è annessa un’identità sessuale. Ho pensato che le persone potessero imparare a conoscermi attraverso il mio lavoro. Durante gli anni sono stato scambiato per una donna, ed è comprensibile perché. Ma va anche detto che non sto nascondendo chi sono.

Riesci a vivere del tuo lavoro?

Ora si, ma non faccio soldi a palate. Me la cavo, ed è questo ciò che conta. Per anni ho fatto vari lavori da freelance. Mi ha permesso di entrare in contatto con il mondo e le persone intorno a me. In fin dei conti, è stato tutto istruttivo. Nella mia arte ho persino usato oggetti provenienti dai vari lavori che ho fatto. Fintanto che tiro avanti, sto bene. Mi sento fortunato.

Quale consiglio daresti ad un giovane artista?

Darei due consigli. Il primo è qualcosa che mi è stato detto da uno dei miei primissimi insegnanti, quando ero uno studente alla UC Berkeley. L’insegnante ci disse che se c’era qualcosa che pensavamo avremmo potuto fare invece che essere degli artisti, era meglio farlo, perché questa vita è molto dura. Non l’ho mai dimenticato. E anche io dico sempre ai miei studenti di pensarci bene se è davvero quello che vogliono fare. Se davvero ne sentono il bisogno, troveranno sicuramente un modo per farcela. I soldi non sono tutto. I soldi non fanno la felicità. Non li sto denigrando, certo. A nessuno piace non avere denaro, ma non è essenziale. Se senti il bisogno di essere un artista, fai il tuo lavoro e non pensare al mercato. Non cercare di fare lavori solo perché pensi che venderanno. Devi essere onesto con te stesso riguardo i tuoi punti di forza e devi cercare di capire bene le tue passioni. Se vuoi fare arte, ci sarà un modo. Il successo a volte arriva, anche per un fiore tardivo.