Milano: il Museo Archeologico predice il nuovo Museo Etrusco


Marta Galli  -  Gennaio 8, 2019

Una mostra la Museo Archeologico di Milano prepara il terreno per il nuovo Museo Etrusco, voluto dalla Fondazione Luigi Rovati.

“L’architetto Ponzoni continua a costruir case a Milano ma è nel contempo (si sa che tutti abbiamo il nostro tic) uno de’ rari etruscòlogi della pochissimo etrusca città”. Così scriveva Carlo Emilio Gadda, in uno dei suoi fogli di lavoro. Eppure, la “pochissimo etrusca città” si prepara oggi a diventare un centro di riferimento per l’etruscologia italiana e internazionale.

L’annunciato Museo Etrusco di MIlano, che prenderà casa in uno dei palazzi di Corso Venezia, correntemente messo a cantiere dall’architetto Mario Cucinella, quando aprirà i battenti sarà infatti un luogo per la conservazione, lo studio e la valorizzazione della cultura etrusca. L’ambizione è pertanto di attrarre esperti da tutto il mondo e creare sinergie tra le diverse offerte artistiche sul territorio. Con la missione di divenire un luogo d’interesse pubblico, l’istituzione ha un’origine privata e nasce per iniziativa della Fondazione Luigi Rovati – intitolata al medico, ricercatore e imprenditore farmaceutico – capostipite di una famiglia di collezionisti colti e curiosi. In particolare, come ha rivelato Giovanna Forlanelli Rovati, vicepresidente della Fondazione, l’occasione che ha portato a concepire un museo è stato l’essere venuti in possesso, quattro anni fa, dell’importante collezione ginevrina Cottier-Angeli, che si affianca alle raccolte Cambi e Giorgi Taccini.

E allora, eccoci all’antipasto. Per meglio preparare il palato di un pubblico a lungo a digiuno di ‘etruscherie’, s’è apparecchiata – sempre promossa dalla suddetta Fondazione e con la collaborazione della Soprintendenza archeologica – una mostra dal titolo Il viaggio della chimera. Gli Etruschi a Milano tra archeologia e collezionismo. Ha sede nello sbiadito e pressoché dimenticato Museo Archeologico del capoluogo lombardo, che a suo vantaggio sta accanto a uno dei gioielli del centro storico, la splendente chiesa di San Maurizio.

Nelle teche si trovano reperti provenienti, tra gli altri, dalla Biblioteca Trivulziana, dal Museo Archeologico Nazionale di Firenze, dai Musei Vaticani e, in anteprima, dalla stessa collezione Rovati. Dalla selezione spiccano suppellettili in bucchero, l’impasto nero degli Etruschi, e diversi canopi, attrezzeria per il culto dei morti destinata ad accoglierne le ceneri: vasi – in genere di terracotta – che recano accenni anatomici ma soprattutto un particolare coperchio forgiato nelle sembianze di testa umana, presumibilmente quella del defunto nella sua versione idealizzata della giovinezza.

Ma al di là delle manifatture – più o meno d’uso comune o più o meno artistiche – a cui lo spettatore potrà essere più o meno sensibile, colpisce, come si evince chiaramente dall’incipit della mostra, che la “pochissimo etrusca città” è stata in realtà ravvivata – tra il periodo tardo ottocentesco e inizio Secolo XX – da una vivace verve collezionistica, con spiccato interesse per l’antiquariato e l’archeologia. Le personalissime passioni di personaggi come Pelagio Palagi, Amilcare Ancona, Emilio Seletti – che compravano alle aste o direttamente nei luoghi nevralgici, dove a metà Settecento erano ricominciati gli scavi – porteranno alla costituzione del nucleo più antico delle Civiche Raccolte Archeologiche.

Si tratta di uno straordinario memorandum dello stretto rapporto tra collezionisti (privati) e musei (pubblici, nella destinazione) che da sempre sostanzia la cultura di un luogo. Un episodio emblematico, a questo proposito, fu il caso della collezione del mercante milanese Jules Sambon – una deliziosa raccolta a tema ludico e teatrale – che finita sul mercato secondario venne ‘salvata’ per iniziativa di un gruppo di signori di Milano, che istigarono una sottoscrizione pubblica da cui, anche grazie l supporto del Governo, nascerà il Museo Teatrale della Scala.

Il viaggio della chimera rievoca anche uno dei momenti apicali dell’affaire tra Milano e l’etruscologia, che fu la mostra a Palazzo Reale, nel 1955, unica tappa italiana di progetto internazionale partito dal Kunsthaus di Zurigo. Il battage mediatico oggi senza eguali che l’accompagnò finì per influenzare la moda e il costume del tempo. L’etruscologia divenne oggetto di conversazioni da tinello e “i moderni gioielli di ventotto secoli fa”, fecero “impazzire le signore” – proclamavano alcuni titoli di giornale –; ci fu persino un calendario Olivetti in omaggio alla civiltà sepolta. Il tutto, rimpinguando quel sentimento di romanticismo rimasto appresso alla questione ormai come un cliché, tanto più che il ‘mistero etrusco’ mantiene l’invariabilità del luogo comune indipendentemente dall’avanzamento degli studi.

Lo spiegava bene Massimo Pallottino, curatore della grande mostra e massimo esperto della questione, nonché autore di quello che per lungo tempo è stato il solo manuale sull’argomento, Etruscologia (Hoepli), da cui è tratto il seguente passaggio: “Il tema etrusco ha ispirato, tra l’altro, alcune pagine piene di spirito della letteratura contemporanea specialmente inglese, come quelle di D.H. Lawrence (Etruscan Places, 1932) e di A. Huxley (nei romanzi Those Barren Leaves, 1925 e Point Counter Point, 1928): attraverso le quali l’interpretazione della civiltà dell’Etruria antica appare simbolicamente trasfigurata nel mito di un ‘mondo perduto’, di una umanità spontaneamente naturale, festosa, carnale, contrapposto all’ordine razionale e morale della civiltà greco-romana e cristiana…”

La leggenda etrusca seppe ancora, dunque, in tempi relativamente recenti come il secondo dopoguerra, entrare nell’immaginario collettivo. E possiamo immaginare sia stata soppiantata – di lì a qualche anno – solo da un’altra narrazione di viaggio nel tempo – e questa volta è il fantasticare non di un passato smarrito bensì d’un futuro prendibile – quello sulla luna, di cui peraltro ricorre quest’anno il cinquantesimo anniversario.

Ma tornando agli Etruschi, gli effetti di quella rassegna milanese non si sarebbero fermati alle seduzioni della moda, avendo dato impulso a una nuova ondata di scavi e ricerche: propulsori il Comune di Milano, che finanziò i cantieri nella necropoli di Spina (sull’antico delta del Po’), e alcuni imprenditori, quali l’ingegner Giuseppe Torno e l’editore Aldo Garzanti, risoluti a sovvenzionare perlustrazioni a Vulci. Seguiranno in anni più tardi i contributi della Fondazione Lerici e Cerveteri e quelli delle università milanesi, messi in luce dall’attuale mostra.

Ora, Il viaggio della chimera è solo il preludio del progetto che verrà, dedicato all’Etruria antica, ma non sembra riverberare al momento dell’interesse – che circa 60 anni fa entusiasmò un’intera nazione – per una cultura remotissima, terza civilizzazione dopo quella Greca e Romana in ordine d’importanza, e opportunisticamente rimossa dalla memoria nel Medioevo per via dei tratti pagani (i 20 volumi dell’opera Tyrrenika dell’imperatore Claudio non vennero mai copiati dai monaci amanuensi e andarono perduti). Nondimeno abbiamo fiducia che il clamore di un nuovo museo attento a presentare i contenuti in maniera moderna possa risvegliare presto qualche spirito sopito.