CONCEPTUAL FINE ARTS

Un’intervista con Nadia Samdani


Paul Laster  -  Giugno 12, 2019

Nadia Samdani e suo marito Rajeeb sono tra i più importanti mecenati e collezionisti d’arte in Bangladesh. In questa intervista Nadia Samdani ci parla dei vari progetti in cui è coinvolta.

Nadia and Rajeeb Samdani. Photography by Noor Photoface. Courtesy of the Samdani Art Foundation

Collezionisti d’arte e mecenati attivi sulla scena internazionale da oltre un decennio, Rajeeb e Nadia Samdani hanno contribuito a definire la scena artistica dell’Asia meridionale grazie alla loro Samdani Art Foundation (fondata in Bangladesh nel 2011), al Dhaka Art Summit del 2012, ai loro prestiti, e alle donazioni a musei e biennali d’arte in tutto il mondo.

Nonostante sia molto impegnata nella costruzione del suo nuovo centro d’arte nel nord-est del Bangladesh – che avrà anche una residenza per artisti e un parco di sculture (qui il nostro articolo sui migliori parchi di sculture in Europa), e stia contemporaneamente lavorando al prossimo Summit (che si terrà nel 2020), Nadia Samdani ha trovato il tempo di parlare con Conceptual Fine Arts della sua collezione, del suo spirito filantropico, e degli obiettivi futuri della sua fondazione.

Da dove deriva la sua passione per l’arte ?

La mia è una famiglia di collezionisti, e l’arte è una delle mie passioni fin dall’infanzia.

Com’è nata la sua collezione?

Inizialmente mi sono interessata all’arte modernista proveniente dal Bangladesh. Sono opere a cui sono stata abituata fin da giovane, nella casa dei miei genitori. E da qui è stato per me naturale iniziare a collezionare, insieme a mio marito Rajeeb. Sono ormai passati 10 anni da allora.

Fabric(ated) Fractures, installation view. Photography by Musthafa Aboobacker

Si ricorda la prima opera d’arte che ha acquisito?

Si, un acquerello del modernista Bangladese, SM Sultan.

La vostra collezione spazia dall antiquariato all’arte contemporanea, o è più specifica?

Mi interesso di cose molto diverse, ma ultimamente la nostra collezione è più orientata verso l’arte contemporanea.

C’è un’artista che le interessa più di altri e che colleziona in particolare?

Ce ne sono diversi. Quando con Rajeeb scopriamo nuovi artisti interessanti, giovani in particolare, preferiamo collezionare la loro produzione intera, per comprendere la loro evoluzione artistica, dai primi passi fino ai loro progressi più recenti. Abbiamo, per esempio, molte opere di Ayesha Sultana.

Il Bangladesh è una nazione relativamente giovane, indipendente solo dal 1971. Prima faceva parte del Pakistan. L’arte moderna bangladese che collezioniamo viene dal periodo prima dell’indipendenza, prima degli anni settanta. Abbiamo moltissime opere degli anni cinquanta e sessanta, un periodo estremamente difficile da trovare sul mercato, visto che la maggioranza appartiene a collezionisti Pakistani che preferiscono non vendere o vendere solo dopo lunghe trattative. Tuttavia alcuni di questi collezionisti più anziani capiscono che è nell’interesse di tutti se queste opere entrano nella nostra collezione, se vengono collocate nel contesto della Samdani Art Foundation.

Fabric(ated) Fractures, installation view. Photography by Musthafa Aboobacker

Discutete tra di voi riguardo a cosa acquisire, o scegliete in modo spontaneo?

Entrambi. A volte una lunga discussione è necessaria, altre volte la scelta è spontanea. La collezione è variegata ma si basa su certi pezzi chiave. Ad esempio, se vogliamo acquisire certe opere in rapporto a un tema specifico, o in dialogo con una certa parte della collezione, allora discutiamo a lungo riguardo a ciò che è disponibile. Ma molte scelte arrivano in modo più istintivo, e capita che acquistiamo immediatamente se ci innamoriamo a prima vista dell’opera.

Quando è nata la Samdani Art Foundation? Cosa vi ha spinto a darle vita?

La Fondazione è nata nel 2011 per supportare l’arte proveniente dall’Asia meridionale, ma è sempre stata nell’aria dal momento in cui abbiamo iniziato a collezionare. Abbiamo sempre aiutato gli artisti, ma mai in scala così larga e in modo così strutturato come è avvenuto dopo il 2011. La fondazione, i Summits, e gli altri progetti, sono nati per queste ragioni.

Fabric(ated Fractures), installation view. Photography by Musthafa Aboobacker

Quante opere compongono la collezione della Fondazione attualmente?

Unendo quello che ho acquisito con Rajeeb a quello che ho ereditato dalla mia famiglia, si arriva a circa 200 opere.

Dove le esponete?

In mostre in giro per il mondo e durante i Summit. Alcune saranno visibili nel nuovo spazio espositivo Srihatta – lo Samdani Art Centre and Sculpture Park, nel nord est del Bangladesh. Questo nuovo centro per l’arte è situato in un terreno di circa 40 ettari, e offrirà una residenza e un parco di sculture, oltre allo spazio espositivo. L’architetto Bangladese Kashef Chowdhury, vincitore nel 2016 del premio Aga Khan per l’architettura, ci sta aiutando. Il nuovo centro aprirà in diverse fasi. C’è ancora molto da fare, ma i lavori sono in corso. Lo Samdani Art Centre and Sculpture Park non sarà solo uno spazio espositivo per l’arte, ma anche un punto di ritrovo per la cultura e il dialogo.

C’è anche architettura e design nella vostra collezione, o solo arte?

Abbiamo soprattutto arte, ma c’è anche qualche film.

Fabricated Fractures, installation view. Photography by Musthafa Aboobacker

Fabric(ated) Fractures, installation view. Photography by Musthafa Aboobacker

Avete mai commissionato opere agli artisti?

Sì, certo. per esempio, stiamo commissionando molte opere per il parco di sculture, visto che il Bangladesh ha dazi d’importazione molto alti. Abbiamo invitato gli artisti a visitare quello che sarà il nuovo spazio, e abbiamo chiesto loro di fare ricerca sui materiali per poi proporre le loro idee. Questo modo di lavorare ci interessa di più rispetto a quello di acquisire delle opere già esposte altrove. A nostro modo di vedere l’arte deve essere in grado di dialogare con la specificità del luogo in cui accade. Alcuni artisti stanno già lavorando in questo senso. Ad esempio, per l’ultimo Summit il polacco Pawel Althamer e il suo team hanno collaborato con dei pazienti di un ospedale psichiatrico, e con donne e bambini del vicino villaggio.

Prestate o donate mai opere a musei?

Recentemente abbiamo donato opere di Rashid Choudhury al Metropolitan Museum di New York e alla Tate di Londra. In passato abbiamo prestato a diversi musei internazionali e biennali.

C’è una parte privata delle collezione?

Tutte le opere della nostra collezione fanno parte della Fondazione.

Cosa vi ha spinto a fondare il Dhaka Art Summit?

Attualmente il Bangladesh non ha alcun museo d’arte o galleria di rilievo, e le infrastrutture per l’arte sono inadeguate. Abbiamo quindi cercato di creare un sistema di supporto per gli artisti Bangladesi, molti dei quali sono nostri amici. Da subito abbiamo considerato questo progetto come un nostro dovere verso di loro e verso la nostra nazione. C’è tanto talento qui, ma non c’è una piattaforma per coltivarlo. Non puoi permetterti di invitare un curatore internazionale e chiedergli di visitare dieci artisti diversi a casa loro. Per queste ragioni abbiamo deciso di creare un piattaforma dalla quale si potesse chiedere al mondo intero di scoprire gli artisti del Bangladesh. Più di 300.000 persone e 1200 visitatori sono venuti per il Summit. E non si tratta solo di appassionati d’arte. Persone dal profilo molto diverso hanno potuto godere delle varie forme d’arte proposte in questa sede (performance, installazione, video), e erano esperienze a cui certamente non erano abituate. Abbiamo invitato le scuole, e non solo quelle di lusso. Bambini di diversa estrazione sociale hanno visitato il Summit. Per i meno fortunati, poter godere di queste esperienze è stato un privilegio.

Ayesha Jatoi’s Residue performance. Opening of Fabric(ated) Fractures at Concrete. Courtesy Alserkal and Samdani Art Foundation. Credit Tara Atkinson

Qual è la missione del Dhaka Art Summit e cosa vi viene presentato?

Si tratta di un evento biennale che vuole dare visibilità agli artisti dell’Asia meridionale. Invitiamo curatori provenienti da diverse istituzioni a lavorarci durante due anni preparativi. Sponsorizziamo la loro ricerca sul sistema dell’arte dell’Asia meridionale, e alla fine i curaotri stessi organizzano l’evento. Il progetto è una collaborazione con lo stato e la Bangladesh Shilpakala Academy, ed è offerto gratuitamente ai visitatori. In passato abbiamo lavorato con curatori provenienti dalla Tate, dal Pompidou, dal Met, e da altre istituzioni simili, per garantire una qualità comparabile a qualsiasi altro evento d’arte nel mondo. In sostanza, il Summit dà l’opportunità al pubblico bangladese di godersi, per una volta a casa propria, un evento di scala internazionale. Oltre alle mostre, ci sono performances, film, conferenze, laboratori e altri eventi collaterali, che assieme creano una sorta di scuola aperta a tutti.

Ci sono dei premi per l’arte sponsorizzati dalla fondazione?

Si, ad esempio il Samdani Art Award, per artisti Bangladesi emergenti tra i 22 e 40 anni. Qui tutti possono partecipare. Abbiamo appena nominato i finalisti per il prossimo premio, che consiste in una residenza di tre mesi alla Delfina Art Foundation, nel Regno Unito. Inoltre, nel 2017 abbiamo istituito il Samdani Architecture Award, legato alla costruzione del padiglione per le scuole durante Summit. Il concorso era aperto a studenti di architettura del terzo e quarto anno, a cui è semplicemente stato chiesto di rispettare un budget prestabilito e poche altre indicazioni.

Reetu Sattar, Harano Sur (Lost Tune), performance. Opening of Fabricated Fractures at Concrete courtesy Alserkal and Samdani Art Foundation. Credit Tara Atkinson

Lei e Rajeeb siete membri di qualche consiglio di amministrazione di un museo?

Si, siamo membri fondatori del Tate South Asian Arts Council e del Tate International Council, e siamo anche del consiglio di amministrazione dell’Harvard Arts Council. Siamo attivi come consulenti anche in altri comitati.

Ci può parlare della mostra sulla vostra collezione al Concrete Alserkal Avenue di Dubai?

Fabric(ated) Fractures è stata una mostra curata dal nostro direttore artistico Diana Campbell Betancourt. Presentava opere presentate nelle passate edizioni del Dhaka Art Summit. Sono state scelte opere che riflettono sul tema delle frontiere, dei territori nazionali, delle migrazioni e della religione. Dubai ci è sembrato il luogo ideale per una mostra di artisti dell’Asia meridionale, visto che il 70 percento della sua popolazione è formato da immigrati da quella regione.

Reetu Sattar, Harano Sur (Lost Tune), performance. Opening of Fabric(ated) Fractures at Concrete. Courtesy Alserkal and Samdani Art Foundation. Credit Tara Atkinson

Come spera che il suo impegno nell’arte possa ispirare il prossimo?

Io e Rajeeb collezioniamo arte da molti anni e visitiamo un gran numero di fiere e biennali in tutto il mondo. Ci siamo accorti che la presenza internazionale di artisti dal Bangladesh è minima. Il fatto che la scena sia sconosciuta è davvero un peccato, perché i suoi artisti sono assolutamente eccezionali. (qui il nostro speciale su Srijon Chowdhury) Vogliamo colmare questa lacuna e far circolare l’arte Bangladese il più possibile. Gli artisti ci sono e le loro opere sono fantastiche, si tratta solo di farle scoprire.

Joydeb Roaja performance. Opening of Fabric(ated) Fractures at Concrete. Courtesy Alserkal and Samdani Art Foundation. Credit Tara Atkinson