{"id":121727,"date":"2024-02-16T17:51:39","date_gmt":"2024-02-16T16:51:39","guid":{"rendered":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/?post_type=cfa_translations&#038;p=121727"},"modified":"2024-04-13T17:35:30","modified_gmt":"2024-04-13T15:35:30","slug":"alessandro-sforza-galeazzo-maria-sforza-e-zanetto-bugatto-nella-pittura-del-400","status":"publish","type":"cfa_translations","link":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/it\/2024\/02\/16\/alessandro-sforza-galeazzo-maria-sforza-e-zanetto-bugatto-nella-pittura-del-400\/","title":{"rendered":"Alessandro Sforza, Galeazzo Maria Sforza e Zanetto Bugatto nella pittura del 400*"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-drop-cap\">Fra il 1457 e il 1458 Alessandro Sforza, signore di Pesaro e fratello minore del duca di Milano, si rec\u00f2 in Francia alla corte di Filippo il Buono di Borgogna per \u201cvaghezza de vedere paesi, costumi, signore et altre cose notabile fora del mondo nostro me hanno tracto per tutto dove sono andato\u201d, scriveva alla cognata Bianca Maria Visconti al suo rientro. In realt\u00e0, il viaggio avrebbe dovuto essere, almeno nelle intenzioni originarie, un pellegrinaggio a Saint-Antoine-de-Viennois per espiare il tentativo di strangolare la seconda moglie Sveva di Montefeltro. La donna stessa era poi stata costretta a chiudersi in convento, con il beneplacito di Francesco Sforza e quello, forse pi\u00f9 interessato, di Federico da Montefeltro; lo Sforza di Pesaro si era comunque impegnato a non risposarsi pi\u00f9.<\/p>\n\n\n\n<p>Tornando verso casa per la via di Verona, Alessandro fu raggiunto dall\u2019ingiunzione ducale di rientrare subito nei suoi domini, senza passare da Milano, per evitare di dar adito a inutili sospetti.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Comunque, il soggiorno nei \u201cpaesi dell\u00e0\u201d gli aveva verosimilmente offerto fra le altre cose l\u2019opportunit\u00e0 di commissionare tre dipinti \u201cde man de Ruzieri\u201d: il <em>Trittico Sforza<\/em> oggi a Bruxel les (Mus\u00e9e Royaux des Beax-Arts de Belgique, inv. 2407) e due ritratti \u201cin duy ochij\u201d, uno del duca di Borgogna Filippo il Buono e uno di se stesso (questi ultimi forse perduti) . Le informazioni e l\u2019attribuzione al grande Rogier van der Weyden, si ricavano da un inventario steso solo qualche decennio dopo lo svolgimento del viaggio. Non disponiamo di elementi per pensare fondatamente che il duca Francesco avesse occasione di vedere di persona le tavole, ma che lui o Bianca Maria non ne sapessero proprio nulla non \u00e8 verosimile.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignfull size-full is-style-CFA-image\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"5000\" height=\"2925\" src=\"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/CFA-content\/uploads\/2024\/02\/1-2bis.jpg\" alt=\"Rogier van der Weyden: Crocifissione con Alessandro Sforza e i figli Costanzo e Battista; Nativit\u00e0 di Cristo, Sant\u2019Ippolito (?) e San Francesco; San Giovanni battista, Santa Caterina martire e Santa Barbara (trittico Sforza). Bruxelles, Mus\u00e9es Royaux des Beaux-Arts\" class=\"wp-image-121708\"\/><figcaption class=\"wp-element-caption\">Rogier van der Weyden: Crocifissione con Alessandro Sforza e i figli Costanzo e Battista; Nativit\u00e0 di Cristo, Sant\u2019Ippolito (?) e San Francesco; San Giovanni battista, Santa Caterina martire e Santa Barbara (trittico Sforza). Bruxelles, Mus\u00e9es Royaux des Beaux-Arts<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Sul piccolo <em>Trittico <\/em>si \u00e8 nei decenni accumulata una cospicua bibliografia, non tutta utile. Per questo delicato dipinto, nato nella pi\u00f9 stretta fedelt\u00e0 rogieriana, salvo che per la non troppo felice composizione, si \u00e8 a lungo dibattuto sull\u2019autografia (il maestro, la bottega, il maestro con la bottega, Memling, il maestro e Memling\u2026) e, quasi altrettanto, sull\u2019iconografia, in modo talora confuso. Chi sono i tre personaggi sfarzosamente abbigliati, raffigurati ai piedi della croce? Perfino l\u2019enciclopedico <em>Catalogue of Early Netherlandish Painting <\/em>del 1996 6 \u00e8 lacunoso e non segnala studi di poco precedenti la sua uscita o perpetua incertezze laddove non dovrebbero essercene. Eppure i fatti sono ben chiari. Sull\u2019identit\u00e0 delle tre persone \u2013 l\u2019adulto a destra, il ragazzo e la giovane donna a sinistra \u2013 non sussistono dubbi: sono gli Sforza signori di Pesaro intorno al 1460, l\u2019araldica e le notizie sulla provenienza del trittico lo rendono certo. Inutile qui attardarsi a confutare le tesi di chi scambia il motivo ondato sforzesco con il ben diverso vaio della famiglia da Varano, cui apparteneva la madre dei ragazzi. Anche negli studi lombardi, del resto, le nette differenze fra l\u2019araldica propriamente sforzesca, con l\u2019ondato bianco e azzurro e, nei calzoni, i rossi, i bianchi e gli azzurri, e quella ducale (viscontea), con il bianco e il morello, spesso sfuggono. Ma tant\u2019\u00e8.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Dopo la monacazione forzata di Sveva, la famiglia rest\u00f2 dunque composta fra il 1457 e gli inizi del 1460, anno del matrimonio di Battista, da un adulto e due adolescenti. Nello stesso periodo si svolse anche il solitario viaggio \u201cper piacere\u201d dello Sforza a Nord.<\/p>\n\n\n\n<p>Vestito \u201calla franzosa\u201d, Alessandro fu in Francia, Borgogna, nelle Fiandre e forse anche in Inghilterra in uno dei momenti in cui Tudor e Lancaster si contendevano pi\u00f9 aspramente il dominio. Come scrisse alla cognata, dal viaggio Alessandro riport\u00f2 soprattutto \u201cel stomacho molto travagliato\u201d ma non sappiamo se fosse davvero questa l\u2019unica cosa degna di nota. N\u00e9 fanno chiarezza le lettere del duca Francesco ai suoi ambasciatori o la corrispondenza fra Alessandro e Bianca Maria. Che misura di verit\u00e0 contengano tutte queste carte \u00e8 impossibile stabilire oggi. Mentre il signore di Pesaro era lontano, comunque, sui suoi figli sorvegliavano la duchessa di Milano e, sul posto, Piersanti da Sarnano e Benedetto Reguardati, umbro-marchigiani cui, come spesso accadeva, Francesco preferiva affidarsi.<\/p>\n\n\n\n<p>I problemi relativi al trittico sono altri, e forse pi\u00f9 interessati. Dato per scontato che Alessandro lo commission\u00f2 in occasione del suo viaggio (\u00e8 l\u2019ipotesi pi\u00f9 verosimile) ma, in ragione dei tempi esecutivi non ebbe modo di portarlo con s\u00e9 in Italia al rientro, si aprono vari interrogativi. Se fu completato pi\u00f9 tardi, com\u2019\u00e8 probabile, quando Battista era ormai sposata con Federico di Urbino (8 febbraio 1460), perch\u00e9 il ritratto di suo padre, dipinto su un piccolo frammento di pergamena applicato alla tavola, somiglia poco al modello, dal naso pronunciato e adunco e dal volto quasi emaciato, che campeggia nelle medaglia firmata poco dopo la sua morte, circa 1475, da Gianfrancesco Enzola? Una simile metamorfosi appare poco probabile. E perch\u00e9 invece il ritratto di Battista pu\u00f2 paragonarsi senza troppe difficolt\u00e0 al busto di Francesco Laurana (Firenze, Bargello) cavato verosimilmente dalla sua maschera funebre (la donna mor\u00ec nel 1472)? E come mai quello di suo fratello collima con l\u2019effigie del giovane Costanzo, di rigoroso profilo numismatico, che ci ha lasciato ancora Enzola sempre nel 1475? Su quali fonti pittoriche\/grafiche\/scultoree si bas\u00f2 il pittore fiammingo? E quando?\u00a0<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-full is-style-CFA-image\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1192\" height=\"1187\" src=\"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/CFA-content\/uploads\/2024\/02\/8-e1708621954463.jpg\" alt=\"8. Gianfrancesco Enzola: Alessandro Sforza, medaglia. Washington, National Gallery of Art.\" class=\"wp-image-121709\"\/><figcaption class=\"wp-element-caption\">Gianfrancesco Enzola: Alessandro Sforza, medaglia. Washington, National Gallery of Art. <\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>L\u2019inventario della biblioteca sforzesca di Pesaro, pubblicato nel 1886 ma risalente al 1500, registra le tre opere collegabili con il viaggio di Alessandro: un <em>Cristo in croce cum li paesi<\/em> (il trittico), un ritratto dello Sforza e uno del duca di Borgogna Filippo il Buono, tutti e tre attribuiti a Rogier van der Weyden. Quando i dipinti giunsero a Pesaro? E per la via di Venezia o per quella di Milano? Qualcuno li vide prima del loro approdo marchigiano? Quando i due ritratti presero un\u2019altra via e se ne persero le tracce fino a oggi?<\/p>\n\n\n\n<p>La separazione avvenne comunque entro il XVIII secolo, come dimostra un recupero letterario di grande interesse di Mauro Natale. Il trittico, comunque, era sicuramente approdato a Bologna prima del 1720 ed era in vendita. Maggiori certezze aiuterebbero anche a datare il piccolo<em> San Girolamo <\/em>dell\u2019Accademia Carrara di Bergamo, derivato dal trittico Sforza in un modo meno banale di quanto si sia fin qui osservato. La tavoletta riprende infatti fedelmente, con l\u2019aggiunta del colore, non solo una delle grisailles sul verso del trittico ma anche alcuni particolari del paesaggio ripresi da punti diversi del recto dell\u2019opera. L\u2019amico Andrea De Marchi \u00e8 sicuro dell\u2019appartenenza di questa opera al \u201cgruppo Cagnola\u201d, sul quale si ritorner\u00e0 poco pi\u00f9 avanti: pur rilevando i forti legami, chi scrive non ha purtroppo altrettanta certezza.<\/p>\n\n\n\n<p>Resta che la vicenda del Trittico Sforza, forse marginale, \u00e8 un indizio del fatto che tra la fine del sesto e gli inizi del settimo decennio del Quattrocento anche la corte milanese aveva probabilmente occasione di sentir parlare dell\u2019<em>Ars Nova<\/em> settentrionale.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>2. <em>I pi\u00f9 apprezzati protagonisti&nbsp;<\/em><\/p>\n\n\n\n<p>Cercando maestri adeguati per la decorazione di Sforzinda per conto di Francesco e Bianca Maria \u2013 siamo verso il 1461 \u2013 anche un campione di fiorentinit\u00e0 con buone conoscenze roma ne come il Filarete, scriveva: \u201csi vorrebbe vedere se nelle parti oltramonti ne fosse nessuno buono, dove n\u2019era uno valentissimo, il quale si chiamava maestro Giovanni da Bruggia, e lui ancora \u00e8 morto. Parmi ci sia uno maestro Ruggieri, che \u00e8 vantaggiato ancora; uno Giacchetto francioso ancora, se vive, \u00e8 buono maestro, massime a ritrare del naturale\u201d. L\u2019architetto aveva un&#8217;idea precisa di ci\u00f2 di cui parlava: \u201cE cos\u00ec se ai a fare a tempera et anche a olio, si possono mettere tutti questi colori. Ma questa \u00e8 altra pratica et altro modo; il quale \u00e8 bello, chi lo sa fare. Nella Magnia si lavora bene in questa forma; maxime da quello maestro Giovanni da Bruggia, e maestro Ruggieri; i quali anno adoperato optimamente questi colori a olio\u201d. Da notare l\u2019uso del termine \u201cMagnia\u201d.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Da dove precisamente Filarete attingesse le sue conoscenze non \u00e8 del tutto chiaro, anche se le frequentazioni romane l\u2019avranno senza dubbio aiutato. Resta il fatto che, bench\u00e9 sintetiche, colpiscono le frasi che denotano un livello di informazione non banale sulla scena pittorica fiamminga e su quella francese.<\/p>\n\n\n\n<p>C\u2019erano del resto molte occasioni ufficiali per far circolare le notizie. La Dieta di Mantova aveva attirato in Italia molti borgognoni e nell\u2019estate del 1459 erano passati da Milano due importanti personaggi della corte di Filippo il Buono: Jean de Croy, signore di Chimay, e Jean, duca di Cl\u00e8ves. Il primo \u00e8, quasi certamente, il destinatario di una delle tre copie della lettera di raccomandazione approntata nella cancelleria ducale per Zanetto in partenza per le Fiandre, scritta circa un anno e mezzo pi\u00f9 tardi, mentre del secondo \u00e8 noto un ritratto dipinto da Rogier (Parigi, Louvre). Nel 1461 l\u2019ambasciatore milanese Prospero da Camogli, una figura le cui inclinazioni culturali andrebbero approfondite, si trovava nel Brabante per trattare faccende politiche ma non trascurava di scrivere al duca \u201chavendo io veduto de li edifici de questo paese assai, m\u2019h\u00e8 paruto conveniente mandarne qualche insegna (&#8230;) perch\u00e9 l\u2019industrio Bartholomeo, architecto de vostra Excelentia veda li designi de altre natione\u201d. Fu lo stesso Prospero, perso naggio che cadr\u00e0 in disgrazia con il nuovo duca, a intervenire presso il Delfino perch\u00e9 si appianassero le difficolt\u00e0 negli accordi economici fra Zanetto e Rogier van der Weyden.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignfull size-full is-style-CFA-image\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"800\" height=\"1290\" src=\"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/CFA-content\/uploads\/2024\/02\/12prov.jpg\" alt=\"Rogier van der Weyden: Jean I duc de de Cl\u00e8ves. Parigi, Louvre.\" class=\"wp-image-121712\"\/><figcaption class=\"wp-element-caption\">Rogier van der Weyden:  Jean I duc de de Cl\u00e8ves. Parigi, Louvre.<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Alla fine di febbraio del 1462 giungeva a Milano Francesco Coppini, pratese, legato pontificio che aveva trascorso gli ultimi due anni facendo la spola fra Inghilterra e Fiandre, nel pieno del conflitto fra York e Lancaster, cercando di interpretare un ruolo visibile con un\u2019improbabile mediazione fra i contendenti che gli guadagnasse crediti in Curia. Contando anche sulle note relazioni romane dello Sforza, sperava forse che il suo attivismo diplomatico gli fruttasse la porpora cardinalizia (cos\u00ec, poi, non fu). Chiss\u00e0 se port\u00f2 con s\u00e9, nel viaggio, il trittico della <em>Risurrezione di Lazzaro<\/em>, firmato dal franco-fiammingo Nicolas Froment il 18 maggio 1461, sul retro del quale campeggiava il suo ritratto di Coppini in qualit\u00e0 di donatore sotto l\u2019arma parlante della coppa; o se ebbe almeno occasione di mostrarlo o di parlarne allo Sforza. Rientrato poi a Firenze, don\u00f2 il trittico a Cosimo de Medici (oggi \u00e8 agli Uffizi), che aveva occhio abbastanza fine per giudicarne il non altissimo livello.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Nel marzo del 1463 era nella capitale sforzesca Antonio, Gran Bastardo di Borgogna, le cui al tere fattezze sono note grazie a un superbo ritratto di Rogier van der Weyden (Bruxelles, MRBAB) di cui esiste almeno una replica, forse di bottega (Los Angeles, Getty Museum). Amante dei libri, possedeva una notevole collezione di manoscritti (ne sono stati identificati circa 50), molti dei quali miniati. Oltre che con Rogier, fu in rapporti con la bottega di Memling e con medaglisti italiani.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Un caso a s\u00e9 \u00e8 quello dei Portinari, con la loro efficiente rete di comunicazione internazionale che aveva in Pigello il referente milanese. Ben prima che Tommaso si impegnasse a sbalordire i fiorentini con il trittico di Hugo van der Goes (Firenze, Uffizi) e con quello di Memling (Danzica, Museo Nazionale) &#8211; non arrivato in Italia perch\u00e9 se ne appropriano corsari polacchi &#8211; Pigello blandiva il duca e i milanesi con la stupenda cappella presso Sant\u2019Eustorgio e con il palazzo del Banco Mediceo.<\/p>\n\n\n\n<p>Fra le scene l\u00ec dipinte c\u2019era anche una <em>Giustizia di Traiano<\/em>, tema di sapore umanistico che, su quattro grandi affreschi eseguiti verso il 1439 da Rogier van der Weyden per la Sala di Giustizia del municipio di Bruxelles affiancava la <em>Giustizia di Herkinbald<\/em>, coniugando tradizioni fiam minga e classica (e qui si aprirebbe un interrogativo sulla natura dei dipinti su muro nelle Fiandre, su cui non si sa molto). Le opere sono in parte note grazie a un arazzo databile non oltre il 1461 circa che ne deriva, e che si conserva a Berna (Historisches Museum).<\/p>\n\n\n\n<p>Una nota minore: nell\u2019ottobre del 1469, nei libri mastri dei Borromeo \u00e8 registrato l\u2019acquisto di \u201ctre telle fiamenghe depinte\u201d pagate poco pi\u00f9 di 32 lire, non una gran cifra, a tale Giovan Matheo toschano. Un esempio di questi succedanei dei pi\u00f9 costosi arazzi potrebbero essere le due modeste tele fiamminghe che si conservano al Museo Ala Ponzone di Cremona.<\/p>\n\n\n\n<p>Se si eccettua la vicenda di Zanetto Bugatto, questi fatti non sembrano comunque aver suscitato reazioni profonde nella pittura milanese, ma un bilancio \u00e8 ancora prematuro: l\u2019affresco con il Crocifisso nordico nel piccolo oratorio di Buccinasco, oggetto di riscoperta e di attenzioni solo in tempi molto recenti, \u00e8 l\u00ec a dimostrarlo. Altro, come si vedr\u00e0 poco oltre, \u00e8 il caso del <em>Cristo davanti a Pilato di Chiaravalle<\/em> e dell<em>\u2019Uomo di dolori<\/em> di Brugherio.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignfull size-full is-style-CFA-image\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"6016\" height=\"4252\" src=\"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/CFA-content\/uploads\/2024\/02\/16.jpg\" alt=\"Maestro della Madonna Cagnola (Zanetto Bugatto) o maestro di cultura flandro-tedesca: Crocifissione. Buccinasco Castello, Santa Maria Assunta (gi\u00e0 San Michele).\" class=\"wp-image-121714\"\/><figcaption class=\"wp-element-caption\">Maestro della Madonna Cagnola (Zanetto Bugatto) o maestro di cultura flandro-tedesca: Crocifissione. Buccinasco Castello, Santa Maria Assunta (gi\u00e0 San Michele). <\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Zanetto Bugatto, \u00e8 bene ribadirlo, non and\u00f2 nelle Fiandre per volont\u00e0 dei duchi ma di propria iniziativa, o almeno cos\u00ec paiono dirci le carte: il salvacondotto \u00e8 del dicembre 1460 e la partenza avvenne probabilmente alcune settimane dopo. Nei documenti, pubblicati da Malaguzzi Valeri oltre cent\u2019anni fa, \u00e8 detto esplicitamente che i duchi approvavano e non posero quindi ostacoli, ma la richiesta era partita dal giovane e cos\u00ec pure l\u2019indicazione della bottega presso cui voleva perfezionarsi. Ci\u00f2 emerge da documenti redatti in presa diretta, nei giorni stessi in cui si decidevano anche i costi del viaggio. Al rientro di Zanetto, nel 1463, la duchessa si defin\u00ec invece promotrice del viaggio (\u201caltre volte deliberassimo\u2026\u201d), ma il tutto suona come un\u2019abitudine retorica oppure l\u2019appropriarsi di un merito da parte di chi era abbastanza potente per farlo.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Non \u00e8 chiaro chi fosse il \u201cMagister Guglielmus\u201d presso il quale voleva perfezionarsi (Spicre?), ma poi le cose presero un\u2019altra piega e si affacci\u00f2 il nome di Rogier van der Weyden. In una lettera del 1461, Prospero da Camogli chiedeva a Cicco Simonetta di intercedere perch\u00e9 lo Sforza contribuisse con 25 ducati, met\u00e0 della cifra annuale da pagare per l\u2019apprendistato su cui alla fine Zanetto e Rogier van der Weyden erano pervenuti a un accordo: il resto, evidentemente, era a carico del pittore. Che i duchi potessero vedere con favore l\u2019intraprendenza del giovane \u00e8 possibile, ma che questa vicenda dica qualcosa di preciso sul loro gusto \u00e8 ancora da dimostrare.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>A spingere Zanetto verso nord era forse stato un contatto a Milano con \u201cGuascono franzoso\u201d (Gaston du Lyon), ambasciatore del Delfino, per il quale il giovane aveva dipinto un ritratto di Ippolita Sforza da portare a Genappe. Il successivo intervento dello stesso Delfino in suo aiuto sarebbe altrimenti pi\u00f9 difficile da spiegare. Ma le reali ragioni di questi viaggi non sempre ci sono note: si ricorder\u00e0 che van Eyck, pittore di corte di Filippo il Buono, aveva effettuato missioni segrete per il suo duca, fra cui una in Portogallo e, su un livello ben pi\u00f9 modesto, andr\u00e0 tenuta a mente la figura di Jehan Gillemer, miniatore itinerante che visit\u00f2 anche Milano e che poi, nel 1471, fu processato per spionaggio.<\/p>\n\n\n\n<p>Il soggiorno del milanese Zanetto Bugatto a Bruxelles si protrasse per poco pi\u00f9 di due anni: il salvacondotto per l\u2019uscita dai domini sforzeschi data alla fine di dicembre del 1460, momento poco propizio per mettersi in cammino sulla via delle Alpi, mentre la conferma dell\u2019ingresso nel la bottega di Rogier van der Weiden \u00e8 dei primi di marzo del 1461. Nel maggio del 1463 Zanetto era di nuovo a Milano, primo ambasciatore in terra lombarda dell<em>\u2019Ars Nova<\/em> di Fiandra.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Pur ammettendo che le lacune nelle nostre conoscenze sono tuttora molto ampie, possiamo comunque affermare con un buon margine di certezza che Zanetto Bugatto non fu quel mediocre pittorello in cui parte della critica vorrebbe trasformarlo. Le commissioni ducali non mancarono (alla morte di Bianca Maria, il 23 ottobre 1468, il pittore rivendicava per esempio un credito di 350 lire \u201cpro resto\u201d, cifra che, se riferita ad un singolo lavoro potrebbe essere il saldo del compenso, per esempio, di un polittico). Contatti pi\u00f9 stretti e frequenti Zanetto dovette comunque avere con Galeazzo Maria, per il quale risulta impegnato con continuit\u00e0 almeno dal 1468 al 1474 (senza mai diventare uno stipendiato, possibilit\u00e0 che a Milano non esisteva). Nel 1471, per esempio, accompagn\u00f2 il duca a Mantova per vedere lo stato di avanzamento dei lavori di Mantegna in castello, naturalmente nella \u201cCamera degli Sposi\u201d, e colse l\u2019occasione per mostrare al Gonzaga due di dieci medaglioni d\u2019oro realizzati su suo disegno. Gli oggetti valevano pi\u00f9 di 10 mila ducati ciascuno, e definirli lussuosi \u00e8 senza dubbio poco: su recto e verso vi figuravano due imprese sforzesche e i due ritratti di profilo di Galeazzo e Bona: sotto il primo si trovava la firma \u201cOPVS ZANETI PICT\u201d come nelle medaglie di Pisanello e in particolare quella dedicata a Filippo Maria Visconti. Analoga, infatti, la valorizzazione della qualifica di \u201cpittore\u201d. Le medaglie auree di Zanetto e gli affreschi di Mantegna, del resto, danno la misura delle due strade apparentemente divergenti ma sottilmente simili che avevano imboccato le corti di Milano e Mantova verso il Rinascimento.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Anche questa volta, comunque, pare che la sua trasferta gonzaghesca avesse avuto luogo in seguito a una sua esplicita richiesta allo Sforza.<\/p>\n\n\n\n<p>E ancora. A dimostrazione del suo status a corte sono le note reperite da Carlo Cairati \u2013 e generosamente messe a disposizione di chi scrive \u2013 che riguardano lavori non trascurabili eseguiti alla fine dell\u2019estate del 1471 nella cappella della casa pavese (?) di Cicco Simonetta (si veda un contributo di Cairati di prossima pubblicazione). Difficile pensare che un pittore che serviva il vertice del ducato potesse essere l\u2019inerte copista autore della tavola di Santa Maria in Decinisio presso Sormano, come qualcuno vorrebbe.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignfull size-full is-style-CFA-image\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"2493\" height=\"2292\" src=\"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/CFA-content\/uploads\/2024\/02\/114-116-118.jpg\" alt=\"Pittore lombardo dell\u2019ottavo decennio del sec. XV, dal Maestro della Madonna Cagnola (Zanetto Bugatto): Adorazione del Bambino con due donatori, Santa Caterina martire, San Girolamo, San Giovanni battista, Sant\u2019Ambrogio, San Bernardo da Chiaravalle, una santa e Annunciazione. Sormano (Como), Santa Maria del Sasso a Dicinisio.\" class=\"wp-image-121715\"\/><figcaption class=\"wp-element-caption\">Pittore lombardo dell\u2019ottavo decennio del sec. XV, dal Maestro della Madonna Cagnola (Zanetto Bugatto): Adorazione del Bambino con due donatori, Santa Caterina martire, San Girolamo, San Giovanni battista, Sant\u2019Ambrogio, San Bernardo da Chiaravalle, una santa e Annunciazione. Sormano (Como), Santa Maria del Sasso a Dicinisio.<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Sui possibili rapporti che Zanetto Bugatto ebbe anche con la pittura francese, al di l\u00e0 del breve viaggio del 1468, sappiamo poco. Nel 1461, ma probabilmente gi\u00e0 da un decennio, Fouquet era attivo a Tours, dove continu\u00f2 a lavorare fin oltre il 1475 e dove alcuni documenti lo ricordano anche come \u201cpeintre du roy\u201d Luigi XI (lo stesso che, come Delfino, aveva aiutato Zanetto a Bruxelles). Se poi il milanese avesse avuto occasione di recarsi altre volte in Francia, e quando, \u00e8 materia di congetture: di spazio, nelle sue vicende biografiche, ce n\u2019\u00e8 a sufficienza.<\/p>\n\n\n\n<p>Restano le evidenze figurative, dominate s\u00ec dal gusto fiammingo ma con qualche elegante accento francese. Ci si riferisce naturalmente al polittico da cui la vicenda della riscoperta di Zanetto ha preso le mosse: un\u2019opera veramente monumentale, anche se incompleta, arricchitasi negli ultimi anni della stupenda e titubante <em>Sant\u2019Orsola<\/em> adolescente e del <em>Cristo sorretto<\/em> <em>dall\u2019angelo<\/em>, noto solo in fotografia. Qualche dubbio sulla composizione del polittico e sul posto delle varie tavole pu\u00f2 sussistere, ma non sembra rilevante a fronte di un tale capolavoro. Se poi questo fosse l\u2019apparato figurativo dell\u2019altar maggiore della Certosa di Garegnano come si \u00e8 supposto \u00e8 un problema che volentieri lasciamo ad altri. Alcuni elementi lo suggerirebbero, non ultima proprio la timida Orsola.<\/p>\n\n\n\n<p>Pur fra le incertezze che ancora persistono intorno agli effetti del viaggio in Fiandra su vari suoi colleghi, \u00e8 necessario ribadire che il ritorno di Zanetto Bugatto non determin\u00f2 una chiara diffusione a Milano del ritratto \u201cin duy ochij\u201d o di altri simili stilemi di chiara ascendenza fiamminga. Quell\u2019eredit\u00e0, che dovette stemperarsi in una pratica quotidiana a stretto contatto con i molti maestri lombardi, andr\u00e0 piuttosto ricercata fra le pieghe di una fase dell\u2019evoluzione foppesca, o in Stefano Fedeli e Gottardo Scotti, o nelle nebbie che ancora avvolgono la formazione del Bergognone, forse anche negli esordi di Zenale.<\/p>\n\n\n\n<p>Su possibili echi lombardi dell\u2019arte di Zanetto Bugatto chi scrive si \u00e8 gi\u00e0 speso, talora troppo timidamente. Ad essi si aggiunga tutto ci\u00f2 che scrive in questa sede Andrea De Marchi.<\/p>\n\n\n\n<p>Ironia della sorte: nonostante la parentela fiamminga, e rogieriana in particolare, e la cronologia prossima, il <em>Cristo<\/em> di Buccinasco non sembra a chi scrive avvicinabile se non in modo molto generico alle opere dell\u2019area zanettiana. Ha un carattere nordico, forse con qualche accento francese (si veda la <em>Crocifissione <\/em>della cattedrale di Bourges), ma pi\u00f9 alpino che fiammingo, nonostante la derivazione parziale dalla <em>Crocifissione <\/em>dell\u2019Escorial di Rogier van der Weyden, dimostrata soprattutto dallo svolazzo del perizoma di Cristo e dall\u2019intensa figura di san Giovanni, con i lunghi capelli ricci e le pieghe del manto secche e profonde.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 probabile che il pittore avesse in mente anche altri modelli, come attesta una serie di prove grafiche e miniate, individuate e generosamente segnalate a chi scrive da Francesco Gonzales. I due dolenti di Buccinasco avevano infatti avuto notevole fortuna in area germanica e oltre. Vanno qui citati quelli che figurano su una miniatura medio renana del 1481, i pi\u00f9 simili per le puntuali corrispondenze di pose e panneggi (Magonza, Priesterseminar, Hs. 5,) e anche i due dolenti su un Reliquiario oggi al Mus\u00e9e de Cluny a Parigi (inv. Nr C1, 19968). Par non parlare poi della cascata di \u201cgradini\u201d che il panneggio crea sulla spalla destra del san Giovanni nella miniatura di Israhel van Meckenem dal Maestro E. S., Vienna, L.IX.33.36.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Anche senza modelli precisi, per il dipinto di Buccinasco basterebbe la schietta parlata tedesca di tutto quel sangue che gronda dalla fronte, dalle braccia e dal torso del Cristo: chi, di lingua a italiana o fiamminga, si sarebbe permesso tanto gusto per il macabro? Non sembra davvero il caso di pensare al linguaggio sempre nobile e compassato, introspettivo e quasi \u201ctimido\u201d di Zanetto Bugatto. Ma su questo e pi\u00f9 in generale sulla carriera di Zanetto si veda su questa stessa rivista la puntuale analisi di Andrea De Marchi: le opinioni di chi scrive collimano quasi al cento per cento\u2026&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>3.&nbsp; \u201c<em>Nella sua corte fu oltremodo splendidissimo<\/em>\u201d&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>In continuit\u00e0 con l\u2019interessato protezionismo di Francesco Sforza, capace di valorizzare quanto di meglio esprimeva il <em>genius loci, <\/em>si colloca la prima commissione pittorica importante di Galeazzo, ancora sottoposto alle ingerenze materne. A meno di due mesi dalla nomina ducale, il 12 maggio 1466, il giovane affid\u00f2 a Foppa l\u2019incarico di affrescare una <em>Madonna col Bambino adorata dal duca<\/em> in Santa Maria delle Grazie a Monza. L\u2019armonia fra madre e figlio, testimoniata per esempio dalle doppie iniziali che affiancano gli stemmi scolpiti sulla Loggia degli Osii, non dur\u00f2 tuttavia a lungo: scrollatasi di dosso l\u2019invadente matrona (\u201cper dio gratia son in et\u00e0 et in grado che nessuno me ha ad dare dele scurriate sul culo\u201d), Galeazzo mostr\u00f2 sempre meno attenzione per la sensibilit\u00e0 della madre o dei sudditi. Inequivocabile fu la decisione di abbandonare la Corte d\u2019Arengo per tornare ad abitare in castello, cautamente contrastata da un milanese se non arioso come Pietro Pusterla.<\/p>\n\n\n\n<p>Oltre che nella politica, nell\u2019amministrazione, nell\u2019organizzazione della corte, nei rapporti con i sudditi, l\u2019abbandono delle orme paterne si manifest\u00f2 ben presto anche nelle scelte culturali e artistiche. Non che Galeazzo cessasse di impiegare gli artisti locali: a fronte dei vari inca richi a Bembo, Vismara, Marchesi eccetera si possono schierare pochi indizi contrari \u2013 Baldassarre d\u2019Este, Mantegna, Antonello da Messina \u2013 rappresentativi per\u00f2 di un\u2019apertura e di una volubilit\u00e0 che erano mancate a suo padre.<\/p>\n\n\n\n<p>Schiacciato nella storiografia fra due stereotipi &#8211; il duca saggio, Francesco, e il duca astuto ma colto, Ludovico \u2013 l\u2019incontinente Galeazzo Maria \u00e8 forse stato sottovalutato come committente d\u2019arte. Se coerenza e raffinatezza non furono sempre prerogative delle sue scelte, c\u2019\u00e8 per\u00f2 la quantit\u00e0 a suggerire che la figura merita un approfondimento: tra castelli, cappelle votive, santuari, pale d\u2019altare, reliquiari eccetera, i dieci anni del suo governo lasciarono una traccia vasta e profonda, seppellita nei documenti e talora oscurata dal radioso tramonto della corte del fratello Ludovico.<\/p>\n\n\n\n<p>Fin da giovane Galeazzo s\u2019era invaghito pi\u00f9 di letteratura cavalleresca che dei classici e questa sua speciale inclinazione settentrionale si accentu\u00f2 quando ebbe finalmente in mano i cordoni della borsa.<\/p>\n\n\n\n<p>Suo padre s\u2019era dato da fare per ottenere <em>Madonne <\/em>di Desiderio da Settignano, Galeazzo in vece inseguiva opere nordiche: nel maggio del 1472, venuto a sapere della presenza di \u201cun tedescho in casa de Sforza, quale ha una Maestate molto bella\u201d, ordinava che l\u2019uomo lo raggiungesse a Pavia portandola con s\u00e9, \u201cperch\u00e9 desideramo vederlo et faremo cosa gli piacer\u00e0\u201d .&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Nulla si sa di ci\u00f2 che poi accadde dell\u2019opera, forse di pittura, ma il caso non \u00e8 isolato: nel 1476 Galeazzo riusciva infatti a mettere le mani su un\u2019altra <em>Maest\u00e0<\/em>, dipinta dal ginevrino Hans Witz, naturalmente senza pagarla (se ne riparler\u00e0 poco oltre).<\/p>\n\n\n\n<p>Francesco inseguiva un ideale di classicit\u00e0 introducendo, primo fra i signori italiani, la propria effigie dal naturale, in rigido profilo, sulla monetazione, e Galeazzo ne stravolgeva in parte l\u2019idea facendo coniare dodici medaglioni d\u2019oro massiccio, del valore di oltre diecimila ducati ciascuno, con i ritratti suo e della consorte, due dei quali port\u00f2 a Mantova nel 1471 per impressionare i Gonzaga.<\/p>\n\n\n\n<p>Le prime idee per l\u2019appartamento del duca nel castello di Porta Giovia prevedevano un profluvio di \u201cvelluti piani, zettonini vellutati, zettonini rasi, damaschini cremisili similiter veluti cel lestri, verdi et morelli\u201d che non avrebbe sfigurato nel palazzo del Coudenberg, e la scelta del la decorazione ad affresco fu un ripiego temporaneo (nelle intenzioni) dettato da fretta ed esigenze di risparmio.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Dell\u2019incompiuta <em>Ancona delle Reliquie<\/em> non \u00e8 rimasto probabilmente nulla o quasi, ma i molti documenti studiati da Marco Albertario permettono oggi di ricostruirne la storia in modo pi\u00f9 chiaro. Nel 1474, comunque, un Gadio rispettosamente disperato chiedeva al duca di deci dere se voleva infine che la si allestisse nella cappella di Pavia o in quella di Milano. La cappella imperiale del castello di Karl\u0161tejn \u00e8 stata evocata a proposito di questa grandiosa impresa di pittura e intagli dorati, e sarebbe interessante sapere se un simile modello fosse davvero nella mente del duca.<\/p>\n\n\n\n<p>Per le nozze di Galeazzo, una cascata di gigli di Francia invadeva l\u2019araldica milanese: si noti, non di croci sabaude, nonostante Bona fosse una Savoia oltre che la cognata di Luigi XI. Perfino Filippo Maria Visconti, che per la consorte non aveva certo nutrito un grande trasporto, non si era permesso un simile sgarbo. E invece i capitelli del castello milanese, e probabilmente l\u2019al tare ducale dei Sette Santi o della Resurrezione, in Duomo, e l\u2019<em>Ancona delle Reliquie<\/em>, e perfino \u201cla faciata del pallatio de Broleto de Mediolano\u201d si popolavano di bisce, aquile e gigli: Visconti (Sforza), Impero, Francia. E queste armi regali siffatte si conservavano ancora, in Palazzo Reale, fino a pochi decenni fa. I gigli, poi, spadroneggiavano sul celebre giubbotto che fa bella mostra di s\u00e9 nel ritratto dipinto da Piero del Pollaiolo (Firenze, Uffizi).<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignfull size-full is-style-CFA-image\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"2142\" height=\"3239\" src=\"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/CFA-content\/uploads\/2024\/02\/19.jpg\" alt=\"Piero del Pollajolo: Galeazzo Maria Sforza. Firenze, Galleria degli Uffizi.\" class=\"wp-image-121717\"\/><figcaption class=\"wp-element-caption\">Piero del Pollajolo: Galeazzo Maria Sforza. Firenze, Galleria degli Uffizi. <\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Francesco aveva vagheggiato la costruzione di un arco trionfale da Cesare trionfatore a Cremona, che lo celebrasse insieme con Bianca Maria. Assalito da un improvviso attacco di tanatofobia, nel 1471 Galeazzo invece sognava per s\u00e9 un mausoleo imperiale \u201cin modo del baptiste rio de S[an]to Johanne Baptista de fiorenza o de pisa\u201d con all\u2019interno la sua effigie in bronzo.<\/p>\n\n\n\n<p>Per Francesco si realizzava la miniatura che orna una pagina del <em>Divis Principibus<\/em> di Filelfo (Paris, Biblioth\u00e9que Nationale, ms. 8128) con i due duchi e una parata di giovani virgulti, che conserva forse echi dell\u2019affresco foppesco del Banco (sempre che questo fosse stato effettiva mente realizzato, fatto su cui \u00e8 lecito dubitare): un\u2019immagine che mostra i duchi con una dozzina di figli che doveva ricordare ai milanesi che, uno o l\u2019altro, di Sforza ce n\u2019erano abbastanza per governare lo stato per i prossimi cent\u2019anni e pi\u00f9 (non fu cos\u00ec).<\/p>\n\n\n\n<p>Di tutt\u2019altro tenore la miniatura che mostra Galeazzo che d\u00e0 udienza a vari personaggi del suo seguito contenuta nel <em>Opusculmm super declarationem arboris consanguinitatis et affinitatiatis<\/em> di Gerolamo Mangiaria (Paris, Biblioth\u00e9que Nationale, ms. lat 4586) e che pare mettere in scena le parole del 1468 di un cortigiano professionale come Giovan Matteo Bottigella: \u201cperch\u00e9 il mazore piacere et consolatione possa havere in questo mondo \u00e8 quando io posso vide re la presentia Vostra et contemplarme in essa como fanno li sancti ne la Maiest\u00e0 divina\u201d. Anche se di qualit\u00e0 molto pi\u00f9 modesta, la miniatura ricorda quella che mostra Filippo il Buono e la sua corte, probabilmente della bottega o su disegno di Rogier van der Weyden (Bruxelles, Bi bl. Royale ms. 9241).&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 forse arbitrario estrapolare dal bizzarro tessuto delle opere realizzate, avviate o solo sognate da Galeazzo esempi che suggeriscano una specifica simpatia ponentina, ma gli indizi di una simile predilezione ci sono.<\/p>\n\n\n\n<p>Dall\u2019epoca del suo avventuroso ritorno dalla Francia, non erano di certo mancate le occasioni di contatti con le corti settentrionali. L\u2019arcivescovo milanese Stefano Nardini, impegnato nel le delicate trattative per il matrimonio del duca con Bona di Savoia, fece realizzare in una bot tega flandro-borgognona l\u2019arazzo con <em>Storie della Passione<\/em> che nell\u2019autunno del 1468 don\u00f2 al Duomo di Milano, dove tuttora si conserva (Museo dell\u2019Opera del Duomo). Nel 1470 era a Milano, in compagnia del figlio Jean, Anselme Adournes, importante personaggio pubblico di origine lucchese (Adorno), in viaggio per la Terra Santa. Poco prima di partire, l\u2019uomo aveva steso quel celebre testamento con riferimenti a due tavolette raffiguranti <em>San Francesco<\/em> \u201cvan meester Jans handt\u201d sulla cui discussa identificazione con le opere di Torino (Galleria Sabauda) e Philadelphia (Museum of Art, Johnson Collection) molto \u00e8 stato scritto. L\u2019Adournes fu amabilmente ricevuto dal duca Galeazzo e fece in tempo a scrivere una breve descrizione della capitale sforzesca.<\/p>\n\n\n\n<p>In una lista di pagamenti del 1475 si fa riferimento ad una \u201cMaist\u00e0 del crucifiso portato de Franza per uso del signore\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>Il manoscritto miniato noto come le<em> Ore nere di Galeazzo Maria Sforza (\u00d6sterreichische Nationalbibliothek<\/em>, Codex Vindobonensis, M. 1856) fu realizzato e illustrato nelle Fiandre, probabilmente a Bruges, intorno al 1470. Un prezioso capolavoro delle pi\u00f9 squisita tradizione flandro-borgognona che, nonostante sia noto ormai da tempo, ancora suscita interrogativi: non si sa infatti come n\u00e9 quando sia giunto nel possesso di Galeazzo Maria Sforza, se per acquisto o come donazione. Le iniziali del duca, in capitali quadrate, ornano il frontespizio e suggeriscono una datazione di qualche tempo successiva al 1466 (e ovviamente precedente il dicembre 1476). Si noter\u00e0 peraltro che, mentre le pagine del manoscritto hanno un fondo nero, il colore di questa iniziale sembra tendere piuttosto al morello: se cos\u00ec fosse, sarebbe un indizio in pi\u00f9 sul fatto che il manoscritto non era nato per il duca di Milano ma era divenuto suo solo dopo esser stato completato.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignfull size-full is-style-CFA-image\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"3886\" height=\"5381\" src=\"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/CFA-content\/uploads\/2024\/02\/32.jpg\" alt=\"Miniatore fiammingo circa 1470: Imprese di Galeazzo Maria Sforza; Cristo davanti a Pilato. Vienna, \u00d6sterreichische Nationalbibliothek, ms. 1856, Das schwarze Gebetbuch des Galeazzo Maria Sforza), cc. 1r e 51v.\" class=\"wp-image-121720\"\/><figcaption class=\"wp-element-caption\">Miniatore fiammingo circa 1470: Imprese di Galeazzo Maria Sforza; Cristo davanti a Pilato. Vienna, \u00d6sterreichische Nationalbibliothek,  ms. 1856, Das schwarze Gebetbuch des Galeazzo Maria Sforza), cc. 1r e 51v. Herzogs Galeazzo Maria Sforza von Mailand. Fotografische Reproduktion.<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Quasi in chiusura della sua carriera \u2013 ma lui, ovviamente, non lo sapeva \u2013 Galeazzo tentava di assoldare Antonello da Messina, che forse meglio di ogni altro avrebbe potuto offrirgli, in particolare nella ritrattistica, un\u2019apprezzabile miscela di nord e sud .<\/p>\n\n\n\n<p>Non si torn\u00f2 naturalmente, nel breve periodo del suo governo, ai tempi di Giovannino de\u2019 Grassi, quando Jean Mignot o Jacques Coene potevano trovarsi a proprio agio a Pavia come alla corte del Berry. Il fenomeno fu meno incisivo, incapace di distogliere a lungo i milanesi \u2013 artisti e committenti \u2013 dall\u2019attrazione crescente esercitata dal \u201cgusto per l\u2019antico\u201d e dallo stile rinascimentale, ma fu un momento interessante e la brusca interruzione nella chiesa di Santo Stefano della carriera del duca vanitoso (\u201cindebitamente sonno pomposo un poco, non \u00e8 gran peccato in un signore\u201d ) contribu\u00ec, a suo modo, ad indicare la strada.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Ludovico Sforza non ebbe comunque difficolt\u00e0 a preservare la memoria del padre e a cancellare quella del fratello.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>4. \u201c<em>Zohanni de Savii depintore de Savoia<\/em>&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>La vicenda che lega a Milano il pittore Hans Witz, oggetto di un breve contributo di Evelin S. Welch e poi di un approfondito studio di Stefania Buganza, merita di essere ricordata. In sintesi: nella primavera del 1476 Galeazzo seppe che Branda Castiglioni, vescovo di Como, era rientrato dalla sua missione diplomatica a Ginevra con un pittore al seguito, e che questi, ospite nella casa milanese del prelato, aveva portato con s\u00e9 una <em>Maest\u00e0 <\/em>dipinta.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Temendo i torbidi che andavano addensandosi nei cieli del Ducato di Savoia, e sulla persona della Duchessa in particolare, il pittore aveva deciso che era meglio cambiare aria. La protezione del Castiglioni l\u2019avrebbe aiutato ad allontanarsi da Chambery e l\u2019avrebbe garantito; e poi, chiss\u00e0, ne sarebbe scaturito anche qualche nuovo lavoro: Milano aveva molte opportunit\u00e0 da offrire, non fosse altro che per l\u2019infinito cantiere del Duomo.<\/p>\n\n\n\n<p>Nella vicenda entra anche un altro personaggio importante che accompagnava il presule, quel \u201cMarchio\u201d Pallavicinus che da alcuni studiosi \u00e8 stato trasformato in \u201cMarco\u201d, senza intendere che era un marchese e domandandosi chi fosse.<\/p>\n\n\n\n<p>l duca, come si \u00e8 accennato, si fece mandare l\u2019artista e l\u2019opera al castello di Galliate e poi \u201cre tende la maest\u00e0 e remand\u00f2 el maestro indereto\u201d senza sborsare un soldo. Per non \u201cdare turbamento al Signore del pagamento\u201d, il Castiglioni offr\u00ec 50 ducati al pittore, che per\u00f2 non volle sentir ragione quando cap\u00ec che il vescovo intendeva dedurne le spese sostenute per un\u2019ospitalit\u00e0 in casa propria che si protraeva ormai da molti mesi. Qualche tempo dopo la morte del duca, Witz \u2013 che nel frattempo aveva dipinto \u201cun quatretto che veramente non vale il quarto de quello chel domanda\u201d \u2013 si rivolse alla duchessa sperando forse che le sue origini sabaude potessero aiutar lo a ottenere l\u2019intero pagamento. Che fine abbia poi fatto la <em>Maest\u00e0 <\/em>non \u00e8 dato sapere: lo ignorava lo stesso Castiglioni, che nella sua contro-supplica a Bona la immaginava \u201cappresso o vero in possanza della Celsitudine vostra\u201d. Nel 1476 Hans era dunque a Milano e vi rimase almeno fino all\u2019estate del 1478, quando entr\u00f2 al servizio della duchessa Bona con uno stipendio fisso.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 curioso che nell\u2019atto milanese del 1478 non si faccia alcun accenno al fatto che l\u2019artista doveva aver lavorato per i duchi di Savoia, strana omissione nel momento in cui entrava al servizio di Bona. Un caso di omonimia? \u00c8 in effetti possibile che siano esistiti pi\u00f9 maestri con lo stesso nome, attivi come pittori e vetrai negli stati sabaudi, probabilmente parenti fra loro e legati anche al pi\u00f9 celebre Konrad. Il pittore venne comunque assunto a venti fiorini al mese (circa otto ducati), una cifra non enorme ma dignitosa. Nell\u2019episodio si pu\u00f2 anche leggere il tentativo di imprimere una svolta savoiarda all\u2019arte della corte, possibile solo fin tanto che la duchessa restava al potere (e non ci rest\u00f2 molto): si capirebbe cos\u00ec la decisione di dare uno stipendio fisso a un pittore, prassi estranea alla tradizione della corte sforzesca, ma normale per i Savoia.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Espliciti echi di questa breve stagione filo-sabauda, peraltro, non se ne sono rilevati nella pittura lombarda: era il tempo di maturazione del Bergognone, Leonardo non era ancora arrivato e Bramante lo era, forse, solo da pochi mesi. Il tentativo di infeudazione pittorica sabauda ebbe comunque carattere effimero, visto che gi\u00e0 nel settembre del 1479 Ludovico il Moro riusc\u00ec a estromettere la vedova dall\u2019effettivo controllo del ducato. E Ludovico aveva idee diverse in tutti i campi.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>La figura di Branda Castiglioni vescovo di Como (1415-1487), pronipote dell\u2019omonimo presule, merita comunque un\u2019attenzione meno episodica di quella fin qui ricevuta dagli storici dell&#8217;arte lombarda. Come committente potrebbe infatti non sfigurare a fianco di Ambrogio Griffi o di Giovanni Matteo Bottigella. In pi\u00f9, che il Castiglioni avesse familiarit\u00e0 con l\u2019arte oltremontana \u00e8 certo, dal momento che si trasfer\u00ec da giovane in Normandia: nel 1439 era deputato al capitolo di Bayeux, poi fu arcidiacono di Coutances, canonico di Vireville e quindi della cattedrale di Liegi. Rientr\u00f2 in Italia solo nel 1465 e sulla strada per Roma non trascur\u00f2 di portare i saluti di Luigi XI alla coppia ducale milanese.<\/p>\n\n\n\n<p>Fu ripetutamente impegnato in ambasciate in Francia e in Savoia prima per Galeazzo e poi per la reggente Bona, e fu durante una missione diplomatica che accolse nel suo seguito, come si \u00e8 visto, il pittore Hans Witz. N\u00e9 simili aperture settentrionali mancavano di tradizioni in famiglia: nella collegiata di Castiglione, tempio dei gusti del suo pi\u00f9 celebre omonimo, si trovavano sculture in avorio e pietra colorata simili a quelle diffuse \u201capud Germaniam\u201d.<\/p>\n\n\n\n<p>In tempi relativamente recenti ma con ben diverso clamore, sono emersi in Lombardia due dipinti di evidente cultura nordica, pi\u00f9 precisamente germanica: un murale e una tavola. Raffigurano<em> Cristo davanti a Pilato<\/em>, dipinto su una parete interna dell\u2019oratorio di San Bernardo a Chiaravalle Milanese, e un <em>Cristo di dolori fra sant\u2019Ambrogio e Sant\u2019Agostino <\/em>su tavola quadrata, gi\u00e0 nella chiesetta di sant\u2019Ambrogio a Brugherio, ma probabilmente in origine in un&#8217;importante chiesa milanese, come testimoniava la grande ancona in legno intagliato che lo ospitava, ora perduta. La tavola si trova oggi presso il Museo Vescovile di Bressanone grazie alla totale assenza di sensibilit\u00e0 di uomini di cultura ecclesiastici e laici che hanno consentito questo inutile esilio di un pezzo di estrema rarit\u00e0, radicatissimo nella storia milanese.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignfull size-full is-style-CFA-image\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"2780\" height=\"3220\" src=\"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/CFA-content\/uploads\/2024\/02\/35-37-39-42-1-e1708621751250.jpg\" alt=\"Jos Amman von Ravensburg: Cristo di dolori fra Sant\u2019Ambrogio e Sant\u2019Agostino, San Tommaso Didimo, San Giovanni evangelista, Dio Padre, colomba dello Spirito Santo, San Pietro, San Paolo. Bressanone, Museo diocesano (da Brugherio, Sant\u2019Ambrogio).\" class=\"wp-image-121816\"\/><figcaption class=\"wp-element-caption\">Jos Amman von Ravensburg: Cristo di dolori fra Sant\u2019Ambrogio e Sant\u2019Agostino, San Tommaso Didimo, San Giovanni evangelista, Dio Padre, colomba dello Spirito Santo, San Pietro, San Paolo. Bressanone, Museo diocesano (da Brugherio, Sant\u2019Ambrogio).<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>La stretta affinit\u00e0 culturale \u00e8 evidente, l\u2019identit\u00e0 di mano forse un po\u2019 meno per le pessime condizioni attuali del murale, ma comunque intrigante. Sono dipinti che riconducono alla me t\u00e0 del XV secolo o poco dopo, con una forte impronta \u201calto renana\u201d che riprende motivi anche fiamminghi senza restarne travolta. Richiamano da un lato ci\u00f2 che resta della decorazione della tomba di Otto III von Hachberg nel Duomo di Costanza e dall\u2019altro il meraviglioso chiostro di Santa Maria di Castello a Genova, che sappiamo decorato da Giusto di Ravensburg (Joos von) e bottega intorno al 1451 42. Ci\u00f2 che preme qui sottolineare \u00e8 la fortissima prossimit\u00e0 fra il dipinto di Brugherio e quelli di Genova, e quella un po\u2019 meno evidente (forse), con Chiaravalle.<\/p>\n\n\n\n<p>La personalit\u00e0 di Hans Witz, cos\u00ec come \u00e8 stata pazientemente e meritoriamente recuperata da Stefania Buganza, non sembra poter risolvere tutti gli interrogativi. Al di l\u00e0 dei problemi di data (la carriera del pittore sarebbe stata straordinariamente lunga), ne esistono anche di ordine stilistico. Il pittore che si rec\u00f2 a Milano mostrava un grado di modernit\u00e0 espressiva al passo con i tempi. Sappiamo invece che gli affreschi di Genova sono di met\u00e0 secolo e, per attrazione stilistica, sembrano esserlo anche quelli di Costanza (1445 circa, il vescovo Otto III Hachberg mor\u00ec nel 1451), Chiaravalle e la tavola di Brugherio. Anche se la distanza cronologica permetterebbe di pensare all\u2019evoluzione di un solo pittore, la persistenza di stilemi tardogotici in accezione germanica rende possibile anche immaginare attiva qui una mano diversa, molto prossima a quella di Giusto di Ravensburg. La mano di un pittore di formazione non strettamente witziana, espressione di una cultura \u201cconciliare\u201d, una cultura del Bodensee, per dirla con De Marchi. Si noteranno peraltro sottili differenze, tutte da spiegare, fra la Vergine e gli angeli sulla balconata e le possenti figure della sottostante <em>Crocifissione<\/em>, di espressivit\u00e0 quasi primitiva ma molto potente. La tomba Hachberg, ancora attualissima nel 1466 quando ad essa si ispir\u00f2 l&#8217;autore della <em>Grande Vergine di Ensiedeln<\/em>, \u00e8 molto sciupata nella parte propriamente pittorica ma le finte architetture e sculture sono perfettamente compatibili con Genova, Brugherio e Chiaravalle: ornati tedeschi resi con perizia quasi fiamminga. Per Genova abbiamo la data, almeno iniziale, per gli altri due si propone qui in via ipotetica una datazione successiva: 1455-1460 circa. La decorazione genovese \u00e8 pi\u00f9 estesa e presuppone l\u2019intervento di pi\u00f9 mani. Chiaravalle sembra il pezzo pi\u00f9 moderno dell\u2019intero gruppo. \u00c8 forse il caso di ribadire che questo nucleo di opere di ascendenza germanica, sia o meno considerato del tutto omogeneo, poco ha a che vedere con la storia e la cultura di Zanetto.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignfull size-full is-style-CFA-image\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1926\" height=\"2674\" src=\"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/CFA-content\/uploads\/2024\/02\/95.jpg\" alt=\"Jos Amman von Ravensburg (?): Madonna col Bambino e angeli; Crocefissione tra i due dolenti, San Pietro e San Paolo che presentano il vescovo Ottone e un altro offerente (1445), foto storica. Costanza, Duomo, sepolcro di Ottone III von Hachberg.\" class=\"wp-image-121722\"\/><figcaption class=\"wp-element-caption\">Jos Amman von Ravensburg (?): Madonna col Bambino e angeli; Crocefissione tra i due dolenti, San Pietro e San Paolo che presentano il vescovo Ottone e un altro offerente (1445), foto storica. Costanza, Duomo, sepolcro di Ottone III von Hachberg.<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Come ne <em>La Settimana Enigmistica<\/em>, insomma, sia per Giusto, sia per Zanetto Bugatto, la \u201cpista cifrata\u201d c\u2019\u00e8, ma i punti cancellati o nascosti sono troppi per offrirci due immagini del tutto intellegibili. Quasi dispiace, dopo tanti anni, dover tornare a ribadire concetti che parevano assodati, ma che ancora vengono messi in discussione. Sulla scorta dei disastrati lacerti di Santa Maria degli Angeli a Vigevano, venticinque anni fa Maria Teresa Binaghi Olivari giudicava Zanetto Bugatto come un pittore \u201cbuono ma non eccellente\u201d: dal testo si evince un certo gusto di <em>\u2018\u00e9pater <\/em>le bourgeois&#8217;, ben comprensibile dopo tanto accapigliarsi degli studiosi. Epper\u00f2\u2026&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Quanto ancora si dovr\u00e0 ripetere che a Vigevano sono solo pochi frammenti? Che la piatta e mediocre Madonna Lanz oggi a Maastricht non deriva dalla Cagnola? O che perdersi nell&#8217;impresa collettiva della volta della Cappella Ducale del castello di Milano non ha portato fin qui a nulla di preciso? Si potrebbe continuare.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Zanetto Bugatto, ce lo garantiscono opere (poche, se si tiene conto anche della bottega) e documenti, non era un pittore da confondersi fra i vari Bembo, Zavattari, Vismara eccetera, figure non tutte ancora ben definite ma interessanti. Zanetto si poneva a un livello superiore, quello di Foppa o di Mantegna, rispetto ai quali ebbe solo la sfortuna di vivere e produrre per un periodo assai pi\u00f9 breve.&nbsp;<\/p>\n\n\n\n<p>Se ci fosse ancora bisogno di convincersi che non \u00e8 storicamente verosimile che il pittore avrebbe volentieri copiato per mettere insieme una modesta pala come quella di Sormano (Santa Maria in Decinisio), monumentale assai pi\u00f9 nelle intenzioni che nel risultato, allora occorrer\u00e0 mettere in fila le commissioni altolocate del pittore, in gran parte perdute o note solo tramite documenti. A questo lungo e prestigioso elenco si aggiungono ora, come si \u00e8 visto, le carte inedite reperite da Carlo Cairati, che attestano lavori di Zanetto compiuti per conto di Cicco Simonetta, vale a dire il numero due (tre, se si conta Bona) a Milano nell\u2019organigramma del potere nei primi tempi del governo di Galeazzo. Poi anche Cicco cadde in disgrazia&#8230;<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<p><em>* Titolo originale del saggio: &#8220;Altra pratica et altro modo&#8221; le relazioni fra lombardia e settentrione nella pittura del Quattrocento, capitoli di un racconto. [Ndr.]<\/em><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Zanetto Bugatto e il gusto per i dipinti fiamminghi emerso a Milano poco dopo la met\u00e0 del XV secolo<\/p>\n","protected":false},"featured_media":121715,"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"footnotes":""},"categories":[2388],"tags":[],"class_list":["post-121727","cfa_translations","type-cfa_translations","status-publish","has-post-thumbnail","hentry","category-nuovi-studi"],"acf":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/cfa_translations\/121727","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/cfa_translations"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/types\/cfa_translations"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/cfa_translations\/121727\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/media\/121715"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=121727"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=121727"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=121727"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}