CONCEPTUAL FINE ARTS

Walter Pfeiffer, dialogo con un pioniere della queer photography


Piero Bisello  -  Aprile 8, 2019

In preparazione della mostra personale di Walter Pfeiffer a Milano (con la galleria di Gregor Staiger), siamo andati con l’artista alle origini della sua lunghissima carriera, guardando al suo futuro.

Walter Pfeiffer, Untitled, 1988. C-Print, framed, 60 x 40 cm. Courtesy of the artist and Gregor Staiger.

Walter Pfeiffer, che risiede a Zurigo, dov’è nato 73 anni fa (era il 29 marzo del 1946), ha sperimentato molti medium nella sua lunga carriera; ma il suo nome è oggi soprattutto legato alla fotografia “queer”, di cui Pfeiffer è stato precoce e acuto interprete. Le sue immagini, e i suoi disegni, che insieme hanno dato vita a libri piacevolissimi, sono infatti testimonianza visiva e imprescindibile del processo evolutivo che la sessualità della società occidentale ha attraversato a partire dal secondo dopoguerra. Poi però il suo occhio si è spinto oltre, e dalla fotografia di paesaggio è arrivato alla moda, che ha fatto conoscere il fotografo al grande pubblico trasformando quella testimonianza in modello sociale. Pfeiffer rappresenta i suoi soggetti con semplicità e dolcezza, non senza un pizzico di ironia. Ciò che segue è una breve intervista, che abbiamo avuto con l’artista qualche giorno prima dell’apertura della sua prima mostra a Milano, organizzata dal gallerista Gregor Staiger in collaborazione con CFALive.

Come stai?

In realtà sono molto ammalato, un raffreddore che non va più via. Mi sento come se avessi 102 anni. Sai, di solito lavoro velocemente, ed è frustrante non riuscirci a causa di questo malanno.

Ci dispiace.

È colpa mia. Ho fatto l’errore di andare a nuotare quando poi dovevo partire per Londra. Dovevo lavorare con certi pezzi grossi, ma così ho peggiorato la situazione. Ma ora sono di nuovo Zurigo, pronto almeno per questa intervista. Tra l’altro, vi piace il titolo che ho scelto per la mostra? Notte di Ferragosto.

Come ti è venuto in mente?

Frequentavo Riccione da giovane, e ricordo che c’era la musica di Gianni Morandi ovunque andassi. Era in testa a tutte le classifiche. Era una specie di Santo italiano. Il titolo viene da una delle sue canzoni. Ma forse non ve la ricordate perché siete troppo giovani.

In realtà Gianni Morandi è ancora popolare.

Sì, tanto da fare invidia! (Pfeiffer ride)

Riguardo alla questione generazionale, ci chiedevamo se sei d’accordo con il ruolo che ti si attribuisce, ovvero quello di essere il precursore di fotografi emersi alla fine negli anni Novanta come Wolfgang Tillmans, Diana Scheunemann o Ryan McGinley.

Non saprei dire. Quando ho iniziato, un centinaio di anni fa, sentivo che era solo qualcosa che dovevo fare. Come si dice nell’ultimo libro di disegni che ho pubblicato, ho studiato per essere un illustratore, e ho lavorato come vetrinista. La fotografia è arrivata per intuizione. Ho comprato una Polaroid con la quale ho cominciato a scattare foto dei miei amici, e dalle bellezze da cui ero sedotto (hooked by). Anche quando poi mi sono dotato di un equipaggiamento migliore, non dovevo fare altro che schiacciare un pulsante. Non avrei mai osato considerarmi un fotografo. Al contrario dei miei studenti, che invece vengono educati a esserlo.

Walter Pfeiffer, Untitled., Ink on paper, 1991.

Walter Pfeiffer, Untitled., Ink on paper, 1991.

Quale consiglio dai ai tuoi studenti?

Gli dico di non avere fretta, e di non pensare che la notorietà possa arrivare in un paio d’anni. Quando ero giovane non pensavo che avrei avuto il successo che poi ho avuto. Molti trovavano orrendo il modo in cui usavo il flash. Oltretutto, credo di dovere la mia fama alle bellezze che ho fotografato; farne immagini era tutto ciò che desideravo. Poi credo abbiano contato i buoni maestri, come Jean-Christophe Ammann.

Che rapporto hai con i social media e con la fotografia che essi veicolano?

Il più delle volte posto su Instagram il venerdì, sabato e domenica sera. Ma non lo faccio tutte le settimane. Se solo avessi comprato prima l’iPhone, ora avrei più followers (Pfeiffer ride di nuovo). Mi piaceva Facebook, ma ora sta morendo. Ormai Facebook è cosa per la mia generazione.

Ci raccomandi un profilo Instagram da seguire?

Non saprei, le mie feed non mi interessano più di tanto.

Riguardo all’arte del passato, invece?

Tra gli old masters mi piace moltissimo Piero della Franscesca. Riguardo ai fotografi, mi interessano i classici degli anni Quaranta e Cinquanta. Autori come Cecil Beaton e Horst P. Horst sono stati per me grandi ispiratori.

Walter Pfeiffer, Untitled, charcoal on paper, 1987.

Walter Pfeiffer, Untitled, charcoal on paper, 1987.

Collezioni?

No. Quando avrei dovuto non avevo i fondi necessari. Ora potrei, ma la mia casa è stracolma, anche se continuo a dare via cose. Se muoio non voglio che le persone debbano prendersi cura di tutta questa roba (altra risata). Forse l’unica cosa che ho collezionato sono camminate.

Camminate?

Per esempio, alla fine degli anni Ottanta ho trascorso un lungo periodo a Genova. Durante la settimana dipingevo in questo grande studio pieno di gatti randagi che avevo dentro un vecchio convento. Il sabato e la domenica facevo lunghe camminate. Ricordo che una volta sono andato a piedi fino a La Spezia.

Book spread fro.m Walter Pfeiffer, Welcome Aboard, 2001, Edition Patrick Frey.

Book spread fro.m Walter Pfeiffer, Welcome Aboard, 2001, Edition Patrick Frey.

È una distanza considerevole. Ci ha colpito una tua immagine, si tratta di una variante della tipica immagine delle Alpi che migliaia di camminatori hanno scattato. In Welcome Aboard l’hai ruotata di novanta gradi e messa di fronte all’immagine di due ragazzi a torso nudo (Edition Patrick Frey, 2001).

In quel periodo in realtà non mi interessava scattare foto di paesaggio, specialmente mentre camminavo. Mi interessavano, piuttosto, tutti quei bellissimi italiani, di cui facevo rapidi schizzi per poi tornare in studio e dipingerli. Sono tornato alla fotografia solo dopo che Welcome Aboard è stato dato alla stampa.

Pensi al libro prima di scattare le immagini? Oppure i libri sono raccolte pensate a posteriori?

Lavoro, lavoro, lavoro, e quanto ho una raccolta sufficientemente ampia la mostro a un editore, con il quale selezioni gli scatti che saranno pubblicati. Questo è il modo che preferisco, anche per le mostre. Qualche tempo è venuto un curatore, con il quale abbiamo scelto le immagini per una grande mostra che si terrà a Londra nel 2022.

Book spread from Walter Pfeiffer, Das Auge, die Gedanken, unentwegt wandernd, 1986, Edition Patrick Frey.

Book spread from Walter Pfeiffer, Das Auge, die Gedanken, unentwegt wandernd, 1986, Edition Patrick Frey.

Come affronti la transizione da un medium all’altro? Usi le fotografie per disegnare, o vice versa?

Dopo un periodo di pittura iperrealista sono passato al disegno, che amo, e che non richiede la presenza di immagini fotografiche.

Com’è la tua giornata? Solo lavoro?

Le mie giornate sono in realtà molto strutturate. Di mattina, se non sono malato, vado a nuotare. Poi cucino. Poi lavoro finché non è il momento di coricarmi. Non esco più così spesso, sarebbe una perdita di tempo (ride). Al contrario di quando vivevo a New York, dove andavo a ballare tutte le sere, avendo lo studio sponsorizzato dalla banca UBS, per la quale dovevo comportarmi come un artista serio, e mostrare dipinti sul cavalletto.

Giusto, le banche non vanno deluse. Qual è invece il tuo approccio alla moda?

I lavori commerciali possono essere molto difficili. A un certo punto è capitato che, dopo quindici anni che non prendevo in mano una macchina fotografica, mi fosse chiesto di tornare a scattare una pubblicità. Erano i primi anni del nuovo secolo. Per sbaglio dimenticai il filtro giallo sull’obiettivo, il filtro che ho usato in Das Auge, die Gedanken, unentwegt wandernd (Edition Patrick Frey, 1986). Il risultato fu pessimo, ma imparai la lezione. Imparai anche a lavorare con le persone che non conoscevo, ma che hanno preparato tutto solo per te. Ammetto che mi ci è voluto del tempo.

Quindi, preferisci lavorare con gli amici?

Sì, certo. Com’è avvenuto con l’edizione del Buffalo magazine che tra poco uscirà. I lavori commerciali che accetto sono quelli che mi stimolano, quelli che mi fanno dire “Oh, yes!”. Per esempio, ero a Milano un paio di mesi fa, a scattare per Marni e W Magazine. Mi sono divertito moltissimo.

Sì legge di te che hai bisogno di sentirti ‘sfidato’ ad ogni immagine. Come riesci a sentirti ancora così dopo anni di pratica?

Negli ambienti commerciali di oggi la vera sfida è lavorare con persone che non conosci, in un contesto in cui l’unica cosa che tutti vogliono è diventare famosi su Instagram. Ovviamente questo è noioso, e sono ancora sorpreso che la mia carriera sia andata così bene, anche se non credo di aver fatto nulla perché accadesse. Forse i miei colleghi più giovani si chiedono come mai un fotografo della mia età riesce ancora ad ottenere commissioni importanti.

Dipende dalla reputazione?

Probabilmente è così.