{"id":97407,"date":"2020-03-03T15:10:48","date_gmt":"2020-03-03T14:10:48","guid":{"rendered":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/?post_type=cfa_translations&#038;p=97407"},"modified":"2020-03-10T10:16:24","modified_gmt":"2020-03-10T09:16:24","slug":"e-un-art-magazine-quello-che-sto-leggendo","status":"publish","type":"cfa_translations","link":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/it\/2020\/03\/03\/e-un-art-magazine-quello-che-sto-leggendo\/","title":{"rendered":"\u00c8 un art magazine quello che sto leggendo?"},"content":{"rendered":"\n<p>Quando \u00e8 venuto alla luce, nel febbraio del 2012, Conceptual Fine Arts \u00e8 stato il primo art magazine pubblicato da una singola galleria d\u2019arte. La galleria era quella di Fabrizio Moretti. Il modo di comunicare del mondo dell\u2019arte stava cambiando molto velocemente. I social networks erano nel pieno della fioritura e offrivano, teoricamente a tutti, la possibilit\u00e0 di costruire una propria rete di distribuzione fatta di \u2018amici\u2019 o \u2018followers\u2019. Tutti avevano un account Facebook o Twitter, artisti e curatori l\u2019avevano anche su Tumblr. L\u2019attuale leader di settore, Instagram, cominciava allora a prender piede. Se \u00e8 vero che molti dei grandi galleristi del passato sono stati anche straordinari editori &#8211; si pensi a Ernst Beyeler, impiegato di libreria &#8211;&nbsp; ecco che produrre un art magazine online ci era sembrato il modo migliore per sfruttare la nuova opportunit\u00e0 offerta dai digital media e portare al pubblico pi\u00f9 giovane il messaggio culturale di un gallerista, Moretti appunto, che voleva provare fosse possibile parlare di arte antica e arte contemporanea con medesima profondit\u00e0 e competenza. Oltretutto, una volta concordati gli obiettivi di comunicazione (<a href=\"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/it\/chi-siamo\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\" aria-label=\"gli stessi che abbiamo oggi (opens in a new tab)\">gli stessi che abbiamo oggi<\/a>), l\u2019editore garantiva agli autori la pi\u00f9 completa libert\u00e0 editoriale.<\/p>\n\n\n\n<figure class=\"wp-block-image size-large\"><img decoding=\"async\" src=\"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/CFA-content\/uploads\/2020\/03\/IMG_0047-783x1024.jpg\" alt=\"ole Eisenman\" class=\"wp-image-97404\"\/><figcaption>Nicole Eisenman, Breakup, detail, 2011. This work was exhibited for the first time at the Whitney Biennial in 2012.<\/figcaption><\/figure>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\"><strong>Gli art magazine delle gallerie<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p>In quel periodo tutte le gallerie che contano sbarcavano sui social, in modi pi\u00f9 o meno efficaci, usando i nuovi canali per comunicare s\u00e9 stesse e i propri artisti. Alcune hanno anche creato riviste ad hoc. Gagosian ha pionieristicamente lanciato la propria tra la fine del 2012 e l\u2019inizio del 2013. L&#8217;art magazine &#8211; stampato su carta in quattro numeri all\u2019anno &#8211; in principio era interamente finanziato dalla galleria. Oggi <a href=\"https:\/\/gagosian.com\/quarterly\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\" aria-label=\"Gagosian Quarterly (opens in a new tab)\">Gagosian Quarterly<\/a> \u00e8 parte sostanziale del sito web di Gagosian (decisamente il sito di galleria pi\u00f9 avanzato in circolazione) e vende pubblicit\u00e0 ai principali brand della moda, pur continuando a parlare esclusivamente degli artisti rappresentati, o trattati, dalla galleria stessa &#8211; ed \u00e8 questo un primo forte indicatore del punto in cui ci troviamo.<\/p>\n\n\n\n<p>Gagosian non \u00e8 rimasto solo a lungo. <a rel=\"noreferrer noopener\" aria-label=\"Koenig (opens in a new tab)\" href=\"https:\/\/www.koenig-souvenir.com\/products\/konig-issue-1\" target=\"_blank\">Koenig<\/a> ha iniziato a pubblicare un proprio art magazine nel 2017. Per ora la rivista della galleria tedesca esce due volte l\u2019anno, e come quella di Gagosian parla esclusivamente degli artisti rappresentati dalla galleria e vende pubblicit\u00e0 ai brand della moda. Nel dicembre del 2018 Hauser &amp; Wirth ha invece lanciato <a rel=\"noreferrer noopener\" aria-label=\"Ursula (opens in a new tab)\" href=\"https:\/\/www.hauserwirth.com\/stories\/22281-ursula-new-magazine-hauser-wirth\" target=\"_blank\">Ursula<\/a>, art magazine pubblicato su carta in quattro numeri all\u2019anno, e non esclusivamente dedicato agli artisti della galleria &#8211; almeno, queste erano le intenzioni iniziali: \u2018<em>Ursula will showcase not only the work of artists and estates represented by Hauser &amp; Wirth, but also a wide, adventurous swath of the international art world of the 20th and 21st centuries<\/em>\u2019. Alcuni degli articoli sono pubblicati online anche sul sito della galleria. Un altro gallerista, Marco Voena, lo scorso Novembre ha lanciato il primo numero di <a rel=\"noreferrer noopener\" aria-label=\"Il Libro (opens in a new tab)\" href=\"https:\/\/www.illibromagazine.com\/about\" target=\"_blank\">Il Libro<\/a>, art magazine che ha l\u2019obiettivo di raccontare ai non italiani i maestri dell\u2019arte italiana. Il Libro non ha ancora una versione online.<\/p>\n\n\n\n<p>David Zwirner non ha un art magazine, ma in occasione del venticinquesimo compleanno della galleria ha arricchito il proprio sito web di due sezioni molto interessanti ai fini del nostro discorso. La prima si intitola \u201825 years\u2019 e ripercorre in modo esteso e puntuale la storia della galleria. La seconda sezione raccoglie invece una serie di podcast che racconta il lavoro di alcuni dei suoi artisti. Le due sezioni sono a tutti gli effetti prodotti editoriali, che arricchiscono il sito di Zwirner di contenuti divulgativi che in altre epoche sarebbero probabilmente stati destinati ad altri canali distributivi. Simile l\u2019approccio di Gavin Brown, che nella sezione \u2018Library\u2019 del suo sito ha pure raccolto video e scritti autoriali dedicati agli artisti rappresentati della galleria.<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\"><strong>Le piattaforme editoriali dei grandi musei<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p>Nel medesimo arco di tempo anche i siti di alcuni dei principali musei del mondo sono cambiati, diventando potentissime piattaforme editoriali finalizzate alla diffusione della conoscenza conservata e generata all&#8217;interno dell&#8217;istituzione. L\u2019esempio migliore \u00e8 quello del Metropolitan Museum di New York, il primo museo di questa scala a essersi dotato di un dipartimento dedicato ai digital media. E per farsi un\u2019idea delle risorse che il museo ha investito in questo settore strategico basta leggere questo passaggio tratto da un comunicato pubblicato dal Met nel 2015, quattro anni dopo il lancio del sito web. Si noti, tra l\u2019altro, il rilievo che viene dato al fatto che i risultati nel mondo della comunicazione digitale sono sempre frutto di un lavoro svolto scrupolosamente, giorno per giorno:<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p><em>The Met&#8217;s digital work has proven to be one of the Museum&#8217;s most effective tools for sharing our collection and scholarship with both new and existing audiences. The team has delivered on both big, buzzworthy projects and small, incremental improvements; it has been at the cutting edge of museum practice and has continued the unsung, day-to-day work that makes the digital Met possible.<\/em><\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>Quello del Met \u00e8 ancora uno dei pochissimi siti web dove l\u2019utente abbia la possibilit\u00e0 di incontrare la voce degli esperti, che nella straordinaria sezione chiamata \u2018Online features\u2019 raccontano mostre, opere e collezioni. Oltretutto, nel 2017 il Met ha reso disponibili 375.000 immagini in alta risoluzione di opere d\u2019arte appartenenti alle proprie collezioni. Le immagini sono disponibili gratuitamente e senza limitazioni d\u2019uso secondo gli standard della licenza Creative Commons Zero. Quello stesso anno il sito web del Met ha ricevuto pi\u00f9 di 30 milioni di visitatori, il 32% dei quali provenienti dall&#8217;estero. L\u2019account Instagram del museo ha oggi 3.5 milioni di followers. Nel 2017 ne aveva gi\u00e0 2.5 milioni. Si tenga anche presente che i visitatori \u2018reali\u2019 annuali del Met sono poco meno di 7 milioni &#8211; e si rilegga quindi la dichiarazione riportata sopra.<\/p>\n\n\n\n<p>Anche il MoMA ha investito molto nei digital media. Lo scorso inverno ha lanciato il suo art \u2018<a href=\"https:\/\/www.moma.org\/magazine\/\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\" aria-label=\"Magazine (opens in a new tab)\">Magazine<\/a>\u2019, descrivendolo cos\u00ec: \u2018<em>Passionate perspectives on art, artists, and ideas that shape culture today<\/em>\u2019. Anche in questo caso l&#8217;art magazine \u00e8 un contenitore di punti di vista di \u2018esperti\u2019 messi al servizio del racconto del museo e della sua attivit\u00e0. E lo stesso si potrebbe dire del Louisiana Channel, un sito web di natura non-profit che ha sede presso il Louisiana Museum. Il sito \u00e8 stato lanciato alla fine del 2012 e raccoglie ormai pi\u00f9 di 500 video. Nulla potrebbe dichiararne meglio la natura dello statment presente sul sito web del museo stesso:<\/p>\n\n\n\n<blockquote class=\"wp-block-quote is-layout-flow wp-block-quote-is-layout-flow\"><p><em>Louisiana Channel contributes to the permanent development of the museum as a cultural platform, expressing a desire to sharpen the understanding of the importance of culture and the arts. We see Louisiana Channel as an integral part of a museum for the 21st century, capable of engaging a new generation in our cultural heritage, in an intelligent present and an ambitious future.<\/em><\/p><\/blockquote>\n\n\n\n<p>Nemmeno le grandi piattaforme del mercato, cio\u00e8 fiere d\u2019arte e case d\u2019asta, possono oggi fare a meno di produrre contenuti editoriali. Dal 2015 Christie\u2019s ha il suo \u2018Online Magazine\u2019 settimanale, poi diventato cartaceo e bimestrale (come <a href=\"https:\/\/www.christies.com\/about-us\/christies-magazine\" target=\"_blank\" rel=\"noreferrer noopener\" aria-label=\"Christie's Magazine (opens in a new tab)\">Christie&#8217;s Magazine<\/a>), ora in procinto di tornare a essere solo digitale. Nel 2019 Art Basel ha aperto una propria redazione editoriale, i cui prodotti sono destinati alla sezione \u2018Stories\u2019 del sito web della fiera. Frieze questo problema non l\u2019ha mai avuto, essendo la fiera gi\u00e0 espressione di un art magazine consolidato. E lo stesso si potrebbe dire del pi\u00f9 giornalistico Artnet news, che oltre a informare di fatto serve a \u2018vendere\u2019 il database e i servizi a esso connessi.<\/p>\n\n\n\n<h3 class=\"wp-block-heading\"><strong>Conclusioni<\/strong><\/h3>\n\n\n\n<p>Potremmo continuare a fare esempi, ma a questo punto alcuni elementi dovrebbero essere gi\u00e0 chiari.<\/p>\n\n\n\n<p>1) La digitalizzazione dei media sta portando le \u2018agenzie\u2019 del sistema dell\u2019arte (gallerie, musei, fiere, istituzioni) a produrre e distribuire, secondo le proprie capacit\u00e0, contenuti editoriali che hanno come principale caratteristica quella di essere strumentali alla missione dell\u2019agenzia stessa (questo \u00e8 un trend che non interessa solo il mondo dell\u2019arte).<\/p>\n\n\n\n<p>2) in questo scenario, la \u2018vecchia\u2019 stampa di settore soffre, e deve quindi cercare di vendere servizi o prodotti altri rispetto alla pura informazione. Questo finisce per inficiare il teorico valore aggiunto rappresentato dell&#8217;indipendenza editoriale.<\/p>\n\n\n\n<p>3) se l\u2019agenzia ha natura commerciale, il tipo di contenuti che questa produce ha necessariamente carattere promozionale, e non potrebbe essere altrimenti (e infatti nessuno degli art magazine delle gallerie che abbiamo citato \u00e8 un\u2019attivit\u00e0 non profit). L\u2019unico \u2018garante\u2019 dei contenuti \u00e8 l\u2019agenzia stessa, che diventa anche l\u2019unico contesto di riferimento dell\u2019informazione. <\/p>\n\n\n\n<p>Oltretutto, per quando sia teoricamente possibile, produrre contenuti qualitativi e distribuirli in modo efficace \u00e8 un costo che non tutte le agenzie del mondo dell\u2019arte possono sostenere, a prescindere dal problema non secondario inerente alla contestualizzazione del messaggio. Ma forse il futuro inizia proprio da qui. <\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>I digital media stanno cambiano il modo in cui il mondo dell&#8217;arte comunica. Ecco come le &#8216;agenzie&#8217; sono nel entrate nel territorio delle riviste.<\/p>\n","protected":false},"featured_media":97404,"template":"","meta":{"_acf_changed":false,"footnotes":""},"categories":[1796],"tags":[],"class_list":["post-97407","cfa_translations","type-cfa_translations","status-publish","has-post-thumbnail","hentry","category-mapping-the-artscape"],"acf":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/cfa_translations\/97407","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/cfa_translations"}],"about":[{"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/types\/cfa_translations"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/cfa_translations\/97407\/revisions"}],"wp:featuredmedia":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/media\/97404"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/media?parent=97407"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/categories?post=97407"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/www.conceptualfinearts.com\/cfa\/wp-json\/wp\/v2\/tags?post=97407"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}