CONCEPTUAL FINE ARTS

Jan Domicz incontra Jean Prouvé

Traditional lantern in Warsaw, Poland. Courtesy of Jan Domicz.

Traditional lantern in Warsaw, Poland. Courtesy of Jan Domicz.

Il lavoro artistico di Jan Domicz si basa sul collocare in modo ‘sbagliato’ oggetti o elementi architettonici per attribuire loro nuovi significati. Sebbene una pratica di erronea disposizione degli oggetti si sia diffusa nell’arte del secolo scorso, c’è in Domicz una certa originalità produttiva, che si manifesta nell’azione di progettare e poi fabbricare da sé gli oggetti e gli elementi architettonici, invece di appropriarsene soltanto. Inoltre, l’attenzione estetica che l’artista pone nell’istallazione di questi elementi amplia la portata di ciò che altrimenti sarebbe, forse, soltanto un riposizionamento.

Per la nostra sezione “At the Show with the Artist” abbiamo scelto di commentare con Domicz le celebri ‘persiane’ di Jean Prouvé, elementi che caratterizzano uno degli edifici realizzati dall’architetto francese in Guinea. Questi grandi pannelli di alluminio, originariamente progettati per schermare i raggi del sole che sbattono sulla facciata, sono stati rimossi e vengono venduti come pezzi da collezione, cosi come molti altri elementi architettonici della produzione di Prouvé.

Jean Prouvé, Sun shutter, 1957, Aluminum. Courtesy of Galerie Jousse EntrepriseJean Prouvé, Sun shutter, 1957, Aluminum. Courtesy of Galerie Jousse Entreprise.

Partiremmo dall’opera Lamps on a Lamp Shop, in occasione della quale hai posizionato alcune lampade sul tetto di un negozio di lampade per accenderle durante l’ora di chiusura dell’esercizio. Nella didascalia dell’opera hai scritto che questo è un modo per trasformare dei beni di consumo – le lampade, appunto – in ‘pubblicità’ di loro stesse; il gesto potrebbe essere letto in chiave polemica. Allo stesso tempo, l’immagine di queste lampade in cima all’edificio è molto divertente, quasi assurda. Cosa più ti ha interessato di questo lavoro, serietà o ironia?

Jan Domicz, Lamps on a lamp shop, installation shot, 2015. Courtesy of the artist.

JD: Cercano proprio di essere, allo stesso tempo, serio e assurdo. Queste due qualità necessitano reciprocamente l’una dell’altra. Nel processo di creazione considero l’umorismo un effetto collaterale volontario, un specie ‘bonus di produzione’ – per usare termini cinematografici. Sia il direttore del negozio che il proprietario hanno preso seriamente il mio schizzo di ‘Lamps on a lamp shop’, e questo mi ha molto colpito. Sapevano che il pezzo avrebbe rappresentato un attività promozionale per il negozio, anche se in forma di rifiuto. Dopo che l’opera è stata completata; ho dato loro metà dei volantini che ho prodotto usando foto documentazione del lavoro, che poi sono state usate per reclamizzare il negozio. L’altra metà dei volantini sono stati esposti nella mia mostra all’MMK di Francoforte. 

Nel caso delle persiane di Prouvé, trovi che ci sia dell’ironia o dell’assurdo nell’esporre al chiuso un pezzo di architettura specificatamente progettato per bloccare la luce esterna? Oppure ti interessa proprio la carica concettuale che l’opera ha in sé?

UAT (Union Aéromaritime de Transports) building,

UAT building, Conakry, Guinea. Courtesy of Galerie Jousse Entreprise.

JD: In effetti Le persiane di Prouvé hanno due identità: possono essere elementi architettonici e funzionali, oppure oggetti d’arte da collezione. Il mercato dell’arte riesce a rendere qualsiasi cosa un feticcio. In questo caso le persiane affascinano proprio per il modo in cui bastano a se stesse, senza un edificio intorno. Aver rimosso la loro funzione e il contesto in cui si trovavano le rendono ancora più accattivanti. Probabilmente Prouvé non avrebbe mai immaginato un simile epilogo per la sua produzione. Il passaggio da uno stato all’altro fa si che ora se ne parli. E questo aspetto concettuale li determina, oltre ad aggiungervi una certa aura.

Come hai appena detto, è piuttosto improbabile che Prouvé intendesse l’elemento architettonico come scultura, eppure ora è diventato tale.

JD: Le cose, o più in generale la cultura, ci circondano per essere usate. Come dice Donald Judd nel suo saggio intitolato ‘È difficile trovare una buona luce’:

L’intento dell’arte è diverso da quello dei mobili, che deveono essere funzionali. Se una sedia, o un edificio non è funzionale, se appare essere soltanto arte, allora è ridicolo. L’arte di una sedia non è la sua somiglianza con l’arte, ma è in parte la sua razionalità, la sua utilità e la sua dimensione di sedia.

L’unica differenza fondamentale fra arte e non arte sono le intenzioni. Per Prouvè le sue persiane non saranno mai arte. Saranno solo persiane rubate da un edificio e vendute sul mercato dell’arte. Personalmente non mi disturbano i lavori che cambiano la modalità operativa degli oggetti. Credo che l’arte possa essere utilizzata anche al di fuori del suo ambiente originario. Poi, si può cambiare l’utilità, ma non l’intento.

Nella tua opera BnB, sei partito dalle iconiche lanterne degli edifici storici di Varsavia per costruire una struttura simile sul tetto di una galleria d’arte. Da un punto di vista estetico è qualcosa di molto efficacie, perché nell’imitare le lanterne originali hai creato una forma completamente nuova, una versione piuttosto minimale dell’originale. Come ti sei mosso in questo processo? La progettazione delle lanterne si è in qualche modo ispirata all’estetica di certi elementi architettonici, come nel caso di Prouvé? Se si, quali e perché?

Jan Domicz, BnB,

Jan Domicz, BnB, installation shot, 2017. Courtesy of the artist.

JD: La produzione di questo pezzo si è svolta in maniera molto strutturata. La prima decisione è stata quella di utilizzare la stessa forma che avevano le lanterne nella città antica di Varsavia. Per far ciò, e trovare la versione più semplice che potesse andare bene sul tetto della galleria, ho consultato un gran numero di progetti d’ archivio. Il secondo passo è stato scegliere quale materiale utilizzare. Ho optato per una rete metallica e cornici di alluminio. Per rispondere all domanda, sì, l’estetica di alcuni elementi architettonici è stata utile; nello specifico, ho preso come esempio unità di ventilazione e aria condizionata, di quelle che puoi trovare sul tetto di qualsiasi palazzo che contiene uffici. Solo gli architetti meno pigri si preoccupano di nasconderli. Solitamente queste istallazioni vengono aggiunte senza reintegrarle in alcun modo con l’aspetto dell’edificio. Le storiche lanterne di Varsavia sembrano delle case bifamiliari poste in cima a case popolari.

Jan Domicz, BnB,

Jan Domicz, BnB, installation shot, 2017. Courtesy of the artist.

È interessante che abbiate usato il termine ‘progettazione’ per definire questo processo. In questo caso progettare significa: trovare/ copiare e incollare/ ridurre/ cambiare il materiale/ collocare in un nuovo contesto,

I tuoi Parrot Stands sono delle riproduzioni di sedute del tram che hai fabbricato per essere il più simile possibile all’oggetto reale. A parte la ragione pratica di non potersi fisicamente appropriare delle sedute, ci sono altre ragioni per cui hai preferito idearlo tu stesso piuttosto che mostrarne l’originale in un contesto differente, vale a dire quello di una galleria? Può essere interessante notare come le persiane di Prouvé siano in realtà dei ready-made con una forte aura di autenticità, mentre noi stiamo speculando sul fatto che se tu mostrassi delle vere sedute come ready-made sembrerebbero comunque meno autentiche della versione che tu hai fabbricato.

Jan Domicz, Parrot stand, 2016. Courtesy of the artist.

Jan Domicz, Parrot stand, 2016. Courtesy of the artist.

JD: Sono perfettamente d’accordo. La copia diventa sempre più reale così come raccontare di nuovo una storia la rende più autentica e radicata. Fare una nuova copia è necessario perché il lavoro funzioni. Senza la seduta originale nel contesto urbano, la mia versione in galleria non funzionerebbe. Il loro scopo differisce da quello dell’originale. Oltretutto, una parte direi vitale della seria ‘Stands’ sta nel fatto che i pezzi non sono attaccati al pavimento. Sono facili da installare in una mostra, ma al di là di quello rimangono inutili se si considera il loro scopo iniziale. Non ci si può appoggiare all’opera. Si ritorna così all’affermazione che l’intento di chi realizza un’opera d’arte è diverso rispetto a quello di chi fa un mobile. L’aura di autenticità è importante per coloro che vendono e comprano le persiane di Prouvé. Sebbene questo processo possa in qualche modo sembrare la mia pratica, in realtà io non miro all’autenticità. Per me il lavoro si compie nell’atto di muovere una certa forma da un contesto all’altro – il collocare nel posto errato, o un “momento di spaesamento”.

Tenendo presente ciò che ho detto sopra, mi piacerebbe concludere con un frammento legato a un nuovo pezzo narrativo a cui sto lavorando.

Ad ogni riproduzione, egli si trova sempre più lontano dall’originale. Mentre versioni sempre più perfette e belle vengono create, il significato originale via via si affievolisce. La sua unica opzione è dunque di continuare a lavorare.