CONCEPTUAL FINE ARTS

Aspettando la prima di Jill Mulleady da Galerie Neu

Tra poche ore la Neu Galerie aprirà la prima mostra personale a Berlino di Jill Mulleady, geniale interprete di una pittura stilisticamente inquieta, audace, imprevedibile, volubile, e sicuramente capace, sul piano del messaggio, di produrre pensiero. Mouth-to-mouth (Bocca a bocca), questo il titolo della mostra, è prima di tutto una relazione tra due cose. Tra l’artista e il dipinto, tra il dipinto e il pubblico, tra il pubblico e l’artista. Arte, dunque, come modo di dare vita, o tenere in vita qualcosa.

Mulleady, che dal 2013 vive a Los Angeles, è nata trentotto anni fa vicino a Montevideo, in Uruguay, dove la sua famiglia si è trasferita nel 1976 dall’Argentina, dopo il colpo di stato che ha destituito Isabel Peron. Ma Mulleady è cresciuta a Buenos Aires, dove i suoi genitori sono ritornati nel 1983 per sfuggire all’inasprirsi del regime militare che in Uruguay durerà fino al 1985, nonostante nel novembre del 1980, qualche mese dopo la nascita di Jill, un referendum avesse manifestato in maniera inequivocabile l’impopolarità della nuova costituzione varata dal regime. E così oggi capita che Mulleady abbia anche passaporto elvetico ‘senza però mai essere vissuta in Svizzera‘ tiene a precisare; ma avendo comunque vissuto per una decina d’anni in Europa, dove ha studiato teatro a Parigi, con Ariane Mnouchkine, e poi pittura al Chelsea College of Art di Londra.

‘I miei genitori non si sono mai occupati d’arte’ ci spiega Mulleady, ‘ma nella mia famiglia ci sono sempre stati artisti‘. Come Eugène Bracht, suo bisnonno, viaggiatore instancabile che insegnò pittura di paesaggio all’Accademia di Prussia dal 1882 al 1892, quando ruppe i rapporti con il direttore dell’istituzione a seguito della discussa chiusura anticipata della mostra di Eduard Munch al Verein Bildender Künstler. O come il compositore e musicista Carl Maria Von Webber, caposaldo in Germania dell’opera romantica. ‘Dipingo da sempre; per me è qualcosa di naturale. Non posso dire ci sia stato un momento preciso in cui ho iniziato. La pittura è sempre stata intorno a me‘ chiarisce Mulleady quando le chiediamo da dove viene la sua vocazione.

Se dunque nelle opere di Mulleady vi par di sentire un vago profumo di autori lontani come William Shakespeare, Samuel Beckett, Bertold Brecht o Tennessee Williams non vi sbagliate affatto. E se tra le opere in mostra da Neu intuirete una certa aspirazione al teatrale, magari suggerita dai motivi geometrici che incorniciano lavori come ‘The Greene Wave’ o ‘Fantom’, forse vi tornerà utile sapere che Mulleady ha un preciso interesse nell’idea di scenografia. E potreste anche voler sapere che oltre ai giganti citati poc’anzi, tra i suoi maestri c’è l’enorme Antonin Artaud, al quale Mulleady ha dedicato alcune incisioni e un triplice ritratto, The green room, esposto per la prima volta lo scorso anno nella personale dedicata a Mulleady dalla Kunsthalle di Berna. Da Neu, poi, c’è ‘Self portrait in 2066 / Dementia’, che Mulleady ha ironicamente dipinto mischiando i propri tratti somatici a quelli dello stesso Artaud.

Oltre al teatro, mi interessa il cinema. Quando penso un dipinto lo faccio spesso in termini cinematografici‘ continua Mulleady. Ma qui più che correre a Fassbinder, Bergman o Kubrick viene da pensare al desiderio di rappresentare lo scorrere del tempo, il movimento, o la molteplicità dei punti di vista che è stata del cubismo e del futurismo – e, in verità, anche della pittura didascalica che affonda nei tanti medioevi del mondo, a oriente come a occidente. Da noi il problema emerge nel primo dei tre dipinti in esterno, quello intitolato ‘The erupted citadel’. Una donna sdraiata, nuda dalla cintola in su, ma androgina come molte delle figure umane del mondo di Mulleady, si alza, indossa una giacca nera e si dirige verso un paese ‘che potrebbe essere ovunque ci sia una costa toccata dall’acqua‘. Il sole sorge, al di là del centro abitato, oltre un cielo che ha lo stesso colore dei jeans che indossa la donna. È l’inizio o la fine di un racconto, o magari di un ricordo?

Già, perché di racconto, nella dimensione del ricordo, ci pare si tratti anche questa volta. La donna infatti ricompare in un secondo dipinto. Questo si intitola ‘The connection is not private’ e di nuovo rappresenta un lasso di tempo, che questa scorre nel pomeriggio. Il momento è un ponte tra due istanti psicologici, come quelli che uno può vivere controllando lo smartphone o accendendosi una sigaretta, prima o dopo una breve passeggiata (ecco i due sul molo, davanti ai quale è attraccata una piccola barca). In più qui c’è Munch – artista che Mulleady ‘adora‘ -, con la struttura verticale dei suoi quadri e quelle linee di colore arroventato che strisciano sulla tela come paffuti serpenti tropicali.

Il racconto/ricordo si conclude di notte, con un lavoro in qualche modo più intimo e segreto. La ragazza che fuma guarda dritto verso di noi, mentre l’altra, nuda e accovacciata in una postura che è insieme infantile e primitiva, si nega al nostro sguardo. ‘Point Lobos’ (titolo del quadro) esiste; è una riserva naturale non lontano da Oakland, ma come gli altri due scenari che abbiamo descritto è un luogo che potrebbe stare in qualsiasi teatro mondo – ‘lo sono un insieme di America, Sud America ed Europa‘ ricorda l’artista. Qui, forse, l’appiglio nascosto è Pierre Klossowski, che Mulleady già aveva chiamato in campo nella mostra al Museo Archeologico di Napoli (2015). ‘Ho spesso sentito dire che la mia pittura ricorda Balthus. Ma in realtà è per me molto più importante suo fratello Pierre. C’è qualcosa di più tagliente e androgino in lui. E ovviamente della sua opera mi interessa anche il mondo in cui l’immagine e la parola scritta entrano in relazione. O, meglio, guardo allo spazio che si crea tra loro. E con Klossowski mi interessa l’energia di quella linea di pensiero che passa anche attraverso Nietzsche e il Marchese De Sade. Vedo in loro un tentativo di trasformare il piacere in un modo di esistere‘. La pornografia qui non c’entra nulla. La sessualità è piuttosto vista come una forma di dialogo e di comunicazione. Non è un business, ma il suo contrario. ‘Se volete, è una forma romantica di intendere la sessualità‘.

Oltretutto, una copia del Baffometto (Klossowski, 1965) era nascosta nella mostra che Jill Mulleady ha avuto da Gaudel de Stampa a Pargi (This is not a love song, 2016). Pochi l’hanno notato, ma il libro stava capovolto sotto il drappo metallico sdraiato al centro della sala. Mentre il testo a cui si fa riferimento nella mostra al Museo Archeologico di Napoli è ovviamente ‘Origines cultuelles et mythiques d’un certain comportement des dames romaines’ (Klossowski, 1968), che poi ha dato il titolo a un dipinto ambientato nella sala dei disegni erotici del museo. ‘Per me è importante cercare di rompere l’idea di moralità imposta dal capitalismo, e dal capitalismo che strumentalizza la religione. In questo senso credo che Klossowski sia in grado di offrire una prospettiva molto utile‘.

Si parlava poi della dimensione del ricordo, dalla quale è difficile prescindere una volta che si apprende che la cittadella ‘qualunque’ che spunta all’orizzonte è quella dove l’artista ha trascorso i primi anni della sua vita. Ebbene, di questa dimensione fanno parte anche le cinque nature morte in mostra. Il lavandino con il gallo morto, la toilette del sottomarino (che guarda al Kitchen Sink Realism prima che a Duchamp), il banco del pesce, il letto sfatto (con la città di Los Angeles che brucia fuori dalla finestra), le razze con la foca e la bottiglia di aranciata – tributo, quest’ultimo, a Jean-Baptiste-Siméon Chardin e James Ensor, non che chiave ‘cromatica’ della mostra, che insiste appunto sul colore arancio. Mulleady dipinge una realtà più oggettiva, dichiaratamente tesa a riflettere stati psicologici più definiti – oppure, di nuovo, la distanza tra questi e la realtà. Anche in questo caso non mancano i rimandi da opera a opera, come per esempio la spugna abbandonata sul lavandino di ‘The dead cock’ e quella che compare in Fantom sotto il ventre della foca.

Fanno storia a sé l’autoritratto di cui si parlava all’inizio e ‘The green wave’, che sembra dell’autoritratto essere il tempo successivo, quando le ceneri dell’artista, secondo sua precisa volontà, saranno sparse nel mare. Lo strano animale maculato che Mulleady/Artaud tiene in grembo, inquietante quasi come l’ermellino di Leonardo, sparisce nella forma dell’onda congelata su cui si staglia il teschio. Ma quella stessa inquietudine ricompare, accesa di riferimenti a Picabia e al periodo vache di Magritte, nelle macchie feline che una donna seicentesca si lecca via dalla pelle. La vera scoperta oggi è quella di una pittura che gioca con gli stili, ma rimane sempre sorprendentemente coerente alla sua narrativa.