CONCEPTUAL FINE ARTS

Margherita Moscardini, l’arte sostenibile esiste


Stefano Pirovano  -  Aprile 23, 2019

Margherita Moscardini, il Comune di Reggio Emilia e la Collezione Maramotti danno vita alla prima fontana extraterritoriale Europea e riaprono il dibattito sull’arte pubblica.

Margherita Moscardini, Inventory. The Fountains of Za’atari, 2018, still da video, formato 4k, 31 min. / video still, 4k format, 31 min.Il video-documento è stato girato in Giordania tra il settembre 2017 e il marzo 2018 / The video-documentary was filmed in Jordan between September 2017 and March 2018. Winner Italian Council 2017 MiBAC- DGAAP. Courtesy Fondazione Pastificio Cerere, Roma © the artist.

Margherita Moscardini, Inventory. The Fountains of Za’atari, 2018, still da video, formato 4k, 31 min. / video still, 4k format, 31 min.Il video-documento è stato girato in Giordania tra il settembre 2017 e il marzo 2018 / The video-documentary was filmed in Jordan between September 2017 and March 2018. Winner Italian Council 2017 MiBAC- DGAAP. Courtesy Fondazione Pastificio Cerere, Roma © the artist.

« Il lavoro [ovvero l’opera] è altrove » ci dice Margherita Moscardini quando, in visita alla Collezione Maramotti, proviamo a chiederle di parlarci della componente formale del suo ‘lavoro’ sul campo profughi di Za’atari. Qui, nella Pattern Room della Collezione, e in concomitanza con l’apertura dell’edizione 2019 del festival Fotografia Europea di Reggio Emilia, Moscardini presenta infatti per la prima volta una versione completa del ‘dispositivo’ (come lo chiama lei) d’opera. Nel Parco Alcide Cervi (pure a Reggio Emilia) c’è invece la prima fontana. Presto diventerà un ‘buco’ di extra-territorialità scavato nel comune emiliano – il primo ad acquisire il ‘modello’ di una fontana di Za’atari, grazie al supporto della Collezione. La burocrazia che porterà al riconoscimento ufficiale dello statuto speciale di questo piccolo lembo di terra è già al lavoro. Secondo la mappa di Za’atari disegnata da Moscardini questa è la fontana numero 32. Le ‘royalties’ derivanti dalla copia emiliana andranno al suo progettista, Fida’ Khalid Qazaq, che attualmente vive con la famiglia nel distretto 4 del campo, e che quella fontana l’ha costruita per resistere alla sua minor fortuna – per le famiglie di Za’atari l’acqua è un problema primario.

Margherita Moscardini, Mahallat el-Ghouta 94, Block 8, District 4, 2019, marmo / marble, 55 x 647 x 420 cm. Parco Alcide Cervi, Reggio Emilia. Progetto The Fountains of Za’atari, Collezione Maramotti. Ph. Andrea Rossetti.

Margherita Moscardini, Mahallat el-Ghouta 94, Block 8, District 4, 2019, marmo / marble, 55 x 647 x 420 cm. Parco Alcide Cervi, Reggio Emilia. Progetto The Fountains of Za’atari, Collezione Maramotti. Ph. Andrea Rossetti.

Margherita Moscardini, ‘Altrove’.

‘Altrove’ per Moscardini vuol dire al di là della forma, e questo nonostante la fontana di Reggio sia stata letteralmente capovolta rispetto all’originale (la vasca della fontana fa da supporto al piano del cortile). « Per me – precisa l’artista – la forma è molto importante. Ma credo che il cuore di questo progetto nello specifico, oltre le sue forme, sia nel suo essere dispositivo, nella sua capacità di agire nel presente, creando uno spazio non soggetto alla sovranità di alcuno stato ». Ecco l’altrove di cui parliamo. Sulla parete che corre a sinistra dell’ingresso della Pattern Room c’è, appunto, una grande mappa di Za’atari e delle sue fontane. Attualmente il campo ospita 80.000 persone, in una città non città il cui perimetro è segnato dal filo spinato e dai carri armati. Per imprimere l’immagine sul muro Moscardini ha usato la tecnica dello spolvero, impiegando come pigmento la terra di laggiù. Vedendo la mappa è impossibile per chi ha letto ‘Il mio nome è rosso’ di Orhan Pamuk non tornare alle fontane di Istanbul, e da lì saltare a quelle dei ‘campi’ veneziani, veri fossili architettonici scampati al cemento. Sulla parete lunga, parallela alle vetrate, c’è invece una rastrelliera dal profilo metallico. La struttura è di sapore artigianale. Qui sono allineati i disegni di tutte le fontane di Za’atari. Sulla parete parallela alla mappa un video che da dimensione visiva al racconto di cui parliamo, cioè documenta i vari passaggi del progetto. Di fronte a questo c’è un grande piedistallo, alto come un bambino, tanto grande che potrebbe sostenere un monumento, ma che in questo caso da appoggio a scritti e documenti che raccontano l’opera d’arte, la sua struttura mentale, i suoi referenti culturali (Hannah Arendt e Giorgio Agamben sopratutto), e il suo funzionamento

Le Fontane di Za’atari’ è un dispositivo: 61 modelli di cortili con fontana da vendere a città europee e istituzioni affinché vengano riprodotte come sculture per spazi pubblici. Le ‘royalties’ verranno pagate al designer originale della fontana, e le sculture sul suolo europeo verranno trasformate in oggetti di statuto extraterritoriale.
Spazi di immunità, vuoti di potere, buchi neri sul suolo nazionale?
(scritta a penna sul piedistallo di cui parliamo).

Margherita Moscardini, The Fountains of Za’atari, Veduta di mostra / Exhibition view, Collezione Maramotti, 2019.

Margherita Moscardini, The Fountains of Za’atari, Veduta di mostra / Exhibition view, Collezione Maramotti, 2019.

Margherita Moscardini, The Fountains of Za’atari, Veduta di mostra / Exhibition view, Collezione Maramotti, 2019. Ph. Andrea Rossetti.

Margherita Moscardini, The Fountains of Za’atari, Veduta di mostra / Exhibition view, Collezione Maramotti, 2019. Ph. Andrea Rossetti.

Pubblico e privato.

« Ho iniziato a lavorare su Za’atari perché ho sentito l’esigenza di riflettere su questo luogo. Ho riconosciuto i cortili con fontana come sculture. Certo, gli 80000 residenti di Za’atari non sono tutti artisti, ma potrebbero senz’altro esserlo alcuni di coloro che hanno realizzato i propri cortili con fontana. Io mi limito a commercializzare buchi giuridici sul suolo nazionale, cercando di alimentare l’economia del campo, forzando l’idea che il campo per rifugiati debba essere ripensato come realtà urbana destinata a durare. Se diversamente concepito, il campo (non necessariamente quello di Za’atari), può diventare un modello virtuoso di città del futuro, magari da esportare. Ogni epoca ha generato i propri modelli urbani, interpretando le esigenze del proprio tempo. Il futuro della nostra civiltà è lo spostamento di massa. Se i campi sono ripensati come modelli urbani virtuosi, possono diventare un nuovo paradigma politico oltre lo stato-nazione? La mia opera è dunque un dispositivo. C’era una possibilità di soddisfare un’esigenza e ho semplicemente cercato di coglierla. Come autore, come artista, mettersi al servizio non già delle arti, ma di un’urgenza di questo tempo, non significa essere meno artista: significa credere che l’arte è ancora un progetto enorme, che solo guardando e agendo dentro le urgenze di questo tempo può affrancarsi dalla propria autoreferenzialità e dai propri miseri schemi, tornando, appunto, a essere quel progetto straordinario che può muovere le montagne ».

Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati i campi profughi vivono in media 17 anni. Il campo per rifugiati di Za’atari è stato costituito nel 2012, in un’area quasi desertica al nord della Giordania. Ha accolto una parte dei 6 milioni di siriani che, a causa di una guerra civile tutt’ora in corso, hanno dovuto lasciarsi tutto alle spalle e scappare all’estero. Nel 2014 il campo ha raggiunto una popolazione di 150.000 persone, diventando il secondo più grande al mondo. In quel momento il triste primato andava al campo di Dadaab, in Kenya, dove vivevano 350.000 persone. Oggi Cox’s Bazar in Bangladesh si parla di un milione di anime di fede musulmana in fuga dall’esercito del Myanmar.

La possibilità di cui parla Moscardini è l’Italian Council, ovvero un bando lanciato dal MiBACT nel 2017 per ‘valorizzare la creatività contemporanea italiana all’estero’ attraverso la produzione di opere d’arte, programmi di residenza, o supportando la partecipazione degli artisti italiani a rassegne internazionali – rassegne come Documenta a Kassel, o Manifesta’, precisa il sito del Ministero. La Fondazione Pastificio Cerere di Roma ha invitato l’artista a partecipare al bando. L’opera di Moscardini su Za’atari è dunque l’effetto di un finanziamento pubblico, e la libertà di approccio che si avverte è dunque espressione di un’istituzione democratica, che la compagine privata (in questo caso la Collezione Maramotti) ha virtuosamente contribuito a far risuonare rispondendo a un’istanza senz’altro etica, prima che artistica. Ed è questa una dimensione dove l’arte può ritrovare se stessa e il suo fondamentale ‘impegno ad agire, soffrendo il proprio tempo’ (Moscardini). Non già perché il mercato sia un nemico, o perché l’arte non possa essere un mestiere. Ma perché l’arte è anche una risorsa sociale, e come ogni risorsa anche l’arte va rispettata, non spogliata – come abbiamo sottolineato nei nostri scritti su Berenice Olmedo e sul centro d’arte fondato da Ibrahim Mahama a Tamale. Altrimenti anche il mercato a un certo punto potrebbe smettere di esistere. Le opere, al contrario dei titoli, sono beni emozionali, esattamente come le persone che le creano (P. Klossowsky, La moneta vivente, 1970).

Margherita Moscardini, Inventory. The Fountains of Za’atari, installation View at Fondazione Pastificio Cerere. Photo by Andrea Veneri, Courtesy Fondazione Pastificio Cerere and the artist.

Margherita Moscardini, Inventory. The Fountains of Za’atari, installation View at Fondazione Pastificio Cerere. Photo by Andrea Veneri, Courtesy Fondazione Pastificio Cerere and the artist.

Una promessa per il futuro.

Da Moscardini apprendiamo che a Za’atari ci sono scuole, moschee, campi sportivi, bancomat mobili, negozi (più di 3000), e una via ironicamente battezzata Sham-Elysèes (Sham è l’antico nome di Damasco). Lei c’è stata più volte tra il 2017 e il 2018, grazie alla collaborazione dell’Ambasciata Italiana ad Amman, in Giordania. Il sistema economico si basa sugli Evoucher, collegati a un conto corrente, dal quale la persona può prelevare denaro dei sussidi. Ai supermercati del campo si paga con il sistema di riconoscimento dell’iride. L’energia elettrica arriva da un enorme campo fotovoltaico. « Queste città possono rivelarsi modelli virtuosi di innovazione, anche dal punto di vista tecnologico. Nell’arco di pochi anni si è passati dalla tendopoli ai caravan, e poi alle agglomerazioni di caravan, disposti attorno a uno spazio centrale, com’è tipico nell’architettura araba ».

Insieme a Moscardini a Reggio abbiamo la fortuna di incontrare anche Kilian Kleinschmidt, funzionario dell’UNHCR e coordinarore di Za’atari tra il 2013 e il 2014. Oggi Kleinschmidt attraverso la piattaforma Switxboard si occupa ‘di far incontrare le migliori risorse a disposizione nel mondo con i bisogni dei più svantaggiati’. Lo slogan che descrive il progetto non poteva essere più chiaro. La sua idea di Za’atari è quella di un luogo con straordinarie risorse umane pronte a esprimersi se si è in grado di offrire loro le condizioni adatte affinché questo accada. Anche grazie al suo supporto Moscardini è riuscita a sviluppare l’idea delle fontane. Tocchiamo con Kleinschmidt molti argomenti, ma sopratutto ci interroghiamo su come sia possibile permettere anche in situazioni critiche come quelle dei campi profughi le funzioni culturali che caratterizzano le città ‘normali’. Già, perché, come ci fa notate Kleinschmidt, uno dei veri problemi dei campi profughi sparsi in tutto il mondo è che per permettere che la vita scorra davvero a un certo punto non basta assicurare beni primari come acqua corrente, cibo ed elettricità. Servono forme evolute di interazione sociale, come il commercio, la religione, lo sport o la cultura. Emerge un concetto, riguardo all’idea di casa, che è anche il senso più profondo delle fontane di Za’atari (e Reggio). Cosa ne è di questa idea quando le persone sono private della possibilità di tornare al luogo a cui appartengono? La casa è dentro di noi, dunque, e gli oggetti di cui ci circondiamo (incluse le opere d’arte) non sono altro che la proiezioni di questa idea. La casa è dunque l’identità entro cui ci riconosciamo, ancorché apolidi.