CONCEPTUAL FINE ARTS

Al Met con Silvio Wolf, da Tintoretto a Baselitz


Silvio Wolf *  -  Aprile 16, 2019

‘At the show with the artist’: Silvio Wolf ci accompagna al Met, di fronte al Ritratto d’uomo di Tintoretto, che poi lo porta fino a Baselitz, quando ritrae Lucio Fontana.

Jacopo Tintoretto, 1550s, oil on canvas, 44 3/8 x 35 in. (112.7 x 88.9 cm). Gift of George Blumenthal, 1941. Courtesy Metropolitan Museum, New York.

Jacopo Tintoretto, Portrait of a man, 1550s, oil on canvas, 44 3/8 x 35 in. (112.7 x 88.9 cm). Gift of George Blumenthal, 1941. Courtesy Metropolitan Museum, New York.

Chi era l’agiato uomo di mezz’età elegantemente vestito, rispettabile e dall’aspetto curato che posava immobile al cospetto del Tintoretto?
Chi contemplava le età della propria vita e le vicende che l’avevano condotto a trovarsi in quel luogo a quell’ora davanti al pittore affinché quel ritratto, ancora vietato ai suoi occhi, gli sopravvivesse attraverso lo sguardo dell’artista?
Quale immagine di sé proiettava nella piatta figura che avrebbe donato vita eterna alla sua caduca esistenza?

Tutti gli avvenimenti, i casi e le necessità del tempo e della storia, le scelte fatte e non fatte, le decisioni prese, le rinunce, i rimorsi, i dubbi, i fatti accaduti nella loro tragica, irripetibile esattezza, l’avevano condotto ad essere quel Ritratto d’Uomo. Sapeva che offrendosi all’occhio, la mano e al cuore dell’artista avrebbe cessato d’essere colui che credeva di essere per trasformarsi in chi l’altro avrebbe voluto che lui fosse.

Eccolo dunque farsi immagine, cedere e svanire, arrestarsi, posare e apparire nel flusso del tempo e della storia, trasformando corporeità e spirito nella visibile proiezione dell’Altro: di chi dipingendolo sottraeva per restituirgli, carpiva per donargli, limitava per renderlo in-finito, trasformandolo in icona dell’essere, dell’essere stato e del poterlo essere nuovamente.

Vissuto, morto e sepolto verso la metà del XVI Secolo, quel Uomo è ora sospeso sulle pareti del Metropolitan Museum di New York al cospetto di migliaia di sguardi che osservano lui e non lui, lui ma non lui; l’Uomo e l’altro Uomo, l’artista e il suo modello, lo schermo e lo specchio.

L’Uomo del Tintoretto è il futuro del passato, l’artista che si rappresenta attraverso l’altrui corpo virtuale, le ceneri impastate con olio su tela; il tempo di quegli occhi vivi, immobili e profondi che convocano ciascuno nel presente della vita.

Nelle nobili sale della Lehman Collection, là dove solo ciò che dovrà essere ricordato, celebrato e ammirato, protetto e studiato troverà posto per l’umana celebrazione della Storia dell’Arte, l’Uomo e il Tintoretto si sono scambiati e riflessi identità e persona, vivendo per sempre confusi nel loro Portrait of a Man.

Georg Baselitz L. Fontana, 2018. Oil on canvas, 60 5/8 x 42 15/16 inches (154 x 109 cm). © Georg Baselitz. Photo: Jochen Littkemann. Courtesy Gagosian.

Georg Baselitz, L. Fontana, 2018. Oil on canvas, 60 5/8 x 42 15/16 inches (154 x 109 cm). © Georg Baselitz. Photo: Jochen Littkemann. Courtesy Gagosian.

Il ritratto di Lucio Fontana di Georg Baselitz.

Contemporaneamente alla Gagosian Gallery un altro uomo affiora dall’alchemico impasto di tempo e di olio su tela, un altro volto ritorna alla luce: quello dell’autoritratto di un pittore raffigurato da un altro pittore.
Due uomini mai trovatisi l’uno al cospetto dell’altro, la luce dei cui occhi non si era mai posata sui reciproci sguardi, ricreano la propria immagine: è il ritratto ad olio dipinto da Georg Baselitz ispirato all’autoritratto a matita di Lucio Fontana.

Il pittore dà vita al suo volto raffigurandolo nella densità luminosa della tormentata e materica pittura ad olio, meditativamente sospeso, immobilmente capovolto. Nella bianca cattedrale laica dell’arte contemporanea, dove le immagini sono celebrate, scambiate e protette, un universo di volti dipinti rivela quello di artisti auto-ritratti, che Baselitz ricrea con pensiero e grafite, sguardo e pastello, olio e immaginazione.

Ancora una volta l’immagine compie il miracolo della figurazione e della sostituzione, dell’impegno e della sfida; riporta in vita e ci ricorda la morte attraverso l’immane potere d’asserire il presente, raffigurando sempre e solo il passato.

Gli uomini si sono fatti immagine di ogni cosa” 1 visibile e invisibile, dei propri corpi, dei volti e degli sguardi, dei desideri e delle attese, delle paure e dei sogni.

Attraverso il culto della rappresentazione, dell’identificazione e dell’inganno, dell’essere e del divenire, può un’immagine esprimere in forme finite ciò che invece scorre incessantemente e muta a ogni nuovo sguardo?

Se ciò che vediamo è forma sensibile del nostro pensiero che si riflette in ciò che già è, come possiamo raffigurare quanto esiste indipendentemente da noi?

Se essere e non essere sono la simultanea condizione dell’Io in cerca d’eternità, cosa si cela nell’Infinito presente dell’umana apparenza?

Cosa ci conduce incessantemente a fare immagine: a farci immagine?

Come matura l’idea di un’opera? Questo rimane il più misterioso, il più sfuggente dei processi. Si direbbe che si sviluppi indipendentemente dal nostro controllo, nel subconscio, dove l’idea cristallizza all’interno delle pareti della nostra anima. 2

* Silvio Wolf (1952) vive e lavora tra Milano e New York. A partire dai primi anni Ottanta il suo lavoro è stato esibito in tutto il mondo, e in mostre come New Image (1980, Milano), Aktuell ‘83 (Monaco di Baviera), Documenta VIII (1987, Kassel). Nel 2009 è stato invitato alla 53° Biennale di Venezia. Wolf attualmente insegna fotografia all’Istituto Europeo di Design di Milano, e alla School of Visual Arts di New York.

Note:

1 in Wim Wenders, Così Lontano, Così Vicino, 1993, l’Angelo Raphaela all’Angelo Cassiel.

2 In Andrei Tarkovsky, Scolpire il Tempo, 1986.