A proposito del brutale idealismo di Berenice Olmedo


Stefano Pirovano  -  Dicembre 19, 2018

All’indomani della prima mostra in galleria di Berenice Olmedo (da Jan Kaps) abbiamo chiesto l’aiuto dell’artista per iniziare la nostra inchiesta sul ritorno dell’etica nell’arte.

Berenice Olmedo, che oggi ha trentun anni e vive in Messico, non ha mai visto una fiera d’arte, o quasi. A dire il vero una volta è stata a Zona Maco, la fiera di Città del Messico, ma non le è piaciuto affatto. E forse è proprio questa la sua fortuna. Già, perché la prima sensazione che si avverte entrando in contatto con il suo lavoro è quella di vedere qualcosa di incontaminato, spontaneo, sfacciato, e sfrontatamente diretto. Per farsi un’idea bastano il progetto intitolato Stray dogs, con il quale la Olmedo ha partecipato nel 2017 ad Ars Electronica, e la sua personale da Jan Kaps, a Colonia, dove l’artista ha allegramente sfidato le strettoie della retorica artistica con un lavoro che se può persino sembrar gentile sul piano formale, è addirittura brutale su quello del significato. Per questo qui occorre procedere con molta cautela.

Berenice Olmedo non ha mai visto una fiera d’arte, abbiamo detto, ma dipinge sin da quando era ragazzina. Merito dei suoi genitori – padre giornalista, madre impiegata per il governo –, che fin da piccola l’hanno avvicinata alla tecniche tradizionali. ‘Così, nel momento in cui ho deciso che all’università avrei studiato arte, già dipingevo otto ore al giorno’ ci racconta. Del periodo trascorso all’Universidad de las Américas di Puebla Olmedo ricorda il beneficio di avere le varie facoltà raccolte nello stesso luogo, così che le discipline possano arricchirsi a vicenda. ‘Studiavo arte, ma ho avuto l’opportunità di lavorare nei laboratori di biologia e svolgere ricerche anche con docenti di materie non artistiche’. Così è nato il progetto Stray dogs, documentato da un video che racconta come Olmedo abbia potuto legalmente appropriarsi dei copri di cani morti sulla strada per ‘farne’ sapone, scarpe, un mantello, un copricapo, insomma per estrarre da questi corpi abbandonati prodotti simili a quello che l’industria silenziosamente estrae dagli animali da allevamento. Il video è truce in molti passaggi, ma il candore con cui l’artista raccoglie le carcasse per strada, scuoia gli animali, estrae il grasso dalle carni, o concia le pelli per poi lavorarle, riesce a portare il discorso su un territorio che nulla concede alla crudeltà iniziale. Al contrario, con la positiva schiettezza del lavoro manuale (Omedo esegue personalmente tutte le lavorazioni), ci mette difronte ai cumuli di ipocrisia dietro ai quali parte della società nasconde se stessa, accontentandosi di non ‘vedere’, e magari di non sapere. La ‘violenza’ visiva a cui lo spettatore è esposto ha dunque un fine ben preciso e, oltretutto, il processo si conclude con l’artista che porta i ‘prodotti’ della sua trasformazione al mercato pubblico di Analco, nella città di Puebla, per venderli, non già come opere d’arte – come alla fine hanno fatto Wim Delvoye e Damien Hirst, giusto per citare due artisti che flirtano con la morte -, ma come oggetti d’uso, come invece farebbe un qualsiasi, rispettabilissimo artigiano.

Non sorprende, dunque, che il progetto affondi le radici nel pensiero di filosofi socialmente ultrasensibili come Michel Foucault, Gilles Deleuze o Giorgio Agamben. Olmedo li ha studiati con Laurence Le Bouhellec e Alberto López Cuenca, entrambi suoi insegnati all’Universidad de las Américas d iPuebla, e poi con María Antonia González Valerio, filosofa presso la Universidad Nacional Autónoma de México specializzata nell’arte che utilizza medium biologici. Con lei Olmedo ha proseguito il suo percorso teorico, scegliendo una via che oggi la porta a esprimersi senza indugio a favore del nuovo presidente messicano, Andrés Manuel López Obrador, e del Movimiento Regeneración Nacional (partito fondato da Lopez Obrador nel 2014). Del resto, quando chiediamo a Berenice Olmedo cosa significa per lei fare arte, l’artista ribatte: ‘l’arte è un orizzonte del pensiero, che implica tutte le possibilità e le prospettive di vita, così come le problematiche sociali e politiche a essa connesse’.

Quella da Jan Kaps a Colonia, chiusa non più di un paio di settimana fa, è stata la prima mostra di Berenice Olmedo in una galleria d’arte. Prima si era trattato di festival o istituzioni, e la salutare dialettica tra arte e mercato dell’arte che si annida nel suo lavoro era emersa solo in occasione di un’installazione audio che Olmedo ha sviluppato con gli abitanti del Tepito, quartiere simbolo del disagiato di Città del Messico e della sua energia. L’opera si intitola Poleana. Racconta attraverso il suono l’omonimo gioco da tavolo, popolare nelle colonie e nelle prigioni Messicane. Lo scorso anno è stata esposta al MUCA-Roma e alla Casa Barrio Tepito, al Tepito. ‘A un certo punto un giornalista è venuto da me e mi ha chiesto se il mio lavoro non finisse per neutralizzare quegli stessi contenuti che io avevo preso dalla strada e ricollocato dentro al museo. Gli ho risposto che per me non esiste un luogo più adatto di un altro per mostrare, o parlare di certi problemi. Al contrario, sono interessata a verificare la possibilità di affrontare temi complessi proprio nel circuito dei musei e delle gallerie d’arte’. In effetti, è questo un tema cruciale. Da una parte l’arte continua a essere un fondamentale spazio per la libertà di pensiero; dall’altro, l’esasperazione di mercato e interessi economici ha reso questo spazio senz’altro meno aperto di quanto è stato in passato. ‘A un certo punto ci si potrebbe rendere conto che – continua Olmedo – parte degli profitti derivanti dalla vendita di certe opere spettano alle realtà che queste opere rappresentano, o alle istituzioni e alle persone che lavorano per combattere problemi come la disabilità fisica, il disagio economico, o la mancanza di istruzione’. Certo, a questo punto qualcuno potrebbe osservare che le gallerie sono istituzioni for profit, e che gli artisti esistono davvero solo nel momento in cui entrano in una logica di mercato. Ma questo non cambia i termini della questione, anzi. Nell’era delle disuguaglianze e del conseguente indebolimento del potere democratico, il valore etico dell’arte diventa semmai ancor più centrale e critico, anche per le gallerie, che sempre di più assomigliano, nella loro funzioni primarie, a quello che i musei sono stati nella seconda metà dl Novecento.

È in questo quadro che l’idealismo disincantato di Berenice Olmedo appare ora così opportuno. Le protesi umane presentate da Jan Kaps sono, prima che un’efficace metafora, l’espressione di una precisa posizione etica nei confronti del contesto (l’architettura è un altro tema che sta molto a cuore a Olmedo). La costruzione di Olga, il pezzo centrale della mostra, ha richiesto la collaborazione di tre ingegneri per poter funzionare. La macchina inutile si alza e ricade. Non muove gli arti del bambino per cui le opere sono state pensate, ma la sua assenza, e con essa lo spazio vitale che dal bambino sarebbe stato occupato. Sono i nostri occhi, dunque, che non riescono a vedere? Come le carcasse dei cani morti, così i disabili ‘scomparsi’. L’artista, in qualche modo, ci convince a guardare. E lo farà anche nel nuovo progetto a cui sta lavorando, una ‘science crime fiction’ che avrà come protagonista certi topi da laboratorio sospettati di aver ucciso gli scienziati che su di loro stanno lavorando. ‘Non sono interessata alla bellezza in sé, ma a qualcosa che sta tra stupore e paura’ dice Olmedo. Ed è forse questa la miglior chiave d’accesso a una pratica artistica che fin ora è riuscita nel difficile intento di coniugare la profondità dei temi con leggerezza d’espressione (una leggerezza del tutto calviniana).