CONCEPTUAL FINE ARTS
Portrait of Grazyna Kulczyk

Grazyna Kulczyk svela il nuovo Muzeum Susch

L’abbiamo visitato la scorsa estate, quando il restauro dell’antico birrificio di Susch era quasi pronto, e possiamo dire che il nuovo Muzeum Susch (la parola museo si scrive in polacco in questo caso) è un cristallo di rara bellezza, incastonato nelle montagne dell’Engadina, a due passi dal castello di Not Vital e da Sent, dove vive e lavora Gian Enzo Sperone, il vecchio lupo. Se poi si aggiungono le gallerie di Zuoz (Monica de Cardens e Tschudi) e quelle di Sankt Moritz (Hauser and Wirth e Robilant + Voena) ecco che l’idea della signora Kulcyzk di aprire un museo d’arte contemporanea in montagna appare tutt’altro che bizzarra. Al contrario, incontra un bisogno sempre più diffuso, ovvero quello di sfuggire dai cliché e dalla sindrome del supermercato. Mega musei e fiere d’arte ti vengono a cercare. Ma l’arte è scoperta, e come tale prevede ricerca e spirito d’avventura. E su questi ingredienti scommette anche l’imprenditrice di Poznan, il cui successo professionale è partito proprio da un ex birrificio.

Quando ha iniziato a collezionare arte?

Ho incominciato a collezionare quando ancora frequentavo la scuola di legge nella mia città natale, Poznan, in Polonia. Le persone che più mi hanno ispirato durante i miei studi legali sono infatti state personalità in qualche modo legate all’arte, dunque artisti e storici dell’arte. Oltre agli studi legali, ho iniziato ad avvicinarmi a temi connessi all’arte, e successivamente ho insegnato arte come volontaria in diversi centri culturali. Ho incominciato cosi a costruire la mia collezione personale con l’obiettivo di educare e rendere accessibile l’arte agli altri. È un valore importante in cui credo molto e che continuo a difendere attraverso le attività di cui mi occupo, tra cui l’Art Stations Foundation e, appunto, il Muzeum Susch.

Si avvale di consulenti nella scelta degli artisti o si muove da sola?

Le mie scelte sono sempre state dettate dalle mie opinioni personali. La collezione è cresciuta insieme alla mia conoscenza come collezionista e imprenditrice durante gli anni; è un risultato indiretto delle mie esperienze di vita e delle iniziative commerciali che ho seguito. Sono motivata da un desiderio genuino di avere un contatto continuo con il lavoro di artisti ambiziosi e intriganti, e non solo dal fare degli investimenti profittevoli, o costruire una immagine di me stessa per gli altri – sono le idee e cuore che mi spingono nelle scelte.

Segue qualche criterio quando compra arte?

Il criterio principale che seguo è quello di rimanere fedele alle mie vere passioni, di avere una affinità autentica con le opere e gli artisti presenti nella mia collezione, e soprattutto di trarne piacere. È come se creassi delle connessioni non ovvie fra i lavori che posseggo, connessioni che nessun altro riesce a vedere.

Come descriverebbe la sua collezione?

Un copro centrale traccia un matrilignaggio attraverso la storia dell’arte globale – una narrativa che è ancora oggi trascurata, sebbene Linda Nochlin ne abbia fatto un caso (coinvolgente) più di quarant’anni fa. Nella mia attività si può anche riconoscere chiaramente un dialogo fra artisti dell’Est Europa del XX secolo, e artisti e movimenti di tutto il mondo. Attraverso la mia collezione vorrei creare un posto per coloro che sono stati sottovalutati o ignorati storicamente, e portarli nei canoni correnti dove possano essere riconosciuti e apprezzati.

Perché ha scelto Susch?

Ho una casa nella bassa Engandina da molti anni e ho spesso pensato che fosse la località adatta per fondare un museo. Mi sono imbattuta in questo gruppo di case storiche per caso, un giorno mentre guidavo attraverso la regione. Subito sono stata colpita da questo luogo remoto e rurale, il posto perfetto per il museo che avevo in mente – con un approccio sperimentale e uno sguardo dirompente verso il futuro.

Come è nata l’idea di aprire un museo da sola?

Sin dal principio la missione della mia collezione è stata quella di rendere l’arte accessibile a un pubblico il più vasto possibile. Ho costituito la mia prima fondazione d’arte in Polonia molti anni fa. Con il tempo la sua attività e i suoi bisogni sono aumentati, e nel 2004 l’ho trasformata nella Art Stations Foundation, la cui sede centrale si trova nella Stary Browar – un vecchio birrificio che è stato restaurato e adattato, creando uno spazio per mostre e uno per vendita al dettaglio, come è parte della mia filosofia… 50% arte e 50% business. Per molti anni la Fondazione ha curato, proprio nel cuore di Poznan, un programma di mostre e performance che ha riscosso molto successo. È per me una grande soddisfazione promuovere arte e artisti all’estero, ed è cosi che è nato il mio sogno di creare uno spazio permanente dove questo possa diventare realtà.

Come si immagina il Muzeum fra 10 anni?

La natura del Muzeum Susch è quella di continuare a evolversi – sarà infatti modellato da artisti e studiosi cosi come dalle attività poliedriche che il museo stesso offre. Spero che questo museo possa educare e ispirare le persone a pensare in maniera diversa nel loro approccio alle cose, non soltanto per quanto riguarda l’arte.

Potrebbe spiegare meglio la regola del 50/50?

La filosofia del 50/50 ispira tutte le mie imprese. Nel caso dei progetti precedenti, consisteva nel combinare arte e business, nella medesima percentuale. Il Muzeum Susch è un’iniziativa no-profit; ciò nonostante la regola del 50/50 viene messa in pratica in altri modi; per esempio, come impegno a rappresentare ugualmente donne e uomini, cosi come argomenti sia artistici che scientifici, o un equilibrio fra Est e Ovest. Si tratterà di avere un approccio democratico.

Secondo la sua esperienza, quali sono le debolezze del sistema dell’arte in questo momento, e quali i punti di forza?

Un chiaro punto debole è la mercificazione dell’arte. Le persone comprano sempre più per investimento, invece che per curiosità e passione, impedendo così al mercato dell’arte di avere una crescita sana. In questo modo le opere finiscono nelle mani sbagliate. La democratizzazione dell’arte è senza dubbio un’arma a doppio taglio. Se da una parte molte più persone possono accedere all’arte, dall’altra l’arte viene recepita solo a livello superficiale. Ciò che manca è uno sforzo nel comprendere le complessità dell’opera d’arte, e i suoi molti livelli di interpretazione. È per questo che sono sostenitrice di un’ rte più ‘lenta’ e di un ritorno a una più consapevole fruizione, vero godimento dell’arte.

Chi è l’ultimo artista che ha scoperto?

Recentemente ho scoperto il lavoro di Lenore Tawney, figura di spicco, negli anni 50, nello sviluppo della fiber art. Sono attratta da artisti,come lei, che hanno avuto il coraggio di spingersi oltre i confini delle convenzioni e cercare nuove forme di espressione.

C’è qualche artista che colleziona più in profondità?

Non saprei indicarne uno di preciso. Posso però dire che quando apprezzo un artista mi piace collezionare una vasta gamma di suoi lavori. Mi interessano artisti poliedrici e i vari aspetti della loro produzione. Penso per esempio ad Hannah Wilke – ho iniziato a collezionare fotografie delle sue performances, per poi acquisire i suoi lavori di ceramica, e in seguito aggiungervi un acquarello su carta. Questo percorso mi ha permesso di guardare al lavoro di quest’artista da un’altra prospettiva. Ci sono molti artisti che ammiro, dei quali vorrei conoscere meglio la produzione. Cerco di collezionare a tutto tondo, osservando e apprezzando tutti gli aspetti. Non mi spaventano i lavori atipici.

Ha un modello collezionistico?

I modi di collezionare sono vari e tutti meritano riconoscimento. Non riesco a sceglierne uno. Mi viene però da dire che una persona che colleziona dimostra passione e conoscenza del mondo, e per questo sono degni di rispetto e stima.

Può indicarci tre dei suoi musei preferiti?

1) L’isola di Naoshima, Giappone – non solo per il sublime lavoro di architettura di Tadao Ando ma anche per la sua collaborazione con James Turrel e la sua opera “City Light Pollution”, che trovo straordinaria. Naoshima è diventato un punto di riferimento che ho tenuto ben presente nella progettazione del mio museo. I due musei, Naoshima e Susch, hanno in comune la relazione che riescono a creare con la località dove si trovano e la natura che li circonda, cosi come l’aver trasformato un luogo dedicato a scopi differenti in uno spazio per l’arte e la riflessione. 2) La Kaviar Factory, nel mezzo dell’arcipelago di Lofoten, in Norvegia – un progetto dei collezionisti Venke e Rolf Hoff. Questo luogo tranquillo, difficile da raggiungere organizza mostre d’arte davvero interessanti. 3) Il Whitney Museum, a New York – adoro il vecchio edificio progettato da Marcel Breuer nel 1966. Se dovessi costruire un altro museo, sicuramente mi ispirerei al Whitney, la cui architettura è davvero meravigliosa.

Quale consiglio darebbe a un ‘giovane’ collezionista?

Prima di tutto, consiglierei di ascoltare molto attentamente ciò che il proprio cuore e i propri occhi hanno da dire, non necessariamente ciò che dettano i professionisti. È un principio a cui mi sono sempre attenuta e non ha mai fallito. Tutti gli errori che ho fatto sono stati parte del mio processo di apprendimento. Consiglieri anche di evitare di definirsi collezionista sin da subito – è un ruolo in cui si cresce piano piano. In terzo luogo, suggerirei di trarre piacere dal processo e di godersi le opere d’arte. La gioia più grande deriva proprio dall’incontro con un’opera – è ciò che rimane con noi e che ci forma. Non ultimo, è importante non avere paura degli errori, che fanno parte dell’evoluzione.

Come collezionista ha qualche rimpianto?

Mai. Come ho detto sopra, collezionare fa parte di un processo di apprendimento e crescita. Ogni momento nella vita di un collezionista è diverso. È come un trampolino di lancio verso il capitolo successivo.