{"id":125351,"date":"2025-11-25T14:41:40","date_gmt":"2025-11-25T13:41:40","guid":{"rendered":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/?post_type=cfa_translations&#038;p=125351"},"modified":"2025-12-23T15:07:56","modified_gmt":"2025-12-23T14:07:56","slug":"chantal-akerman-sonia-wieder-atherton","status":"publish","type":"cfa_translations","link":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/it\/2025\/11\/25\/chantal-akerman-sonia-wieder-atherton\/","title":{"rendered":"Il tempo dell\u2019ascolto in Chantal Akerman e Sonia Wieder-Atherton"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"has-drop-cap\">\u201cLe temps est ce qui permet \u00e0 la musique de blesser sans toucher.\u201d\u00b9<\/p>\n\n\n\n<p>Chantal non amava le parole superflue. Nemmeno Sonia. Si sono incontrate in quella zona di silenzio che precede un suono, o un\u2019inquadratura. \u201cCon Chantal, non c\u2019era bisogno di spiegare: ci ascoltavamo nel vuoto,\u201d scrive Sonia Wieder-Atherton.\u2076 Una regista e una violoncellista: due mestieri che toccano la stessa materia. Il tempo. Una tiene ferma l\u2019inquadratura finch\u00e9 il reale non cede. L\u2019altra, tende l\u2019arco finch\u00e9 il suono non si fa corpo. Si sono riconosciute nel gesto di trattenere. Nel montaggio come nel respiro.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignfull size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"787\" height=\"576\" src=\"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/CFA-content\/uploads\/2025\/11\/13-RUE-MALLET-STEVENS_EDITED_1_37_still001.jpg\" alt=\"Chantal Akerman, Sonia Wieder-Atherton\" class=\"wp-image-125376\"\/><figcaption class=\"wp-element-caption\">Chantal Akerman, Sonia Wieder-Atherton, Rue Mallet Stevens, 1987, video frame. Collections Cinematek. Courtesy of Fondation Chantal Akerman.<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Non tutte le relazioni artistiche nascono da un progetto. Alcune si annunciano come un\u2019eco, una vibrazione, un\u2019interferenza. \u00c8 accaduto cos\u00ec tra Chantal Akerman e Sonia Wieder-Atherton: non c\u2019\u00e8 stato un programma da condividere, ma un tempo da abitare. Un tempo da ascoltare. Entrambe cercavano qualcosa che non si pu\u00f2 afferrare direttamente: un respiro che si trattiene, un silenzio che diventa sostanza, una durata che non chiede compimento. Il cinema di Akerman e la musica di Wieder-Atherton non si completano a vicenda: si sfiorano, si attendono, si interrogano senza fondersi.<\/p>\n\n\n\n<p>Akerman ha sempre diffidato della narrazione. Il suo cinema non racconta, trattiene. Monta il tempo come si monta una soglia.\u00b2 I suoi piani fissi non sono semplici inquadrature ma dispositivi percettivi, modalit\u00e0 per esperire la materia temporale, per farla vibrare. Nelle immagini che riprendono l\u2019attesa, l\u2019immobilit\u00e0, la ripetizione quotidiana, qualcosa si incrina: un gesto minimo disloca il senso, un\u2019inquadratura apparentemente neutra rivela un\u2019interiorit\u00e0 in tensione. \u00c8 in questa disposizione dell\u2019ascolto \u2014 nella possibilit\u00e0 che l\u2019immagine pensi, come scriveva Deleuze \u2014 che si inserisce il suono di Sonia Wieder-Atherton.<\/p>\n\n\n\n<p>Il violoncello lavora in modo simile: sottrae, distilla, sospende. La sua musica non accompagna il film: lo abita lateralmente, come una presenza discontinua. Non spiega, n\u00e9 sostiene. Si muove come un corpo autonomo che attraversa le immagini, lasciando un\u2019impronta lieve e necessaria. Roland Barthes parlava della \u201cgrana della voce\u201d, di quel punto in cui il suono si fa corpo, carne, eros.\u00b3 Il violoncello, nel gesto di Wieder-Atherton, ha proprio quella densit\u00e0 tattile, organica, che si deposita sul film come una seconda pelle: non lo illustra, ma lo incide. In questo senso, le loro pratiche convergono. Entrambe operano sul margine, il margine dell\u2019emozione, del linguaggio, del ricordo. E se il film diventa una forma d\u2019ascolto, la musica diventa una forma di visione. Il tempo \u00e8 ci\u00f2 che entrambe elaborano, scavano, aprono: un tempo non misurabile, non lineare, che ha a che fare con la durata bergsoniana\u2074, con l\u2019esperienza vissuta pi\u00f9 che con la sequenza degli eventi.<\/p>\n\n\n\n<p>Jean-Luc Nancy scrive che ascoltare significa esporsi.\u00b9 Non si tratta di ricevere un suono, ma di lasciarsi raggiungere da ci\u00f2 che arriva. \u00c8 in questo \u201cessere esposti\u201d che il cinema di Akerman e la musica di Wieder-Atherton si ritrovano: come aperture vulnerabili, come gesti che non cercano senso, ma che lo rendono possibile. Peter Szendy, teorico dell\u2019ascolto, ricorda che accogliere il suono \u00e8 sempre condividere un rischio: quello di essere modificati.\u2075 Ogni film, ogni brano, \u00e8 dunque una messa in gioco della forma e del confine. Un\u2019alleanza fondata sull\u2019intermittenza, sulla fiducia, sulla latenza.<\/p>\n\n\n\n<p>In <em>L\u00e0-bas<\/em> (2006), Akerman filma da un appartamento chiuso a Tel Aviv. L\u2019esterno entra solo filtrato, attraverso le persiane. Non c\u2019\u00e8 azione, solo la voce della regista che medita sull\u2019identit\u00e0, sull\u2019esilio, sulla madre sopravvissuta alla Shoah. Il film \u00e8 una stanza, un confine. In questo spazio chiuso e oscillante, il violoncello di Wieder-Atherton si insinua come una linea d\u2019aria. Non interrompe. Non addolcisce. Fa vibrare le pareti. Le tende. L\u2019attesa. \u00c8 un suono che non cerca l\u2019effetto ma la soglia: quella che separa ci\u00f2 che si pu\u00f2 dire da ci\u00f2 che resta in sospeso. Non accompagna la voce, ma la circonda. La custodisce.<\/p>\n\n\n\n<p>\u201cIo ho cercato di \u2018sentire\u2019 come suonare quel che non potevo vedere.\u201d\u2076 \u00c8 questa vibrazione riflessa, pi\u00f9 che l\u2019enfasi, a segnare il nucleo della loro intesa.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignfull size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"4712\" height=\"3269\" src=\"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/CFA-content\/uploads\/2025\/11\/5-DEST-\u00a9QUENTIN-BALPE-FONDATION-CHANTAL-AKERMAN5.jpeg\" alt=\"Sonia Wieder-Atherton\" class=\"wp-image-125366\"\/><figcaption class=\"wp-element-caption\">Chantal Akerman, Sonia Wieder-Atherton, D\u2019Est en musique, 2005. Ph. Quentin Balpe. Courtesy of Fondation Chantal Akerman.<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Gi\u00e0 in <em>D\u2019Est en musique<\/em> (2005), concerto-immagine concepito a quattro mani da Akerman e Wieder-Atherton a partire dal film <em>D\u2019Est<\/em> (1993), questa alleanza tra immagini e suono si fa dispositivo scenico. Il formato ibrido \u2014 a met\u00e0 tra concerto, proiezione e installazione immersiva \u2014 mette il tempo alla prova in modo ancora pi\u00f9 radicale: i piani fissi e i lunghi travelling dell\u2019Europa dell\u2019Est dopo la caduta del Muro sono attraversati da una costellazione di musiche che, nella versione del 2005, portano soprattutto la traccia dei compositori russi. Oggi, nella rilettura che Sonia dedica allo stesso progetto, quella trama si apre a una \u201cmosa\u00efque musicale\u201d pi\u00f9 ampia, come gesto di riconoscimento verso l\u2019Ucraina e verso tutte le vite<strong> <\/strong>anonime che abitano quelle immagini. La partitura si trasforma senza rinnegare il pensiero originario condiviso con Chantal, accogliendo l\u2019urgenza della storia recente e mostrando quanto il loro lavoro comune abbia sempre intrecciato, senza gerarchie, arte e vita.<\/p>\n\n\n\n<p>Una soglia risonante di questa poetica dell\u2019ascolto \u00e8 il breve film <em>Trois strophes sur le<\/em> <em>nom de Sacher<\/em> (1989), in cui Chantal Akerman filma Sonia Wieder-Atherton nell\u2019atto di eseguire l\u2019omonimo brano di Henri Dutilleux. Composto tra il 1976 e il 1982, <em>Trois strophes sur le nom de Sacher<\/em> nasce come omaggio a Paul Sacher, il grande direttore d\u2019orchestra svizzero, in occasione del suo settantesimo compleanno. Fu Mstislav Rostropovich a immaginare questa costellazione di opere per violoncello solo, invitando dodici compositori a scrivere brevi brani costruiti su un crittogramma musicale ricavato dal nome \u201cSacher\u201d (S = mi\u266d, A = la, C = do, H = si, E = mi, R = re). Ne nacquero miniature sonore dense, ellittiche, dove la forma obbedisce pi\u00f9 al mistero del suono che alla retorica della composizione.<\/p>\n\n\n\n<p>Dutilleux, con il suo stile rarefatto e intensamente timbrico, compose tre strofe autonome ma legate da un respiro comune: la prima interrogativa e raccolta, la seconda lirica e sospesa, la terza pi\u00f9 incalzante, attraversata da tensioni sottili che sembrano sgretolare la linea melodica. \u00c8 un\u2019opera che non racconta, ma circola; che non costruisce, ma sfibra. Akerman ne accoglie la voce con uno sguardo di pari rigore e delicatezza. Non c\u2019\u00e8 narrazione, non c\u2019\u00e8 dramma. Solo il corpo della musicista, l\u2019arco che si solleva, il suono che affiora \u2014 e, sullo sfondo, l\u2019eco di una vita quotidiana che scorre altrove, dietro una finestra, in una luce.<\/p>\n\n\n\n<p>La macchina da presa non accompagna: si dispone all\u2019udito. Ogni gesto musicale \u00e8 filmato come un fenomeno percettivo, una materia temporale che include l\u2019aria, l\u2019attesa, l\u2019intensit\u00e0 del silenzio. La musica di Dutilleux, tanto discreta quanto esigente, trova in Akerman una regista capace di offrirle un tempo visibile senza mai ingabbiarla. Il film stesso diventa variazione, non sul tema, ma sull\u2019attenzione sonora. Un\u2019attenzione che si fa immagine. Come il brano da cui prende il titolo, Trois strophes sur le nom de Sacher, il film \u00e8 breve solo in apparenza. Dentro la sua durata contratta si apre uno spazio pi\u00f9 ampio, dove il suono diventa tempo e l\u2019immagine una soglia. In quello spazio temporale ridotto, il cinema aveva gi\u00e0 imparato ad ascoltare come la musica. Ma in seguito, con <em>M\u00e9moires<\/em>, quell\u2019ascolto si \u00e8 fatto corpo, spazio, presenza. Non pi\u00f9 solo un\u2019immagine che accoglie il suono, ma un tempo condiviso che lo rende visibile.<\/p>\n\n\n\n<p>\u00c8 questa qualit\u00e0 dell\u2019eco, pi\u00f9 che dell\u2019enfasi, che caratterizza la loro collaborazione. In <em>M\u00e9moires<\/em>, concerto-performance nato nel 1999 e presentato in diverse versioni tra Parigi, Marsiglia e Gerusalemme, le immagini che Akerman affida allo spazio scenico non sono narrative, ma interstiziali. Volti, mani, architetture interiori. La musica attinge a fonti arcaiche e popolari, ma le trasfigura in qualcosa di altro: un paesaggio emotivo, una liturgia spoglia, un atto di trasmissione non genealogica ma sensibile. In un tempo dominato dalla riproduzione e dalla dispersione, <em>M\u00e9moires <\/em>sceglie la forma rara dell\u2019apparizione. Non \u00e8 un\u2019opera fissata, ma uno spazio performativo che si riapre ogni volta, come un gesto che si rinnova nell\u2019ascolto. Le sue esecuzioni \u2014 mai identiche, mai ripetute \u2014 si sono articolate in una costellazione di eventi fragili e intensi, che hanno attraversato l\u2019Europa e il Nord America come veglie mobili del suono e della memoria. Alla Philharmonie di Parigi, in festival come il New Horizons di Wroc\u0142aw, il RIDM di Montr\u00e9al o il FIAF di New York, <em>M\u00e9moires<\/em> \u00e8 comparso in forma di concerto, di installazione, di tributo silenzioso. A volte precedeva la proiezione di un film; altre volte ne prendeva il posto, lasciando che la musica dicesse ci\u00f2 che l\u2019immagine non osava pi\u00f9 mostrare.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignfull size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"6952\" height=\"4656\" src=\"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/CFA-content\/uploads\/2025\/11\/10-AVEC-SONIA-WIEDER-ATHERTON-Chantal-Akerman-2003-Photo-Sabine-Lancelin.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-125379\"\/><figcaption class=\"wp-element-caption\">Chantal Akerman, Sonia Wieder-Atherton, Avec Sonia Wieder-Atherton, 2003, video frame. Ph. Sabine Lancelin. Courtesy of Sonia Wieder-Atherton and Fondation Chantal Akerman.<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Nel 2020, con <em>Chantal?<\/em>, Wieder-Atherton ha trasformato questa pratica in un omaggio itinerante, in cui suono, parola e frammenti filmici si intrecciano come relitti affettivi di un\u2019alleanza artistica e umana. In tutti questi momenti, il violoncello non si limita a suonare: occupa lo spazio scenico come un corpo intermedio, attraversato da memorie non sue, da lingue dimenticate, da echi sopravvissuti. Non si d\u00e0 concerto, ma presenza. Non si d\u00e0 replica, ma ritorno. Ogni esecuzione \u00e8 un atto di resistenza contro l\u2019oblio: un tempo dell\u2019ascolto che si fa ospitale, vulnerabile, vivo.<\/p>\n\n\n\n<p>Particolarmente intensi sono i passaggi in cui Wieder-Atherton lavora sulla trascrizione per violoncello della musica liturgica ebraica, trasmessa oralmente dai cantori dell\u2019Europa orientale e raccolta attraverso un lungo lavoro di ricerca tra Gerusalemme e Parigi, ascoltando archivi orali, registrazioni private, testimoni sopravvissuti. \u00c8 un lavoro che prende avvio quando Chantal Akerman le chiede di comporre la musica per <em>Histoires d\u2019Am\u00e9rique<\/em>, desiderando che il suo violoncello fosse \u201cun\u2019altra voce\u201d capace di unirsi alle voci di tutti i personaggi del film. Non solo soggetti sonori, ma documenti dell\u2019anima: canti bifronti, che custodiscono insieme la gioia e il lutto, l\u2019ironia e il lamento. Vengono scelti canti di veglia, di esilio, di infanzia, in cui la voce originaria viene trasposta nel violoncello senza perdere la propria vulnerabilit\u00e0.<\/p>\n\n\n\n<p>Questi brani portano dentro di s\u00e9 una geografia spezzata: la Galizia, il ghetto di Varsavia, Vilnius, Odessa. Cantano dell\u2019amata lontana, dell\u2019inverno che non finisce, della madre perduta, della preghiera interrotta. Sono forme liriche di sopravvivenza, dense di immagini quotidiane e cosmiche insieme. Il violoncello allora diventa voce, prende il posto del \u1e25azz\u0101n, trasforma la melodia in memoria incarnata. Le inflessioni modali, le micro tonalit\u00e0, l\u2019emissione spezzata, l\u2019arco che imita l\u2019incertezza della voce viva: tutto concorre a fare di questi brani non una rievocazione, ma una presenza. La musica non cita, ma testimonia e ogni brano \u00e8 un luogo sensibile del passato: non illustra la memoria, la fa accadere di nuovo.<\/p>\n\n\n\n<p>Sono canti che appartengono a un patrimonio non codificato, dove la distinzione tra sacro e profano, fra lutto e festa, fra linguaggio e suono, \u00e8 continuamente messa in tensione. Vi si trovano ninne nanne per bambini mai nati, lamenti funebri in forma di dialogo, ballate d\u2019esilio che parlano di distacchi, partenze forzate, assenze. Non \u00e8 raro che una melodia apparentemente giocosa contenga al suo interno una fenditura, una frattura \u2014 come se la tonalit\u00e0 stessa sapesse ci\u00f2 che la parola non pu\u00f2 dire.<\/p>\n\n\n\n<p>Wieder-Atherton non trascrive: traduce nel corpo. L\u2019arco non accompagna il canto, ma lo precede e lo segue. La sua gestualit\u00e0, lenta, porosa, restituisce il ritmo irregolare della voce che trattiene un pianto o insegue un ricordo. Qui il violoncello, con le sue vibrazioni profonde, riproduce l\u2019instabilit\u00e0 fonica dello yiddish: le krekhts (soffi, sospiri), le schleps (slittamenti), i tremolii che rendono la voce umana anche quando \u00e8 rotta. In alcune sequenze di <em>M\u00e9moires<\/em>, queste melodie sembrano sorgere non da una partitura, ma da una zona interiore, come se la memoria non fosse pi\u00f9 contenuta in un archivio, ma passasse attraverso il corpo dell\u2019interprete. Cos\u00ec il canto non viene riprodotto, ma riattivato e la sua trasmissione non \u00e8 filologica, bens\u00ec postuma. Non si tratta di ricostruire un\u2019origine, ma di offrirle un nuovo tempo in cui accadere.<\/p>\n\n\n\n<p>Alcuni brani evocano la tradizione del nigun, il canto spirituale privo di parole tipico della mistica chassidica, in cui la ripetizione estenuata di sillabe senza senso (yai dai dai, bim bom bom) mira a sospendere il linguaggio per raggiungere un punto di espressione prelinguistica. Wieder-Atherton reinterpreta questi motivi come varchi nel tempo storico, come spiragli di un\u2019arcaica memoria acustica. La musica diventa un rituale muto, un gesto liminale che collega ci\u00f2 che non pu\u00f2 pi\u00f9 essere detto a ci\u00f2 che chiede ancora udienza. In questa prospettiva, <em>M\u00e9moires<\/em> non \u00e8 n\u00e9 performance n\u00e9 concerto, ma veglia. Un luogo in cui il riverbero di voci cancellate si fa presenza sonora. Dove il passato non viene illustrato, ma ospitato. Dove la memoria non \u00e8 n\u00e9 documento n\u00e9 testimonianza, ma fenomeno acustico intermittente, materia che ritorna in forma di vibrazione, di timbro, di lacerazione musicale.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignfull size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"6956\" height=\"4616\" src=\"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/CFA-content\/uploads\/2025\/11\/6-AVEC-SONIA-WIEDER-ATHERTON-Chantal-Akerman-2003-Photo-Sabine-Lancelin.jpeg\" alt=\"\" class=\"wp-image-125378\"\/><figcaption class=\"wp-element-caption\">Chantal Akerman, Avec Sonia Wieder-Atherton, 2003, video frame. Ph. Sabine Lancelin. Courtesy of Sonia Wieder-Atherton and Fondation Chantal Akerman.<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>Questo rapporto tra memoria e suono affonda le sue radici anche nella formazione stessa di Wieder-Atherton. A diciannove anni parte per Mosca, dietro il \u201crideau de fer\u201d, per studiare con la violoncellista e pedagoga Natalia Chakhovska\u00efa al Conservatorio \u010cajkovskij. In quei due anni e mezzo di apprendistato, tra il gelo, la difficolt\u00e0 della lingua, le privazioni quotidiane, impara a pensare il violoncello come una voce: il rapporto alla corda, la tenuta dell\u2019arco, l\u2019intensit\u00e0 dell\u2019interpretazione diventano un modo di abitare il tempo pi\u00f9 che di eseguire una partitura. \u00c8 un viaggio iniziatico che continuer\u00e0 a nutrire il suo lavoro, tanto pi\u00f9 dopo la morte della maestra e dopo l\u2019aggressione dell\u2019Ucraina, quando quei ricordi si riaccendono come presenze irriducibili.<\/p>\n\n\n\n<p>Da questa esigenza di testimoniare nasce il progetto <em>Carnets de l\u00e0-bas<\/em>, creato insieme a Cl\u00e9ment Cogitore: un racconto in forma di concerto in cui la voce, registrata o dal vivo, di Sonia che legge i suoi taccuini sovietici si intreccia con \u201combre di violoncello\u201d da lei stessa registrate, il canto del violoncello in scena, un montaggio video di vere e false immagini d\u2019archivio, musiche di \u0160ostakovi\u010d, Boris \u010cajkovskij, Bloch, Scelsi, Schubert, Couperin, Bach, Monteverdi. Lontano dall\u2019illustrare il testo, il lavoro di Cogitore apre \u201cpunti di fuga\u201d che rispettano l\u2019intimit\u00e0 dei ricordi, scegliendo frammenti che sfiorano la memoria senza mai possederla. Anche qui, come con Akerman, passato e presente, assenza e presenza, documento e invenzione si ricompongono in un gioco di risonanze, dove ci\u00f2 che conta non \u00e8 la cronologia ma la vibrazione condivisa di un tempo vissuto.<\/p>\n\n\n\n<p>In questo contesto, la musica diventa un atto di cura e di restituzione. Non si limita a evocare un\u2019origine perduta, ma apre un luogo di percezione sonora dove l\u2019eredit\u00e0 e la fragilit\u00e0 convivono. Akerman, con la sua regia invisibile ma operante, non sovrappone immagini illustrative: le lascia emergere. Le lascia vibrare in ascolto, nel suono, col suono. Si crea cos\u00ec un gesto condiviso di ospitalit\u00e0 affettiva, in cui il lutto e la memoria non sono mai chiusi, ma continuamente riaperti. L\u2019immagine, in queste opere, non \u00e8 mai un documento, \u00e8 una sopravvivenza, un ritorno in forma di differenza. Come scrive Georges Didi-Huberman, l\u2019immagine \u00e8 un intervallo tra il visibile e il non visto, tra il passato e il presente.\u2077 Non restituisce il tempo: lo sfibra. Lo mette in crisi. Akerman lavora con queste immagini come con resti affettivi, come con reperti. La musica di Wieder-Atherton entra in questa grammatica come una fenditura acustica: si fa polvere sonora, scarto, lacuna. \u201cLe immagini che mi restano non sono visive, ma acustiche\u201d\u2076, dichiara.<\/p>\n\n\n\n<p>Talvolta, il loro scambio assumeva la forma di un dialogo muto, fatto di minime intese, di sguardi trattenuti, di presenze che si sfiorano. In un\u2019intervista recente, Wieder-Atherton ha ricordato: \u201cNon abbiamo mai parlato di intenzioni. Chantal non spiegava. Mi lasciava spazio. Piuttosto che dirmi cosa voleva, mi offriva un vuoto da abitare.\u201d Ed \u00e8 forse proprio da quel vuoto che nascono alcune domande inevitabili per chi ascolta il suo lavoro oggi, con attenzione non solo poetica ma anche tecnica. Il gesto dell\u2019arco, che sembra spesso non produrre il suono ma trattenerlo, quasi scavarlo dal silenzio, appare come un delicato equilibrio tra tensione tecnica e latenza espressiva, un tempo minimo tra il respiro e la vibrazione in cui qualcosa accade e resta inafferrabile. Molti dei brani che Sonia interpreta, soprattutto quelli yiddish o privi di parole, sembrano non avere un\u2019origine fissa ma emergere da uno spazio acustico interiore; portano in s\u00e9 fratture, sospensioni, timbri spezzati che l\u2019interprete assume e metabolizza. L\u2019arco, l\u2019intonazione, il peso, diventano allora i luoghi in cui una memoria non scritta, trasmessa come una ferita, trova una forma provvisoria: non una risposta esplicativa, ma una pratica del suono che continua a interrogare chi ascolta.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel 2020, presentando lo spettacolo <em>Chantal?<\/em>, Wieder-Atherton ha descritto cos\u00ec la loro relazione: \u201cEra un dialogo con Chantal. Con Chantal in <em>Saute ma ville<\/em> (1968). Con la sua voce che legge, i suoi gesti, i suoi silenzi, la sua danza insieme farsesca e tragica, la sua ansia che mormora piccoli motivi.\u201d Un dialogo che non si fondava su un\u2019intenzione da dichiarare, ma su una disponibilit\u00e0 reciproca ad abitare l\u2019intervallo, l\u2019ascolto, la latenza. Questa modalit\u00e0 di lavoro, fondata sull\u2019allusione e sull\u2019ascolto reciproco, ha generato opere che non nascono da un progetto predefinito, ma da una consonanza. Come due linee che non si sovrappongono ma si inseguono, Akerman e Wieder-Atherton hanno composto una partitura fatta di pause, accenni, gesti elusivi.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel loro fare comune, l\u2019immagine non illustra la musica, e la musica non sottolinea l\u2019immagine: entrambe si sottraggono alla subordinazione, instaurando una relazione fondata sull\u2019asimmetria e sulla fiducia. \u00c8 un modello di collaborazione in cui la differenza non \u00e8 un ostacolo, ma una condizione di risonanza.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image alignfull size-full\"><img loading=\"lazy\" decoding=\"async\" width=\"1920\" height=\"1080\" src=\"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/CFA-content\/uploads\/2025\/11\/14-SLOTH.00_01_47_22.Still006.jpg\" alt=\"\" class=\"wp-image-125375\"\/><figcaption class=\"wp-element-caption\">Chantal Akerman, Sonia Wieder-Atherton, Portrait d\u2019une paresseuse, 1986, video frame. Courtesy of Sonia Wieder-Atherton and Fondation Chantal Akerman.<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<p>In <em>No Home Movie<\/em> (2015), film testamento, questa logica si porta all\u2019estremo. Il titolo stesso \u00e8 una torsione: ci\u00f2 che resta della casa, della madre, della voce. Un film senza musica. Ma \u00e8 proprio qui che la musica si fa carne. Una carne spettrale. Ogni silenzio \u00e8 pieno del suono che manca. Ogni dissolvenza, una cassa armonica del non-detto. Il violoncello tace, ma vibra altrove. Lo spettro dell\u2019ascolto resta. Resta come ci\u00f2 che non possiamo smettere di sentire, anche in assenza del suono. Akerman filma sua madre nella quotidianit\u00e0 fragile dell\u2019ultima convivenza. Nessuna musica accompagna quelle immagini. Ma \u00e8 come se il violoncello avesse gi\u00e0 suonato, e ora ne restasse solo l\u2019eco. Ogni dissolvenza, ogni attesa, ogni pixel disturbato \u00e8 gi\u00e0 suono. Un suono scomparso, ma ancora vibrante. \u201cOgni suono che produco si rivolge a un\u2019immagine che non c\u2019\u00e8 pi\u00f9. O che forse non c\u2019\u00e8 mai stata.\u201d\u2076, racconta Wieder-Atherton.<\/p>\n\n\n\n<p>Nel loro lavoro, il silenzio non \u00e8 vuoto. \u00c8 composto di parole non dette. Una sostanza densa e invisibile che chiede forma. In <em>Alexis ou le trait\u00e9 du vain combat<\/em>, Marguerite Yourcenar dice che ogni silenzio \u00e8 fatto di parole non dette. E aggiunge, con dolente lucidit\u00e0, che forse \u00e8 per questo che si diventa musicista \u2014 perch\u00e9 qualcuno deve parlare non con le parole, sempre troppo precise per non ferire, ma semplicemente con la musica.<\/p>\n\n\n\n<p>La musica, in questa accezione, non \u00e8 decorazione ma necessit\u00e0. Un gesto per dare voce all\u2019indicibile, per far parlare il silenzio senza violarlo. Akerman e Wieder-Atherton condividono l\u2019etica di un\u2019arte che non mostra, ma custodisce. Non hanno mai raccontato una storia. Hanno praticato uno spazio. Hanno abitato l\u2019intervallo.<\/p>\n\n\n\n<p>E proprio in quell\u2019intervallo sospeso, ci hanno insegnato ad ascoltare il tempo che resta \u2014 non il tempo misurabile, ma quello che si insinua tra le pieghe dell\u2019attesa, della perdita, della memoria. \u201cSuonare era un modo di trattenere l\u2019immagine, di non lasciarla scomparire del tutto,\u201d\u2076 come se ogni nota potesse farsi argine contro l\u2019oblio, come se il suono, pi\u00f9 delle parole, avesse il potere di custodire ci\u00f2 che non \u00e8 pi\u00f9 visibile.<\/p>\n\n\n\n<p>Maurice Blanchot scriveva che \u201cla parola essenziale \u00e8 quella che si pronuncia quando non si ha pi\u00f9 niente da dire,\u201d\u2079 indicando forse quel punto estremo in cui il linguaggio non serve pi\u00f9 a spiegare, ma a restare, a testimoniare una presenza fragile, eppure necessaria.<\/p>\n\n\n\n<p>Il lavoro di Akerman e Wieder-Atherton \u00e8 fatto di queste parole silenziose. Di questi accordi senza enfasi. Di questi gesti che restano, anche quando tutto tace. La musica di Sonia non accompagnava le immagini di Chantal. Le abitava, come un respiro trattenuto. Ogni nota era un filo d\u2019assenza \u2014 tirato dal tempo, dall\u2019esilio, dalla nostalgia \u2014 tessuto tra una stanza abbandonata e un treno in corsa.<\/p>\n\n\n\n<p>Chantal era il fotogramma immobile; Sonia, la vibrazione che resta. Non per colmare il silenzio, ma per lasciarlo fiorire. Come se l\u2019archetto ricordasse. Come se il violoncello continuasse a cercarla.<\/p>\n\n\n\n<hr class=\"wp-block-separator has-alpha-channel-opacity\"\/>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size\">Ringrazio profondamente Sonia Wieder-Atherton per la generosit\u00e0 con cui ha condiviso ricordi, parole e musiche che continuano a vibrare nel tempo. La sua voce, incarnata nel suono, ha reso possibile questo ascolto. Un sentito ringraziamento va anche alla Fondazione Chantal Akerman per la cortese condivisione delle immagini, e per il lavoro di tutela visiva e simbolica di un\u2019opera che continua a interrogare il nostro presente.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"has-small-font-size\">1) Jean-Luc Nancy, \u00c0 l\u2019\u00e9coute, Galil\u00e9e, 2002, p. 16.<br>2) Gilles Deleuze, L\u2019immagine-tempo, Ubulibri, 1989, p. 22.<br>3) Roland Barthes, \u201cLa grana della voce\u201d, in Il brusio della lingua, Einaudi, 1988, pp. 229\u2013236.<br>4) Henri Bergson, L\u2019evoluzione creatrice, Laterza, 2011, pp. 6\u201310.<br>5) Peter Szendy, \u00c9coute. Une histoire de nos oreilles, \u00c9ditions de Minuit, 2001, p. 73.<br>6) Sonia Wieder-Atherton, \u201cDove sono le immagini?\u201d, in Chantal Akerman. Travelling, MAC\/CCB, 2025, p. 30.<br>7) Georges Didi-Huberman, L\u2019immagine sopravvivente, Bollati Boringhieri, 2007, p.152.<br>8) Marguerite Yourcenar, Alexis o il trattato della lotta vana, Bompiani, 1989, p. 33.<br>9) Maurice Blanchot, Lo spazio letterario, Einaudi, 1974, p. 93.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il dialogo tra Chantal Akerman e Sonia Wieder-Atherton unisce immagine e musica in un tempo di ascolto condiviso. <\/p>\n","protected":false},"featured_media":125364,"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"footnotes":""},"categories":[2385],"tags":[],"class_list":["post-125351","cfa_translations","type-cfa_translations","status-publish","has-post-thumbnail","hentry","category-latest-art-history"],"acf":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/cfa_translations\/125351","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/cfa_translations"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/types\/cfa_translations"}],"version-history":[{"count":4,"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/cfa_translations\/125351\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":125401,"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/cfa_translations\/125351\/revisions\/125401"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/media\/125364"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=125351"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=125351"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=125351"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}