CONCEPTUAL FINE ARTS

A Tamale, a casa di Ibrahim Mahama


Jasmina Trifoni  -  Aprile 1, 2019

Per meglio capire la nuova monumentale installazione di Ibrahim Mahama a Milano, siamo andati in Ghana, all’inaugurazione del centro d’arte che l’artista ha da poco aperto a Tamale.

Brahim Mahama, A Friend, installation view, Fondazione Trussardi, Milan.

Brahim Mahama, A Friend, installation view, Fondazione Trussardi, Milan.

Kejetia market, Kumasi, Ghana, 2019. Ph. Jasmina Trifoni.

Kejetia market, Kumasi, Ghana, 2019. Ph. Jasmina Trifoni.

«Nome della persona di riferimento in Ghana?», mi chiede il funzionario consolare, dopo aver alzato un sopracciglio leggendo il mio modulo di richiesta del visto alla voce “professione” – giornalista – ed essersi insospettito a quella “motivo del viaggio” – turismo.
«Ibrahim Mahama».
Il funzionario sgrana gli occhi. «Conosce Ibrahim Mahama? Come mai va a trovarlo?»
«Certo che lo conosco, è l’artista africano under 40 più famoso al mondo, e vado in Ghana per l’inaugurazione del suo centro di arte contemporanea, a Tamale, la sua città natale. Vorrei continuare dicendo che Ibrahim Mahama sarà la superstar del Padiglione Ghana alla prossima Biennale di Venezia, alla quale il paese africano parteciperà per la prima volta in via ufficiale. Ma il funzionario non me ne dà il tempo, e liquida annoiato la faccenda con: «Ah, è un caso di omonimia. Da noi “Ibrahim Mahama” è un nome piuttosto comune».

Uscita dall’Ambasciata – e con il mio visto stampato sul passaporto – digito “Ibrahim Mahama” su Google, scoprendo che Ibrahim Mahama (l’altro Ibrahim Mahama) è il fratello dell’ex presidente del Ghana e, proprietario tra l’altro di concessioni minerarie nel suo paese, in Liberia, Congo, Brazzaville e Sierra Leone; è l’uomo più ricco del Ghana. E anche il più chiacchierato.

Savannah Centre for Contemporary Art, Tamale.

Savannah Centre for Contemporary Art, Tamale.

Ibrahim Mahama e lo Savannah Centre for Contemporary Art.

Sia come sia, pochi giorni dopo, con Francesca Migliorati della galleria Apalazzo di Brescia, la prima gallerista europea a essersi aggiudicata Ibrahim Mahama nella sua scuderia, sono a Tamale. La città si trova nel nord del Ghana, quasi al confine col Burkina Faso. È una distesa torrida e polverosa (per usare un eufemismo) di case basse nella savana sub-sahariana, parecchio lontana dal concetto europeo di città. È la vigilia dell’apertura del Savannah Centre for Contemporary Art (SCCA), e con un piccolo esercito di operai Ibrahim Mahama sta dando gli ultimi ritocchi all’allestimento della mostra inaugurale, una retrospettiva del quasi ottantenne artista ghanese Galle Winston Kofi Dawson che, sconosciuto all’estero, negli anni Sessanta aveva coniato il termine Afro-journalism per definire la sua pratica artistica dalle forti connotazioni politiche e sociali. Il curatore della mostra, Bernard Akoi-Jackson, l’ha voluta chiamare ‘In Pursuit of Something Beautiful, Perhaps…’, titolo perfetto anche per definire lo straordinario edificio che la ospita. Finanziato e progettato fin nel più minimo dettaglio dallo stesso Ibrahim Mahama (l’artista, naturalmente), il nuovo centro artistico è una specie di Kunsthalle, con annessa una biblioteca d’arte e architettura che farebbe invidia a molte città europee.

Galle Winston Kofi Dawson, Corn, 1986. Oil on canvas. 121 x 76 cm. Courtesy of the artist and Savannah Centre for Contemporary Art Tamale.

Galle Winston Kofi Dawson, Corn, 1986. Oil on canvas. 121 x 76 cm. Courtesy of the artist and Savannah Centre for Contemporary Art Tamale.

Galle Winston Kofi Dawson, Coal-Pot Fire, 2003. Oil on canvas. 89 x 67 cm. Courtesy of the artist and Savannah Centre for Contemporary Art, Tamale and the artist.

«Il mondo internazionale dell’arte mi ha dato moltissimo», spiega Mahama. «Ora che ho 32 anni (!) sento di dover restituire qualcosa alla comunità in cui sono cresciuto e che ha fatto di me un artista. Dopo la retrospettiva su Galle Winston Kofi Dawson, la SCCA continuerà a mostre dedicate agli artisti del Ghana delle generazioni precedenti alla mia, mentre sto lavorando al progetto di ampliare il mio studio costruendo spazi per dare l’opportunità a giovani artisti del mio paese di lavorare ed esporre, istituendo anche un programma di residenze».

Brahim Mahama, 2019, ph. Jasmina Trifoni.

Galle Winston Kofi Dawson (left) with Ibrahim Mahama, 2019, ph. Jasmina Trifoni.

Un grande studio.

A una manciata di chilometri dallo SCCA, il suo studio – anche in questo caso, il termine è un blando eufemismo – è un immenso terreno sul quale sorgono due edifici di mattoni, grandi come hangar, nei quali più di cento persone lavorano alla produzione dei monumentali allestimenti dell’artista, accanto agli operai che stanno facendo diventare realtà la sua formidabile utopia africana. Nelle ambizioni di Mahama, che ha scelto di restare a vivere qui, questo spazio nella savana ospiterà una scuola, laboratori, un giardino di piante indigene e una coltivazione biologica di alberi di karité, tipici di quest’area del nord del paese, dai cui semi si produce il prezioso burro usato in tutto il mondo per la cosmesi. Nota di colore: qui c’è anche la carcassa di un aereo, che qualche tempo fa l’artista ha comprato (e fatto trasportare qui in camion da Accra, la capitale) e che probabilmente userà in una sua prossima installazione.

Quando collaborare è meglio che competere.

In netto contrasto con l’individualismo che contraddistingue gli artisti, Ibrahim Mahama considera la sua arte come un’“opera collettiva”: non a caso, Labour of Many è anche il titolo della sua recente installazione alla Norval Foundation di Cape Town, in Sudafrica. Ed è una faccenda of Many, per così dire, anche il great opening dello SCCA, il giorno successivo, a dimostrazione di quanto il “nostro” Mahama – con buona pace del funzionario dell’ambasciata e di Ibrahim Mahama, il magnate, questa volta – sia amato e apprezzato dal mondo dell’arte contemporanea locale. Per l’occasione – da Accra (10 ore di strada) e da Kumasi (“appena” quattro), la città dove l’artista ha studiato, nell’ateneo di Belle Arti della Kwame Nkrumah University of Science and Technology (KNUST) – arriva una sfilata di pullman di studenti e amici per una festa che non ha nulla a che spartire con le modalità elitarie e a volte respingenti di analoghi eventi di alto profilo in Italia. E, in generale, nel cosiddetto mondo sviluppato. Per dirne una, al talk tra l’artista e il curatore, presentato da un Mahama volutamente in disparte, partecipano un paio di centinaia di persone, compresi molti ragazzini delle scuole elementari, che non hanno timore di prendere in mano il microfono per fare domande estremamente precise e intelligenti. Tra gli ospiti d’onore c’è il professor Karikacha Seidou, decano dell’Università, mentore di Mahama e “divinità vivente” per tutti gli studenti dell’ateneo. «È un grande uomo e un artista straordinario, ma non ha mai voluto uscire dal Ghana», spiega Ibrahim Mahama. E Samuel Baah, suo studente nonché talentuoso artista in erba, aggiunge: «Un giorno gli ho chiesto di portarmi al suo studio per vedere le sue opere, e lui mi ha risposto – ‘Le mie opere d’arte migliori siete voi studenti’».

In Pursuit of something 'Beautiful', Galle Winston Kofi Dawson, exhibition opening at Savannah Centre for Contemporary Art, Tamale.

In Pursuit of something ‘Beautiful’, Galle Winston Kofi Dawson, exhibition opening at Savannah Centre for Contemporary Art, Tamale.

Al mercato di Kejetia.

Dopo Tamale il mio viaggio in Ghana alla scoperta del mondo di Ibrahim Mahama prosegue a Kumasi, la popolosa e caoticissima città che, grazie anche all’ateneo di Belle Arti, considerato il più prestigioso dell’intero continente (nonché il primo in Africa ad aver istituito un corso di studi curatoriali), è il cuore della creazione artistica del Ghana. È qui – in un paese dove non ci sono istituzioni pubbliche dedicate all’arte contemporanea e dove, per i più, con “arte” si intendono i ritratti su commissione e dipinti a soggetto religioso eseguiti da una pletora di roadside artists – i giovani che approdano alla KNUST vivono un’esperienza che cambia per sempre le loro vite. «Nelle mie lezioni insegno loro che i colori non sono soltanto quelli delle matite o nei tubetti. Dico: andate in giro per Kumasi, e trovate il colore, e l’arte, nella vita e negli oggetti quotidiani. Questa frase ha sempre un effetto sconvolgente». A raccontarlo è Dorothy Amenuke, artista e insegnante di disegno e scultura dell’ateneo. Lo Stedelijk Museum di Amsterdam ha recentemente acquisito suo opere. «Anche Ibrahim, all’inizio, mi prendeva per pazza. Ma poi ha afferrato il concetto alla perfezione». Se, da una parte, vedendo le poetiche soft sculptures di tessuto di Dorothy Amenuke appare evidente che Mahama le deve molto, almeno sul piano concettuale, dall’altra ci si rende conto che non si può capire Mahama senza essere stati Kejetia, il mercato di Kumasi, il più grande dell’intera Africa Occidentale.

Dorothy Amenuke, 2019, ph. Jasmina Trifoni.

Dorothy Amenuke, 2019, ph. Jasmina Trifoni.

I sacchi di juta che sono la materia prima e il “colore” della sua ricerca sono qui la costante di un panorama geografico e umano di una struggente energia. Prodotti in India e Bangladesh e importati qui dal Ghana Cocoa Board per contenere le fave di cacao che sono il principale prodotto agricolo del paese (che ne è il secondo maggior importatore mondiale), vengono rattoppati e riciclati all’infinito per trasportare carbone e altre merci dalle aree rurali ai centri metropolitani. Con questi sacchi cuciti insieme – che nelle sue installazioni diventano una seconda pelle, ferita, di monumentali edifici – Mahama narra un’epica che parla di beni e di lavoro, di fatica e di disuguaglianze sociali. Una storia che parte idealmente da questo mercato, ma ha una portata globale. Per questo, ora che, in questi giorni, grazie alla Fondazione Trussardi è visibile la sua eccezionale installazione dal titolo ‘A friend’ nella quale la iuta e il Labour of Many ricoprono i due caselli daziari di Porta Venezia a Milano, non si dovrebbe commettere l’errore di liquidare questo grande artista come “il Christo africano”. È utile, invece, spendere un momento a meditare su quanto il lavoro e le risorse di un’Africa invisibile, o nota soltanto attraverso gli stereotipi, facciano parte delle nostre vite quotidiane, a dispetto di quanto voglia far credere l’Italia salviniana. A questo serve l’arte, quando è davvero contemporanea.