CONCEPTUAL FINE ARTS

Grandi cicli pittorici contemporanei: un’introduzione


Stefano Pirovano  -  Settembre 3, 2019

Who is painting the Scrovegni Chapel of our Century? Here is some artists who have painted pictorial cycles comparable to those that have made the history of art, or are about to do it.

Giotto, Cappella degli Scrovegni, Padova, 1302-1305.

Dopo aver maturato l’idea che la storia della pittura si incardina sui grandi cicli pittorici, Padalla Cappella Scrovegni, alla Sistina, all’emblematico Ciclo di Orfeo attribuito a Grechetto di cui abbiamo scritto qualche tempo fa); e dato che le opere di grandissimo formato hanno spesso anche incarnato le più alte ambizioni degli artisti che le hanno dipinte – si pensi alle ninfee donate Claude Monet alla Francia all’indomani della fine della Prima Guerra Mondiale, o a Guerninca di Picasso, o alla meno nota Stanza Blu di Francesco Clemente – abbiamo provato a guardare da questo angolo la scena contemporanea per cercare di scoprire quali sono gli artisti che, oggi, raccolgono questa ‘sfida’ della storia; una sfida il cui ambito premio è, per l’opera, l’esser elevata allo stato di capolavoro.

Sam Falls e il ciclo ‘California Flora (National Forest Condensation Wall, North to South)’.

Durante l’ultima edizione di Art Basel, per esempio, molti avranno notato il ciclo di nove dipinti presentati da Sam Falls nella sezione Unlimited. Tutte le opere portano il titolo ‘California Flora (National Forest Condensation Wall, North to South)’. L’artista californiano è solito scrivere di proprio pugno i testi che introducono le sue opere più importanti, e dunque: ‘This body of work depicts the unique and rich collection of national forests in California, where almost every type of landscape environment can be found. […] The works are installed from north to south read from left to right, so at the top there is the Six Rivers and Lassen, drawing a line down through the national forests of California to the southern paintings on the right of the Angeles, San Bernardino, and Cleveland National Forests. Together they represent the diversity of a state and a nation and a silent testament to nature around the world and the hope for its preservation in a changing political and global climate’. Il pensiero non può far a meno di correre a Monet e alla sua donazione. L’occhio segue da vicino. Similmente i due artisti impiegano una pittura de-satura e ariosa, pur utilizzando tecniche molto diverse (Falls poggia la materia vegetale sulla tela cosparsa di pigmento puro e lascia che, en plain air, l’umidità naturale catturi fotograficamente la forma). Ma come Monet, anche Falls cerca la leggerezza vibrante dell’impressione e ragiona per episodi idealmente collegati, intesi per immergere lo spettatore nella pittura. Poco importa, a questo punto, se le ragioni di mercato imporranno lo smembramento del ciclo. Esso è stato pensato e presentato come unità e tale rimarrà nella produzione dell’autore.

pictorial cycles

Sam Falls, California Flora, (National Forest Condensation Wall, North to South), pigment on canvas, 2017, at Art Basel – Unlimited 2019. Ph. Conceptual Fine Arts.

Vittorio Brodmann, Enough people to fill a canoe.

Vittorio Brodmann è conosciuto per esser un artista che, quando dipinge, da il meglio di sé nei piccoli formati. Eppure, nel 2016, in occasione della mostra personale a lui dedicata dalla Kunsthalle Bern, ha presentato un felicissimo dipinto lungo 12,5 metri per 2,2 di altezza.  è un capolavoro? Probabilmente sì, non già per le dimensioni, ma perché prova del fatto che il linguaggio pittorico di Brodmann – così sfuggente e indefinito, ma allo stesso tempo così incisivo e universale – non soffre il salto di dimensione. Anzi, probabilmente nel gradissimo formato diventa ancora più efficace, come del resto spesso avviene quando la pittura è di matrice figurativa. Il punto è, semmai, trovare le condizioni adatte perché l’opera possa compiersi.

pictorial cycles

Vittorio Brodmann, Enough People to Fill a Canoe, 2016. Acrylic and charcoal on canvas, 180 x 1,100 cm.

Wade Guyton, Mark Rothko, e l’Indig room di Francesco Clemente.

Infatti, oltre a essere frutto di una commissione – come in certa misura accade anche oggi, al contrario delle opere ‘portabili’ -, i grandi cicli pittorici del passato hanno potuto compiersi anche grazie al fatto che l’architettura a cui erano destinati diventava temporaneamente lo studio dell’artista. Non dimentichiamoci che per dipingere opere grandi servono spazi adeguatamente ampi, almeno quando si tratta di figurazione; A questo riguardo Wade Guyton ha avuto vita facile. Pur avendo presentato cicli monumentali in ogni grande museo del quale è stato ospite fino a ora (Ludwig, Whitney, Kunsthalle Zurich, Punta della Dogana), Guyton ha sempre lavorato con parti che poi venivano montate il loco e smembrate a fine mostra. In termini di espressività il risultato è sempre stato straordinario, ma va anche detto che quando si stratta di arte aniconica, come nel suo caso, è molto, forse troppo difficile sbagliare. Per contro, è assai più difficile per gli astrattisti riuscire a essere efficaci coi piccoli formati. Alla fine nemmeno Gerhrad Richter ci riesce.

Quando si parla di Mark Rothko, come fa De Lillo in Cosmopolis, la cappella commissionata da John and Dominique de Menil nel 1971 rimane la pietra angolare cui tutto alla fine converge. E questo anche in ragione del fatto che tendenzialmente i grandi cicli non sono mercificabili, come De Lillo stesso del resto osserva: ‘appartengono all’umanità’. L’Indigo room di Francesco Clemente, che di fatto è un ambiente pittorico concepito per rivestire interamente la stanza in cui è esposto, è stata composta tra il 1983 e il 1984 a Madras, nel giardino dell’amico scrittore Prema Srinivasan, dove si trovava tutto il necessario per stampare con l’indigo sul cotone. Da allora l’opera è di proprietà di un collezionista italiano ed è stata mostrata solo in occasione della retrospettiva dedicata a Francesco Clemente dal Guggenheim nel 1999. L’anno prima Clemente aveva dipinto a New York un grande affresco per il loft di Julian e Jacqueline Schnabel (Mice, Rice, Dice). Presumiamo l’opera sia ancora al suo posto. Nel 1982 Celmente aveva completato le Fourteen Stations, un monumentale ciclo di 12 tele per un totale di quasi 270 metri quadri di superficie pittorica, pure entrate in una collezione privata e mai riapparse sul mercato.

Il Revelation Theatre di Srijon Chowdhury.

In questo contesto si inserisce dunque anche il Revelation Theatre, ciclo di sette grandi tele che Srijon Chowdhury (qui il link all’articolo in cui abbiamo analizzato il lavoro di Srijon Chowdhury) ha dipinto nel 2017. Come quasi tutte le opere di cui abbiamo parlato anche queste si avventurano nelle pianure della spiritualità, non solo offrendo simboli, figure archetipiche o semplici impulsi formali, ma facendosi ambiente, e dunque esperienza. I riferimenti al libro dell’Apocalisse di Giovanni non sono letterali, ma allusivi. I dipinti che compongono la serie sono sette, come le sette Chiese a cui parla l’Apostolo, ma le similitudini finiscono qui. La visione di Chowdhury è istintiva più che intellettuale. La rivelazione è un percorso dentro la quotidianità e un monito al proprio destino. Gli interpreti della profezia appartengono al nostro presente (e al vissuto dell’autore). Gli angeli della morte sono uomini armati di fucile, ma uccidono con la lancia; le bestie sono inquietanti più che spaventose. L’acchiappasogni (dreamcatcher) introduce un elemento culturale esterno, di ascendenza indiana, trasformando l’universalità del messaggio apocalittico in un fatto personale, che probabilmente si risolve nella figura femminile che cavalca il cavallo verde. La riflessione sull’idea di fine avviene attraverso suggestive bifore a sesto acuto, che la pittura, trasformata in una vetrata gotica, rivela attraverso una luce che arriva necessariamente dall’esterno. Si rafforza così l’idea di trovarsi dentro a qualcosa, un teatro appunto (più che un edificio religioso), oppure un ventre materno. Il riferimento alla nascita non è solo nel pannello in cui il gruppo di donne velate veglia (prega?) sul neonato, ma anche nella forma uterina che appare, con occhio ciclopico, nel pannello intitolato ‘Cycle’, ciclo. Dopotutto l’Apocalisse non è che un eterno ritorno.

contemporary monumental painting

Srijon Chowdhury, Revelation Theater, 2017, oil on linen, seven partes. As presented at The Art Gym, Marylhurst University, Oregon, US.

Nicolas Party, Matthew Lutz-Kinoy e Maxwell Alexandre.

Di tutt’altro tono è la spiritualità surgelata che aleggia nei paesaggi di Nicolas Party, un artista che in molte occasioni ha portato la sua pittura direttamente sulla superficie architettonica, ma senza attribuire a questa dimensione della sua opera valore primario. Tanto che la gran parte dei suoi dipinti murali sono stati cancellati. Capitava già nel 2013 in Scozia, a Glasgow, quando nell’ambito di un progetto chiamato Walled Garden Party ha dipinto un ipnotico panorama lungo oltre trenta metri, per sei di altezza. Capita, di recente, alla Marciano Art Foundation di Los Angeles, dove l’artista ha lasciato un dipinto murale esteso sui quattro piani dell’edificio. Ma, come si diceva, si è sempre trattato di episodi effimeri, destinati a rafforzare l’effetto dei pastelli più che ad avere vita in sé. Ed questa forse la vera discriminante, ovvero l’ambizione sia da parte dell’artista che da quella del committente di produrre opere dall’orizzonte temporale in(de)finito. Dotata di più potenziale, in questo senso, sembrerebbe la pittura di giovani autori come Matthew Lutz-Kinoy o Maxwell Alexandre. Di quest’ultimo ci siamo occupati qualche tempo fa in occasione della sua prima mostra personale in un’istituzione europea (qui il link al nostro articolo dedicato a Maxwell Alexandre). C’è ragione di pensare che un ciclo importante potrebbe a un certo punto arrivare. Del secondo, invece, va certamente citata la mostra a Le Consortium di Digione del 2018, intitolata Southern Garden of the Château Bellevue. Lutz-Kinoy ha espressamente cercato di creare un’opera pittorica unica e immersiva, ancorché divisa in più livelli, traendo ispirazione dalle grandi collezioni d’arte antica di New York, a partire dal Metropolitan e dalla Frick Collection. E da due autori lontani nel tempo, ma per certi versi simili, come Caroleen Schneemann e Francois Boucher. Lutz-Kinoy ha guardato alla stanza dedicata a quest’ultimo dalla Frick Collection, e alle sue ‘fantasie bucoliche’.

contemporary pictorial cycles

Nicolas Party, Landscape, 2013, Spray paint on wall, 600 x 3000 cm, Exterior view ‘157 Days of Sunshine’, The Bothy Project at the Walled Garden, 2013.

contemporary monumental painting

Matthew Lutz-Kinoy, Southern Garden of the Château Bellevue, Le Consortium, Dijon, 2018.