Un tributo al pensiero di Enrico Crispolti


Stefano Pirovano  -  Dicembre 11, 2018

Enrico Crispolti, il principale critico d’arte della sua generazione, è scomparso. Offriamo omaggio al suo pensiero con un’intervista che i nostri politici dovrebbero leggere molto attentamente.

Alberto Burri and Enrico Crispolti (on the right), 1974, Città di Castello.

ll nostro omaggio a Enrico Crispolti, scomparso lo scorso 8 dicembre, è la prima versione in lingua inglese dell’intervista che Crispolti ha concesso agli autori di ‘Scene da una patrimonio’, un libro pubblicato in Italia nel 2013 con l’ambizioso scopo di offrire alla politica uno strumento per superare il profondo stato di crisi in cui versavano, e tutt’ora versano, i beni culturali del Belpaese. Crispolti è stato e continuerà a essere un punto di riferimento assoluto per studiosi, critici e curatori, sia sul piano scientifico, sia su quello etico. Come altri in Europa, Francia in primis, l’italia è un paese dove le istituzioni culturali pubbliche faticano a fronteggiare le grandi diseguaglianze. Lunga vita, dunque, al pensiero di un maestro che ancora molto ha da dire riguardo al nostro futuro.

Dalla fine degli anni Sessanta a oggi, come crede sia cambiato l’atteggiamento della politica italiana nei confronti dei Beni Culturali?

Negli anni tanto deprecati del fascismo la cultura era una questione di cui lo Stato si faceva carico. Gli artisti avevano un ruolo, e un peso. È a partire dal secondo dopoguerra che, di fatto, lo Stato comincia a disinteressarsene, abbandonando qualsiasi discussione di carattere progettuale. Negli anni Settanta la nostra coscienza politica, vale a dire quella degli operatori culturali, era forte. Si pensava di poter tessere un dialogo anche se di fatto la politica non era così presente come oggi si tende a credere. Da parte del Pci c’era il timore che dai temi della partecipazione, o dalla volontà di essere “nella città”, si finisse per scivolare nella lotta armata. Il che portava a un atteggiamento di sostanziale chiusura. Poi però qualche mente illuminata c’era, anche fuori dal perimetro della sinistra, e allora le cose si facevano, a volte anche bene. Oggi, invece, al di là di qualche occasione di circostanza la politica mi pare completamente assente e mi sembra spento anche l’interesse da parte degli “operatori” di andarsi a cercare degli interlocutori adatti.

Può fare un esempio?

Durante l’amministrazione di Walter Veltroni a Roma, io e un gruppo di persone abbiamo provato a sensibilizzare la politica cittadina sull’applicazione della famosa “legge del due per cento”, secondo la quale il 2% delle risorse impiegate per le opere pubbliche dovrebbe essere destinato alla decorazione delle stesse. Ma senza ottenere risultati. E non è andata meglio con Francesco Rutelli, a cui Roma deve l’involucro di Richard Meyer per l’Ara PAcis. Anche quella è stata una scelta maturata per cause lontane dalla questione culturale, oltretutto senza che fosse indetto alcun concorso.

Lo stesso vale per il MAXXI di Roma?

Direi che Giovanna Melandri è meglio di quello che avrebbe potuto esser peggio, e ben per tutti se riuscirà a raccogliere i fondi necessari. Ma ora già si parla di Carolyn Christov Bakargyev come nuovo direttore. Non ritengo sia la figura adatta. Ci vorrebbero menti indipendenti e capaci di esprimersi con originalità, non reazionari travestiti da rivoluzionari. Altrimenti le istituzioni, che dovrebbero essere libere e autorevoli, finiscono solo per essere la grancassa del mercato, con tutto il il male che ne consegue.

A cosa serve invece l’arte contemporanea?

È ricerca sulla conoscenza della realtà e sulla visione del mondo. Serve come serve la scienza.

È vero che l’arte, per essere buona arte, deve disinteressarsi al denaro?

L’arte ha bisogno di risorse perché conta molto per la società, e conta perché produce conoscenza. Quante cose hanno fatto capire del mondo Jackson Pollock, Alberto Burri, o Lucio Fontana? Loro hanno aperto più vie di speranza di molti politici che al loro tempo parlavano di avvenire. Sembra una battuta ma… il sole dell’avvenire è tramontato, Fontana invece no.

Prima di Giovanni Spadolini il ministero dei Beni Culturali era un dipartimento del ministero della Pubblica Istruzione. Oggi si discute se e come riformarlo, secondo alcuni in una prospettiva integrata, cioè di maggiore armonia con gli altri ministeri dello Stato.

Anch’io credo sia questa la via migliore, ma tenendo conto che oggi l’istruzione non è trasmissione unilaterale del sapere, come una volta. È piuttosto produzione di esperienza. Il professore all’Università – ma è lo stesso ai livelli più bassi – sa che ottiene di più se riesce a coinvolgere i suoi studenti in un’ottica partecipativa. Non si tratta più di trasmettere nozioni a qualcuno che non le ha, ma di condividere l’esperienza maturata, in una visione partecipativa ed di dialogo. Prima c’era il mito del saper tutto, oggi non più. Si è consapevoli di conoscere un piccolo spicchio di un grande insieme. Lo stesso dovrebbe valere per le relazioni interministeriali, tra le istituzioni, e poi con i cittadini. Sono d’accordo con Salvatore Settis quando dice che il reale custode del tessuto monumentale italiano, alla fine, dovrebbe essere il cittadino stesso.

Come crede sia cambiato il modo di intendere le mostre in Italia?

Spesso le mostre sono diventate un business, e hanno attirato anche l’interesse delle persone che di cultura non si sono mai occupato. La stessa figura del curatore, che mi pare una specie di capitano di ventura in giro a cercar denari, è un effetto di questo sistema. Siamo arrivati al punto che se presenti un preventivo modesto per una mostra ti dicono che l’operazione non è interessante. Se invece parli di cifre enormi allora l’interesse si accende, indipendentemente dal progetto. Oltretutto, i musei in Italia non fanno ricerca, e non hanno programmazione a medio termine.

Per esempio?

Il Guggenheim farà una grande mostra sul futurismo nel 2014, e c’è uno studioso che ormai da un paio d’anni gira ovunque e parla con tutti per conoscere, capire, e trovare il materiale migliore. Qui da noi, invece, musei come la Galleria Nazionale d’Arte Moderna, o il Museo del Novecento di Milano – mi si lasci dire, allestito in maniera orrenda – navigano a vista. Così finisce che il museo non sa più né perché fare una mostra né come farla. E allora arrivano i “curatori”. A questo proposito credo che l’unica soluzione sia tornare a una seria economia dei contenuti.

E i manager culturali?

Servono, ma devono essere figure nate all’interno del museo o dell’istituzione. In Italia l’unico caso virtuoso che conosco è quello di Gabriella Belli. Che, appunto, è una persona partita dalla storia dell’arte, e che quindi capisce bene il legame con il territorio. Cosa che al Macro non sono riusciti a capire né Danilo Eccher, né Luca Massimo Barbero. A che serve, se il museo è dedicato agli artisti romani, chiamare a esporre artisti internazionali? L’obiettivo dovrebbe essere mettere gli artisti locali nelle condizioni di dialogare con gli altri artisti locali, che poi magari stanno a Londra o a New York. Allora il museo risponde al suo fine, cioè promuovere una cultura propria. Si tratta di creare spazi di confronto, ed è la stessa cosa che dovrebbero fare gli assessori. Fornire il campo, con tutto quel che serve. Lasciando che poi però la partita la facciano i giocatori.

Lei ha alle spalle una vita dedicata all’insegnamento: dall’Accademia di Belle Arti di Roma fino all’università e alla Scuola di Specializzazione di Siena. Come le sembrano le nuove generazioni di studenti?

Ho una nipotina di due anni e mi stupisce vedere con che velocità apprende. Lo stesso accade con gli studenti, che mi sembrano molto più svegli, meglio informati, ma culturalmente meno provvisti di risorse rispetto a qualche anno fa. Sono le strutture educative a esser calate di qualità, e credo che la ragione sia soprattutto nell’impoverimento della scuola pubblica, che coincide con l’indebolimento dello Stato.

I giovani sono più informati perché hanno a disposizione la rete?

Sì, certo, ed è per questo che se lo Stato non vuole abdicare completamente alla sua funzione educativa è proprio qui che deve esser più presente, anche con la cultura artistica. Le celebri Guide Rosse del Touring Club Italiano, come la Storia dell’arte contemporanea edita dai Fratelli Fabbri, sono stati grande opere del sapere, che oggi però non trovano riscontro online. Eppure si pubblicano centinaia di costosissimi cataloghi che nessuno legge. È qui che credo oggi si giochi il futuro di questa disciplina e l’ idea stessa che i cittadini hanno dello Stato.

Accentramento o federalismo?

Il controllo sta al centro, ma poi il locale deve poter fare la sua parte, autonomamente.