CONCEPTUAL FINE ARTS

Cleo Fariselli, accordi dominanti


Stefano Pirovano  -  Marzo 18, 2019

Una nuova mostra personale prova come Cleo Fariselli sia finalmente pronta a esplorare la pittura, guardando oltre i dualismi (in forza del caso).

Fon Gran Papa III, 2019, gesso ceramico di tipo dentistico, sedimenti di argilla, cm 31 x 26 x 60, foto: Silvia Mangosio e Luca Vianello

Fon Gran Papa III, dettaglio, 2019, gesso ceramico di tipo dentistico, sedimenti di argilla, cm 31 x 26 x 60, foto: Silvia Mangosio e Luca Vianello.

Cleo Fariselli lavora con gli errori, anche se non si direbbe. Ed è questa la scoperta che abbiamo fatto visitando il suo studio, che oggi è a Torino, una delle tante ‘Berlino’ dell’Europa mediterranea – vale a dire una di quelle città che, al contrario di Londra o Parigi, hanno ancora spazio per gli artisti.

Il discorso riguardo al dualismo tra ‘dentro’ e ‘fuori’ che suggeriscono le sculture di gesso ceramico dentistico appartenenti alla serie dei ‘Gran Papa’ (che in lingua creola significa nonno, antenato) è in realtà un inganno, probabilmente messo lì di proposito, per mettere alla prova l’osservatore e la sua reale motivazione. Noi, manco a dirlo, ci siamo cascati. Vedendo questi busti dal vago sapore d’accademia, ottenuti con le dita delle mani scavando nel blocco d’argilla, invece che lavorandoci dall’esterno, abbiamo pensato che fosse già tutto lì, a portata di mano. E abbiamo chiesto la più ovvia delle conferme: «Sì – risponde Cleo Fariselli – il rapporto tra dentro e fuori è certamente fondamentale». Ma subito aggiunge: «cerco di darmi delle condizioni che, in qualche modo, mi limitino. La vista passa in secondo piano. La scultura nasce dal gesto, dall’immaginazione, dalla memoria, dall’istinto. Gli occhi non la controllano. Scopro la figura solo quando è ormai compiuta, cioè quando colo il gesso nel buco che prima ho creato nell’argilla». Altra domanda inutile, perché ha scelto l’argilla? «Perché è un elemento diretto. Semplice e difficilissimo al tempo stesso» spiega l’artista, senza in realtà rivelare alcunché. Preferisce infatti raccontarci della mostra-performance intitolata ‘U.’, durante la quale Fariselli consegna al pubblico, opportunamente diviso in gruppi e disposto in cerchio, certi piccoli oggetti scultorei. Fariselli qui interroga il modo in cui la nostra percezione di un oggetto cambia a seconda del gesto con cui ci viene presentato. Ed eccoci in un batter di ciglia proiettati nel teatro, che per l’artista è stato un interesse acceso da teorici dell’anti-sistema come Jerzy Grotowski e Eugenio Barba – Varsavia compare in lontananza, annunciata da André Cadere con le sue barre (il motivo lo rivela l’immagine che segue). Cominciamo a vederci meglio.

Cleo Fariselli, Senza titolo, dalla serie Sculture impugnate, 2014, stampa inkjet, cm 28 x 42.

Cleo Fariselli, Urpe, Daboia, Taipan, Oropel, Petra, Ige, Vlada, Cinna, Nisia, 2013- 2015, tecnica mista su corda, varie dimensioni

Cleo Fariselli, Urpe, Daboia, Taipan, Oropel, Petra, Ige, Vlada, Cinna, Nisia, 2013- 2015, tecnica mista su corda, varie dimensioni. Courtesy of the artist.

Il sé e l’errore.

Non sarà che metodi e limitazioni sono espedienti per definire un sé freudiano? Facciamo un passo di lato. «La sostanza che trovo più interessante è quella dove si incontrano più dimensioni» annuncia ora Fariselli, che ha studiato all’Accademia di Brera con il famigerato Alberto Garutti, altro ‘metodista’ amatissimo dai suoi allievi. La tesi con cui si è diplomata si intitolava ‘Arte come fenomeno naturale’, ed era un tentativo di vedere l’arte al di là della prospettiva antropocentrica, «prima che questa prospettiva diventasse una moda» chiosa Fariselli, aiutandoci così a spiegare perché abbiamo dato del famigerato a Garutti. Più che l’uomo, dunque, le interessa lo spazio, e quindi la fisica quantistica, che agli artisti oggi offre straordinari spunti di riflessione. Ma questa volta non ci caschiamo. «Forse la fonte di alimentazione principale del mio lavoro è la mia esperienza diretta. Non in senso autobiografico – o diaristico, aggiungiamo -, ma per condividere la fisicità della materia». Infatti, della mostra-performance sopra citata non esiste documentazione fotografica. A un certo punto Fariselli ha ‘smesso’ di fotografare, e non ha più ricominciato. «Scattavo una sorta di diario visivo, cercando di rivelare quello che mi colpiva. Fotografavo di tutto. Era, appunto, esperienza. Non mi interessava il soggetto in sé, ma il modo in cui riuscivo a vederlo e coglierne la straordinarietà. Ma quello che fino a un certo momento è stato per me un intensificatore di esperienza a un certo punto si è perso nell’immenso flusso di immagini digitali che la rete versa ogni istante su di noi. L’atto di documentare mi ha nauseato, e così non ho più scattato una foto». Quello che Fariselli invece oggi cerca di fare è, piuttosto, «offrire spunti di auto-indagine e di osservazione della realtà, che possano essere rivolti anche all’esterno».

Auto-indagine.

Concentriamoci sul primo elemento, l’auto-indagine. Il sé di cui parla Fariselli non è autobiografico. Il rifiuto di usare il mezzo fotografico in modo diaristico non è solo un modo per sfuggire all’omologazione imposta dai social network, che ormai sanno di noi molto di più di quello che il dottor Freud avrebbe mai sperato di sapere. Piuttosto, è l’incontro di un limite di natura probabilmente simile a quello che a un certo punto Fariselli ha incontrato nel teatro, o nella musica, che pure l’artista ha studiato a lungo attraverso i tasti del pianoforte, e forse più intensamente di altri, essendo lei figlia di uno straordinario compositore – Patrizio Fariselli. Sono questi gli spazi tra dimensione e dimensione che l’artista prima scova e poi frequenta, questo il senso delle impronte lasciate dal suo corpo nell’argilla (dita, orecchie, spalle, seni, natiche). Probabilmente l’errore di cui parlavamo all’inizio è il limite oltre il quale il mezzo si impossessa del gesto creativo – il che, non solo per i musicisti, arriva molto prima che si inizi a parlare di virtuosismo. All’inizio, invece, l’errore non è un problema, anzi, è una risorsa. Ecco la scultura ‘inversa’ dei Gran Papa, per questo generata escludendo la supervisione della vista.

Fon Gran Papa I, 2019, gesso ceramico di tipo dentistico, sedimenti di argilla, cm 28 x 25 x 64, foto: Silvia Mangosio e Luca Vianello

Cleo fariselli, Fon Gran Papa I, dettaglio, 2019, gesso ceramico di tipo dentistico, sedimenti di argilla, cm 28 x 25 x 64, foto: Silvia Mangosio e Luca Vianello.

Una mostra personale alla Collezione Iannaccone.

Tra i Gran Papa, quelli esposti nella mostra personale che a Fariselli dedica la Collezione Iannaccone (titolo: Hydria) sono i più profondi, ovvero quelli per cui le mani dell’artista hanno scavato più in profondità; si chiamano infatti Fon Gran Papa, ovvero ‘bisnonni’ in lingua creola. Ne escono immagini più primitive rispetto a quelle emerse fino a oggi. Il dialogo al buio con il dato fisionomico si spinge alle soglie dell’aniconico. Errore, dunque, o casualità, sono assorbiti nel processo; sono integrati nel metodo. E lo stesso avviene per la pittura, nuovo limite verso il quale Fariselli ha deciso di muovere.

Cleo Fariselli, Torrente, 2019, olio su tavola, cm 60 x 90 (senza cornice) foto: Silvia Mangosio e Luca Vianello

Cleo Fariselli, Torrente, 2019, olio su tavola, cm 60 x 90 (senza cornice)
foto: Silvia Mangosio e Luca Vianello.

I due nuovi dipinti (su tavola) si intitolano ‘Torrente’ (il più piccolo) e ‘Paesaggio acquatico con bisce’. A noi ricordano i delicati tappeti di fogliame di certi dipinti tardo quattrocenteschi, oppure gli arazzi da queste tratti. Il piedistallo girevole sul quale è montata una testa cava di gesso, resina e scagliola carpigiana, anch’essa in mostra, porta i due occhi della scultura quasi all’altezza di quelli dell’artista. Per guardare attraverso al foro che le sta sulla nuca bisogna alzarsi in punta di piedi. Il gesto ricorda quello dei bambini che guardano in quei binocoli a monete che a volte si trovano nei punti panoramici di grande richiamo (titolo, Scopio). «È un errore del fabbro – spiega Fariselli -, la testa così è troppo difficile da raggiungere. Va abbassata». Poi ci dice che sin da piccola soffre di un disturbo visivo chiamato occhio pigro (ambliopia). In pratica, l’occhio che vede meglio si sovrappone all’altro annullandolo. «Guardando attraverso il buco che sta sulla nuca della scultura si vede il mondo un po’ come lo vedo io».

Cleo Fariselli, Scopio, 2019, gesso, resina epossidica, pigmento micaceo, rivestimento in scagliola carpigiana, acqua distillata, base in ferro, cm 33 x 28 x 25 e cm 55 x 55 x 140 foto: Silvia Mangosio e Luca Vianello

Cleo Fariselli, Scopio, 2019, gesso, resina epossidica, pigmento micaceo, rivestimento in scagliola carpigiana, acqua distillata, base in ferro, cm 33 x 28 x 25 e cm 55 x 55 x 140
foto: Silvia Mangosio e Luca Vianello.