CONCEPTUAL FINE ARTS

Michael Callies, fondatore di dépendance (un’intervista)


Piero Bisello

Abbiamo incontrato Michael Callies, fondatore di dépendance a Bruxelles, per ripercorrere il suo percorso di artista e gallerista.

Sono passati ormai quasi vent’anni da quando dépendance ha aperto, a Bruxelles. Qui la galleria ha saputo marcare il proprio territorio, presentando artisti straordinari, ma senza per questo mai assumere toni da superpotenza del mercato. Abbiamo incontrato il fondatore di dépendance, Michael Callies, per parlare con lui della storia della galleria e capire meglio il suo approccio al mercato. Ciò che più ci ha colpito della sua storia è il senso di fiducia che Michael Callies è riuscito a stabilire con gli artisti che espone. Se è vero che esistono gli ‘artisti degli artisti’ (per un esempio, qui la nostra intervista con Philippe van Snick), ovvero quegli artisti che gli artisti stessi più amano, di certo dépendance avrebbe molte carte in regola per essere la loro galleria d’elezione.   

Michael Callies
Michael Callies con Josef Strau.

All’inizio non voleva fare il gallerista ma l’artista, giusto?

Michael Callies: Ho studiato per insegnare educazione fisica, ma non sono riuscito a finire l’università. Tutto era troppo grande, troppo affollato. È stato un trauma. Poi, nel 1990, Martin Kippenberger è venuto a insegnare alla Städelschule di Francoforte, insieme con Michael Krebber. Già lo conoscevo, e mi piaceva il suo lavoro. Avvicinai il suo assistente e gli chiesi se potevo essere uno studente ‘ospite’. Loro acconsentirono. Dopo due semestri il corso di Kippenberger è finito, e io ho iniziato a studiare grafica a Offenbach. Ma l’anno dopo ho lasciato la scuola e sono tornato alla Städelschule, che ho completato nella classe di Georg Herold e Thomas Bayrle. Lavoro ancora con alcune delle persone che ho incontrato allora, come Thilo Heinzmann, Sergej Jensen o Haegue Yang per esempio. Come artista non sono stato molto produttivo. Qualche mostra minore, nulla di che. Ho sempre pensato che qualcuno prima o poi sarebbe venuto a chiedere di chiesto di esporre i miei lavori; ma non è mai successo. Oltretutto, non ero un pittore. Il mio lavoro era concettuale, e un po’ sarcastico. Non avevo progetti per il futuro, a differenza di alcuni artisti che conoscevo all’epoca e che avevano già le idee molto chiare. A un certo punto un amico curatore ha organizzato una mostra collettiva, invitando tutti gli altri miei amici artisti. Io non sono stato invitato. Questo è stato il momento in cui ho deciso di fermarmi.

A quel punto ha saltato il fosso…

Michael Callies: Per più di un decennio ho fatto avanti e indietro tra Francoforte e il Belgio, mentre mia moglie lavorava qui, a Bruxelles. Passavo il tempo nelle librerie e al mercato delle pulci, libero di esplorare e comprendere la scena artistica locale. Attraverso un amico alla fine ho incontrato Stephan Jaax, che era un collezionista d’arte ed ex banchiere di qui. A un certo punto abbiamo deciso di fare qualcosa insieme. Abbiamo messo dei soldi nel progetto e abbiamo organizzato il nostro primo evento: una mostra di Sergej Jensen. Abbiamo calcolato che, mantenendo i costi al minimo, avremmo potuto tenere aperta la nostra galleria per un paio d’anni, anche senza vendere nulla. Abbiamo ricevuto una lista di possibili collezionisti da qualcuno, ma poi abbiamo capito che la lista non era affatto aggiornata. Non avevamo idea dell’attività che avevamo appena iniziato..

Michael Callies
Michael Krebber: Unfinished Too Soon. 2011. Installazione con Michael Krebber, dépendance, Brussels.

Come avete scelto riguardo alle mostre successive?

Michael Callies: Dopo Sergej, che era un amico e lavorava già con la Galerie Neu, la lista è cresciuta invitando amici, e amici di amici.

E come siete arrivati gli artisti con cui lavorate oggi?

Michael Callies: Posso fare degli esempi. Qualche tempo fa mi trovava in una fiera d’arte ad Atene, dove sono stato invitato insieme ad altre dieci gallerie da Isabella Bortolozzi. Stavo installando lo stand e avevo bisogno di un trapano. L’ho chiesto in prestito a qualcuno che ne stava usando uno accanto a me. Era Oscar Tuazon. Ha cominciato a spiegarmi cosa stava facendo, e mi sono piaciuti sia lui che il suo lavoro. Gli ho chiesto spontaneamente se voleva mostrare un paio di pezzi in alcune mostre future che stavo organizzando. Ha detto di sì, ed è così che è iniziata la nostra collaborazione.

Oscar Tuazon
Oscar Tuazon: dépendance, 2013. Installazione a dépendance, Brussels. Courtesy the artist and dépendance, Brussels. Photo credit © Sven Laurent

Un’altra volta mi trovavo a Statements, a Basilea, dove Bortolami aveva lo stand di fronte al nostro ed esponeva opere di Richard Aldrich. Ricordo di aver detto a me stesso che i suoi quadri stavano diventando sempre più belli e poi, dopo una settimana trascorsa lì, i quadri hanno cominciato a piacermi molto. Volevo chiedergli se sarebbe stato interessato a lavorare con noi, ma qualcuno mi ha detto che era già stato invitato da una galleria più grande. Alla fine, per fortuna, ha deciso per noi. Credo che si sia sentito più vicino al nostro programma, che includeva artisti come Michael Krebber.

Nel caso di Ed Atkins, conoscevo il suo lavoro ma non l’avevo mai incontrato. Una sera abbiamo tenuto una cena in onore di Jana Euler a Zurigo. Ero a un tavolo con Martin McGovern, gli ho detto che avrei voluto mostrare Ed Atkins. Così ho scoperto che Ed era seduto accanto a me.

In un’intervista con Alan Jones e Laura de Coppet, Ileana Sonnabend si è definita una “dilettante”, più che una vera gallerista; cioè una persona che è amante dell’arte (dilettante o “amateur” in francese indica anche anche una persona che ama), ma che è anche molto istintiva nel vendere arte. Si sente vicino a questo atteggiamento?

Michael Callies: Non proprio. Credo che nel mio caso la galleria sia più vicina a ciò che facevo come artista. Soprattutto all’inizio, sono sempre stato molto più nervoso degli artisti che ho poi esposto. Mi sono sempre molto impegnato nella produzione delle mostre, anche perché non c’era un budget per fare altrimenti. Per esempio, con Nora Schultz abbiamo scelto e reperito insieme i materiali che poi l’artista ha usato. Nel tempo ho instaurato un rapporto di fiducia con gli artisti, che credo sia stato possibile perché probabilmente ritenevano che avessi qualche buona idea. Proprio come se fossi loro amico; mi ascoltavano sul modo in cui pensavo avrebbero dovuto installare le loro mostre. Anche se non ero più uno di loro, dovevo comunque trovare un modo per creare; e il modo era la galleria.

Michael Callies
Nora Schultz, Nicholas Byrne: Faces, 2011. Installazione, dépendance, Brussels. Courtesy the artists and dépendance, Brussels.

Quali sono le ragioni professionali che vi hanno fatto scegliere di stare a Bruxelles e non altrove?

Michael Callies: La domanda si pone solo ipoteticamente, visto che sono venuto a Bruxelles per motivi personali e non professionali. Ma quello che ho potuto fare con una galleria qui non avrei potuto farlo in città come Berlino o Londra, perché alcuni degli artisti avevano già delle gallerie là. Bruxelles si sentiva come un’isola.

L’ “affaticamento da fiera” è un fenomeno che interessa sia i visitatori che gli espositori delle fiere d’arte. Il calendario è diventato travolgente, tanto che alcune gallerie hanno deciso di uscire da questo sistema per concentrarsi di più sul proprio spazio. Pensa che le fiere d’arte saranno sempre una condizione necessaria al successo di una galleria?

Michael Callies: Le fiere sono sempre state importanti. È successo molto presto a Colonia e Basilea, più tardi anche a Londra e Parigi. Solo New York era sempre un po’ più difficile. Ci sono diversi motivi per partecipare alle fiere. Uno di questi è sicuramente di carattere meramente commerciale, ed è questo un semplice calcolo. Ma non è questo l’unico motivo. Alle fiere si incontrano tante persone. Se stai a casa non hai le stesse possibilità. Si incontrano persone solo se si esce per una festa, e poi magari parli con qualcuno che ti fa pensare a qualcosa a cui non avevi mai pensato prima.

Facendo molte fiere non si rischia di trascurare il programma della galleria?

Michael Callies: No, non credo di esser mai sceso a compromessi sul programma della mia galleria perché ero impegnato a far fiere.

Jana Euler
Michael Callies con un’opera di Jana Euler e una di Cosima von Bonin.

Riguardo alle collettive, qual è il suo approccio quando ha bisogno di includere diversi artisti nella stessa mostra? Lavora con i curatori?

Michael Callies: In realtà, siamo i curatori di noi stessi. C’è un’idea e poi si pensa a chi potrebbe essere adatto. Poi si chiede agli artisti. L’installazione della mostra è come in fiera, alla fine dovrebbe essere bella.

Quali sono le differenze tra il modo in cui è cresciuto come gallerista, e il modo in cui, oggi, si fa galleria?

Michael Callies: All’inizio non avevamo esperienza, siamo perciò cresciuti tra mille inversioni di rotta. Penso che le giovani gallerie oggi abbiano un piano di crescita molto più chiaro. E devono averlo, perché quello che stiamo vivendo è un periodo molto più difficile. Per noi era importante che nelle mostre gli artisti potessero sempre fare quello che volevano, senza pensare al successo commerciale. Questo può essere cambiato un po’, ma non più di tanto.

February 13, 2020