CONCEPTUAL FINE ARTS
Sanam Khatibi's studio, Brussels.

Sanam Khatibi, dall’oggetto al suo ordine

Sanam Khatibi, Songs from the cold seas, 2018, Oil, pastel and pencil on panel. Courtesy of Galerie Rodolphe Janssen.

Sanam Khatibi, Songs from the cold seas, 2018. Oil, pastel and pencil on panel. Courtesy of Galerie Rodolphe Janssen.

Quando si entra nella casa-studio di Sanam Khatibi per la prima volta si è subito colpiti da due grandi librerie che, come pilastri di un tempio, si estendono fino al soffitto. Alti tre metri e non più larghi di una cinquantina di centimetri, i due mobili fanno da cornice all’ingresso della cucina e contengono quella che chiameremmo una collezione di piccole mostre d’arte; o, per essere più precisi, di piccole istallazioni. Su ciascuna delle mensole, scaldati da una lucina posteriore, sono esposti oggetti diversi, tutti parte di questa grande e variegata ‘collezione d’artista’. Per esempio, il terzo scaffale della libreria sulla destra contiene: una scatola giapponese per il tè, una statua di terracotta a forma di dea-uccello proveniente dalla Siria e datata terzo-quarto secolo dc., un coccodrillo meccanico (che può camminare), una statua africana voodoo di due amanti legati fra loro, il dipinto di una chiesa, forse di provenienza Sudamericana, trovato al mercatino delle pulci.

Objects from Sanam Khatibi’s collection. Photograph by Gabriela De Clercq.

Objects from Sanam Khatibi’s collection. Photograph by Gabriela De Clercq.

L’atto di accumulare oggetti non è certo caso raro fra gli artisti. A Warhol piacevano i giocattoli di latta e le scatole per i biscotti. Sol LeWitt raccoglieva partiture musicali. Sembra che collezionare oggetti sia una attività fruttuosa per le menti creative, e ben lo dimostra l’interesse che a questo tema hanno dedicato alcune istituzioni. Sanam Khatibi però si è spinta oltre.

L’ordine di Sanam Khatibi.

La sua collezione è a dir poco eclettica. Oltre allo scaffale descritto sopra, non si può non rimanere stupiti da un perimetro di interesse tanto ampio da contenere giocattoli (come il castello della serie animata ‘Masters of Universe’). ceramiche cinesi, tappeti persiani, figurine sexy orientali, o una raccolta di opere d’arte trovata, e acquisita, su Pinterest. Contrariamente all’ossessione per una specifica serie di oggetti, come nel caso di Warhol o LeWitt, Khatibi sembra avere un approccio più inclusivo. Lei stessa ci ha rivelato che nonostante il chaos apparente – come può un oggetto vintage degli anni 80 convivere con un tappeto persiano? –, c’è comunque un ordine personale che le permette di navigare dentro la raccolta.

In secondo luogo, sebbene l’accumulare oggetti provenienti da una pletora di fonti e il loro successivo accorpamento (avvenuto casualmente) siano essenzialmente cari al post-modernismo (pensiamo per esempio all’interesse di Aby Warburg e di André Malreaux nel processo di associazione, rispettivamente, di fotografie e di libri), il lavoro di Khatibi prende una piega diversa. In questo caso l’artista include le proprie opere nella collezione; come se il bisogno di coerenza delle proprie installazioni chiedesse di riempire le lacune che gli oggetti lasciano tra di loro. Un esempio di questo processo si può trovare nelle lingue di ceramica che Khatibi ha creato per un’installazione di quelli che, altrimenti, sarebbero rimasti semplicemente oggetti della sua collezione.

Installation shot of Rivers in your mouth exhibition. Courtesy of Galerie Rodolphe Janssen.

Installation shot of Rivers in your mouth exhibition. Courtesy of Galerie Rodolphe Janssen.

E forse ancor più importante – perché meno comune quando sono gli artisti a collezionare – è il fatto che gli oggetti di Khabiti si ritrovano poi anche nelle sue opere. Insieme a umani e animali, per lo più impegnati in atti rituali, violenti o sessuali (per qualcuno sono questi i temi distintivi delle sue opere!), ci sono anche oggetti direttamente ispirati, o letteralmente presi, dalla sua collezione; come, in Empire of the birds (2017), la pentola persiana dipinta di fianco alla donna accosciata e, in occasione della personale di Khabiti da Rodolphe Janssen nel 2017, esposta a fianco dell’opera. Così anche i paesaggi di ispirazione rinascimentale spesso si arricchiscono di ‘curiosità’ provenienti dalla ‘camera delle meraviglie’ dell’artista.

Sanam Khatibi, Empire of the birds, 2017, oil on canvas, and original pot from her collection.

Sanam Khatibi, Empire of the birds, 2017, oil on canvas, and original pot from her collection.

Riguardo al Museo Immaginario di Malraux, Anna-Sophie Springer afferrma dice che non c’è alcuna analisi, né oggettiva né scientifica, delle figure e delle forme, ma si tratta piuttosto di un puro un atto estetico di giustapposizione di oggetti. Similmente, sia nelle installazioni che nella presenza di certi oggetti nel dipinto, possiamo supporre che il lavoro di Khabiti non sia guidato da alcun pensiero scientifico, e dunque non pare opportuno guardare in questa direzione – chiedendo magari aiuto alla psicologia o alla psicanalisi. Si tratta infatti di pura estetica, o di esperienza nella ‘disposizione di costellazioni’, come dice la metafora che Springer usa per descrivere gli assemblaggi di Malraux. Oppure, se preferiamo utilizzare la classificazione della poesia concreta di Mary Ellen Solt (1968), le installazioni di Khabiti sono delle disposizioni intuitive di materiali, più adatte alle ampie vie degli espressionisti piuttosto che all’approccio sistematico e schematico dei costruttivisti.

Sanam Khatibi e la parola.

A favore di questa tesi è anche importante guardare al il modo in cui Khatibi titola i suoi lavori. L’artista ci ha parlato infatti di un archivio di frasi, sia personali, sia tratte da libri e altri testi che colleziona. A lavoro finito una di queste frasi viene scelta come titolo, dall’artista stessa o da qualche amico. In questo modo il processo estetico e intuitivo applicato nel disporre gli oggetti viene esteso, e finisce per ridurre drasticamente anche la componente razionale potenzialmente insita all’accoppiare opera e titolo. Anche quando un’intera mostra è basata su una narrazione specifica (come nel caso nell’atroce vicenda del serial killer Gary Ridgway, sulla quale Khatibi ha lavorato nella recente mostra alla galleria Rodolphe Janssen), l’artista non cerca comunque di collegare la narrazione alle opere d’arte in modo sistematico. La vicenda è un elemento ulteriore in cui Khatibi si imbatte nell’atto di alimentare la sua collezione, e finisce per diventare parte di un quadro più generale.

Dibattendo su cosa voglia dire per un artista, o curatore, lavorare a stretto contatto con raccolte di testi, Megan Shaw Prelinger afferma che il lavoro creativo e intellettuale deriva da un coinvolgimento fisico con il paesaggio, dove il paesaggio deve essere inteso sia letteralmente che metaforicamente. Il lavoro di Khatibi sembra portare questo punto a un livello differente: il suo ‘paesaggio’ di oggetti collezionati è usato come materiale per la sua opera, la sua opera completa il paesaggio degli oggetti collezionati, e il paesaggio di oggetti collezionati include anche oggetti che si basano su testi come. per esempio, storie o titoli.

Biografia.

Sanam Khatibi vive e lavora a Bruxelles. Il suo lavoro è stato incluso mostre collettive a Parigi, Firenze, Los Angeles, Mexico City, New York, Marsiglia, Vienna e Vasavia. Tra le sue ultime mostre personali ricordiamo Rivers in your mouth, Galerie Rodolphe Janssen (Bruxelless), No church in the wild, The Cabin (L.A.), e Ask me nicely, Trampoline (Antwerp). Le mostre istituzionali recenti includono Mademoiselle al Centre Régional d’Art Contemporain Occitanie, a Sète; Quel Amour!? al Musée d’Art Contemporain di Marsiglia; The Biennial of Painting, al Museum van Deinze en de Leiestreek, a Deinze (Be). Tra le mostre previste per il 2019 ricordiamo De ta salive qui mord al BPS22, a Charleroi, in Belgio (giugno 2019), e una personale a P.P.O.W di New York (ottobre 2019). È possibile visitare la sua mostra The Murders of the Green River alla galleria Rodolphe Janssen fino al 23 Febbraio 2019.