CONCEPTUAL FINE ARTS

Roman Stanczak, in volo dalla Biennale di Venezia


Stefano Pirovano  -  Maggio 2, 2019

Abbiamo incontrato Roman Stanczak, l’artista che rappresenta la Polonia alla Biennale. Ha rivoltato un aereo di linea, trasformandolo in una scultura che parla della nostra parte più intima.

Roman Stańczak at work on the sculpture

Roman Stańczak at work on the sculpture “Flight”, film still from Anna Zakrzewska’s and Łukasz Ronduda’s film “Flight”, 2019, Kijora Film.

Roman Stanczak (nato a Szczecin, nel 1969) rappresenta la Polonia alla 58esima Biennale di Venezia. Al momento in cui scriviamo si sa che l’artista sta lavorando sul corpo di un aereo di linea e che, come spesso avviene nel suo lavoro, ciò è dentro verrà portato fuori, per portare ciò che è fuori al di dentro. Probabilmente si tratta di un salto dimensionale dedicato al rapporto tra la vita e la morte, certamente Stanczak si sta interrogando sul ruolo che il suo ‘volo’ assume a Venezia, città d’acqua, luogo del ritorno, specchio del potere passato e di quello presente. Dal suo gallerista, Michal Lasota, fondatore della galleria Stereo di Varsavia con Zuzanna Hadrys, apprendiamo che Stanczak, con il quale Stereo lavora dal 2013, non ha studio, né assistenti. « Credo che questo approccio abbia a che fare con l’economia energetica del suo lavoro – spiega Lasota (che, tra l’altro, è stato tra i fondatori di Friend of a Friend). Stanczak si mette davvero all’opera solo quando c’è una mostra, o una commissione. Altrimenti passa il tempo a disegnare ». Oltre alla metafora che l’opera mette in scena c’è dunque una componente formale che deriva direttamente dalle mani dell’artista, sculturo tradizionale ancorché aggiornato, che nel 1997 ha deciso di abbandonare il sistema dell’arte per poi ritornarvi 16 anni più tardi, in un contesto profondamente cambiato. Questo ritiro dalle scene è stato, di fatto, una ‘performance’, durante la quale Stanczak ha lottato per la propria sopravvivenza creativa contro il sistema – rivoluzionato dal difficile passaggio al sistema capitalistico -, e contro sé stesso. Ecco, dunque, perché in questo caso è così importante sentire la sua voce.

Quando hai deciso che saresti stato un artista?

Nel mio caso è stata una cosa naturale, e ho semplicemente continuato a fare le stesse cose che facevo da bambino. Quando si giocava a calcio di solito stavo in porta. Era noioso, così nel frattempo giocavo coi rametti. Toglievo la corteccia e creavo dei personaggi. Mi piaceva creare cose da me. Facevo molti tentativi. Una volta andai in un bosco di notte per dipingere la luna piena. Alle superiori un insegnate si accorse di me, il professor Szulc. Aveva un laboratorio di scultura nella città dove vivevo. Fu lui che mi spinse a frequentare il l’istituto d’arte di Zakopane e studiare scultura. Io seguii il suo consiglio. Fu un salto nel vuoto, molto lontano da casa.

Ci descrivi la tua installazione per il padiglione della Polonia alla Biennale di Venezia?

Vorrei suscitare emozioni e far riflettere. Immagino di trasferire incisioni rupestri dalla grotta alla luce del sole.

Roman Stańczak, Misquic 2, 2015, Saatchi Collection, London

Roman Stanczak, Misquic 2, 2015, Saatchi Collection, London.

Le opere d’arte devono essere belle?

La bellezza è dentro di noi, e dipende da noi la concezione che abbiamo della realtà. In un’anima bella tutto appare colorato. La bellezza è un eccesso. Associo la bellezza alla virtù, alle buone intenzioni, e alla verità. Il brutto la distorce e la distrugge. Tuttavia non ridurrei l’arte a queste categorie. Sono interessato a uno spettro più ampio – dalla delicatezza delle ciglia dei bambini alle baionette nelle trincee di guerra. Gli uomini hanno un’ampia gamma di emozioni, e vivono cercando di tenerle in equilibrio. Nelle opere d’arte l’una enfatizza l’altra, non dovremmo perciò limitare l’arte alla categoria della bellezza.

Il mondo dell’arte di oggi è lo stesso di quando hai iniziato?

Siamo tutti soggetti all’orologio del tempo e al suo meccanismo. È un processo. Ma quello dell’arte è un ambito delicato, che facilmente potrebbe andar perso. Per esempio, quando diciamo che tutto è arte – non è vero. C’è un’idea di confusione nell’atto della creatività, presente nel pensiero contemporaneo. Credo che le cose vadano chiamate per nome. L’arte non esiste di per sé, e per esistere deve essere chiamata per nome.

oman Stańczak, Static Oblivion, 2015, Courtesy Stereo Warsaw

Roman Stanczak, Static Oblivion, 2015, Courtesy Stereo Warsaw.

Riguardo alle tue opere, si può indicare un soggetto comune?

Certo. Alla base delle mie opere ci sono domande riguardo al significato della vita e della morte, e al loro contrasto.

Hai maestri?

Ne ho qualcuno. Tra questi citerei il pittore polacco Tadeusz Brzozowski. I deciso di credere a ogni parola che ha detto [risa, ndr.]. Ma ci sono molti altri artisti che stimo, e il cui lavoro mi rende felice. Sono sopratutto espressionisti, da tempi drammatici di uomini ingarbugliati nella storia. Come Munch o Kubin.

Roman Stańczak, Static Oblivion, 2015, Courtesy Stereo Warsaw

Roman Stanczak, Static Oblivion, 2015, detail. Courtesy Stereo Warsaw

Cosa ti ispira?

Difficile dirlo. Sono dislessico nei miei pensieri, quello che vedo si mescola all’odore della memoria. In generale, è la natura ad ispirarmi. E i volti umani.

Cosa avresti fatto se non fossi stato un artista?

Sarei stato un fornaio! Ho avuto molte idee a riguardo. Ho anche interpretato una specie di performance, realizzando la mia visione riguardo alle condizioni dell’arte nel mio paese in un certo periodo [qui l’autore si riferisce al ritiro dalle scene di cui parlavamo all’inizio, ndr]. In questo modo esprimevo le mie opinioni riguardo a cosa trovassi interessante e cosa, invece, non mi piaceva. Era un periodo in cui non c’era spazio per l’arte e gli artisti. Il sistema si basava sulla commissione di progetti pubblici, tutto qui. Non c’era modo di essere liberi, o trovare piacere nel fare arte. Ma non è stato tempo perso. Ho dedicato quel tempo al mie esperienze personali, a risolvere i problemi che avevo con me stesso, con la mia malattia, con le altre persone, per poi ritrovare me stesso.