CONCEPTUAL FINE ARTS

Il rivoluzionario ‘Depot’ del Boijmans Van Beuningen e il suo artefice, Sajrel Ex (un’intervista)


Piero Bisello  -  Giugno 18, 2019

Sajrel Ex parla del progetto che promette di cambiare il destino dei depositi dei musei, aprendoli alle collezioni private (ma solo a certe condizioni).

Sjarel Ex. Credit Fred Ernst

Fin dal suo lancio, avvenuto nella primavera del 2015, abbiamo seguito da vicino un progetto museale che consideriamo straordinariamente innovativo, ovvero il restauro del Boijmans Van Beuningen Museum di Rotterdam e la costruzione ex novo di quello che sarà il primo deposito museale accessibile al pubblico, e ai collezionisti (ora è in costruzione). L’intervista che segue è dunque un nuovo capitolo della storia (qui e qui i link a quello che scrivevamo quando il progetto venne presentato). Oggi Sjarel Ex, ispiratore del progetto, dirige il museo insieme a Ina Klaassen, nominata all’indomani del nostro ultimo incontro con Ex. Con lui abbiamo discusso del delicato rapporto tra costi e benefici, dei nuovi modelli museali, della disseminazione del sapere, di come l’arte viene percepita, e di come si possono portare a termine grandi imprese come quella in questione.

Prima di parlare del nuovo Boijmans, ci può dire della sua formazione e di come ha avuto inizio la sua carriera?

Sono nato nel 1957 e ho studiato storia dell’arte all’Università di Utrecht, dove mi sono specializzato, e ho poi partecipato a un piano di ricerca su De Stijl. In quegli anni sono entrato in contatto con l’Università VU di Amsterdam. Nel 1982, con alcuni amici, ho creato una fondazione con lo scopo di sviluppare e organizzare mostre d’arte in musei e spazi pubblici. Nel 1988 ho avuto l’opportunità di dirigere il Centraal Museum di Utrecht, che probabilmente allora era il più giovane museo del paese. Nel 2004 sono stato chiamato a dirigere il museo Boijmans Van Beuningen di Rotterdam. Dal 1982 curo mostre, scrivo, invento, sviluppo, gestisco. Ma dopotutto la mia carriera museale è iniziata solo trent’anni fa.

La sua stagione al Boijmans Van Beuningen verrà ricordata per il compimento del Depot, ovvero il primo deposito completamente accessibile al pubblico. Perché crede che aprire i depositi museali sia necessario?

Spero non sia questa l’unica cosa per cui verrò ricordato. Mi piacerebbe rimanesse anche qualcuna delle mie pubblicazioni, o una delle 750 mostre che mi hanno in qualche modo visto coinvolto. Trasparenza e curiosità sono sempre stati i miei strumenti migliori, come storico dell’arte, come organizzatore di mostre, come direttore di museo, e ovviamente anche come curatore. Ricordo la mia prima mostra museale, a Utrecht. Si intitolava ‘Saluti da Utrecht’ ed era una mostra diffusa. Usai uffici, depositi, stanze operative, sale del museo, per esporre il personale del museo (con foto di gruppo), il museo in sé (aprendone la struttura) e, in ultimo, le opere che il museo custodiva. Era il 1986. Le sale espositive furono curate da 16 artisti contemporanei. Tra questi c’erano Wim Delvoye, Rob Scholte, Harald Vlugt, e Guillaume Bijl. Lo stesso fecero i 7 curatori del museo. La mostra diede la sveglia a un’istituzione culturale allora piuttosto sonnolenta. Poi, negli anni successivi, ho spesso notato quanto poco visitatori e collezionisti sanno riguardo alla conservazione delle opere, quando invece i musei spendono in media metà dei loro budget per assolvere a questa importantissima funzione. Mi sono convinto che è necessario rendere le persone consapevoli del patrimonio culturale e di come conservarlo, diffondendo una cultura della quale i musei sono specialisti. Il progetto Depot risponde a questa esigenza. Allo stesso modo, il rapporto che si intende costruire con collezionisti e collezioni, fornendo loro spazio e competenza, intende essere di reciproco vantaggio.

Art handlers at Museum Boijmans Van Beuningen. Credit Aad Hoogendoorn

Quale vantaggio crede che tragga un visitatore nel vedere il museo stesso, oltre alle opere d’arte, che sono invece quello che il museo avrebbe il compito di mostrare?

Il museo è il luogo dove le mostre accadono, e dove il pubblico va per vedere le opere che lì passano, magari temporaneamente, oppure che fanno parte di una collezione permanente. Il nostro Depot è una sorta di dietro le quinte dove le opere sono conservate, al sicuro, per un tempo che tende all’eternità. Entrambe queste attività, mostrare e conservare, richiedono interesse e conoscenza. Entrambe sono evidenti e necessarie. Ma le premesse su cui si basava il nostro vecchio deposito erano obsolete. Abbiamo perciò sentito l’esigenza di sviluppare una nuova tipologia museale – possiamo chiamarla ‘tipologia deposito’? – per legittimare un investimento nel processo di conservazione che implica conoscenza, spazio, denaro, e tempo. Oltretutto, è stato il modo in cui oggi si colleziona a suggerirci di cambiare strategia. La competizione è altissima. Comprare in asta è diventato molto rischioso. Così ora proviamo a collezionare collezioni. Del resto, nei 170 di storia del museo è già successo qualcosa di simile. Sin ad oggi circa 1800 collezionisti hanno donato qualcosa come 33.000 opere d’arte – mentre nella collezione di museo ce ne sono complessivamente circa 150.000. Il nuovo Depot dovrebbe anche stimolare questo processo.

Modelli di business per i musei.

Riguardo all’economia del museo, la costruzione del nuovo Depot prevede la ricerca di risorse provenienti dal settore privato, visto che parte dell’edificio sarà affittato ai collezionisti. Quanto crede che queste risorse finiranno per incidere sul bilancio del Boijmans?

Lo spazio a disposizione dei collezionisti privati è di 1900 metri quadri, incluso un deposito per lavori di piccole dimensioni, che affitteremo per metro cubo. Da questo servizio contiamo di ricavare 700.000 euro all’anno, ovvero il 10% di quanto il museo incassa. Il Deposito guadagnerà anche dalla vendita dei biglietti, dal merchandising, dalla caffetteria, dal sussidio che la municipalità dona all’istituzione, e dai servizi di conservazione che il museo offre ai collezionisti.

La presenza dei privati non è una minaccia per la vostra autonomia culturale?

Nel caso di un museo come il  Boijmans Van Beuningen, lo stato interviene coprendo il 45% dei costi. Il rimanente 55% dipende da entrate proprie, ovvero biglietti, donazioni, eredità, risorse provenienti da fondazioni culturali, libreria, ristorante, mostre itineranti, sponsorizzazioni. Siamo dunque già aperti a collaborare come parti terze, e siamo quindi molto rigorosi nel tutelare la nostra autonomia. Rimane per noi fondamentale essere liberi di dire, esporre, collezionare o scrivere ciò che vogliamo.

The museum building in 1935. Courtesy of Museum Boijmans Van Beuningen.

The Depot under construction. Credit Ossip van Duivenbode

Collezionismo e musei.

Almeno rispetto al mondo dell’arte contemporanea, che beneficia di figure come quelle di Miuccia Prada (qui il link alla nostra intervista con Astrid Welters, direttrice operativa della Fondazione Prada) o Francois Pinault, si ha l’impressione che il mondo dell’arte antica manchi di modelli di riferimento. Esistono oggi figure come quelle di Gian Giacomo Poldi Pezzoli (link al nostro scritto su Giacomo Poldi Pezzoli) o dei coniugi Édouard André e Nélie Jacquemart?

Ci sono figure di questo tipo, ma oggi sono silenziose, riservate, persino anonime.

Crede che l’apertura del museo  Boijmans Van Beuningen a clienti privati possa essere un modo diffondere modelli di collezionismo anche nel settore dell’arte antica?

Abbiamo notato che al momento, a livello internazionale, c’è attenzione verso strutture museali come il Depot. Ne abbiamo parlato in giro per il mondo, molti colleghi stanno osservando da vicino lo sviluppo del progetto. E lo stesso stanno facendo le strutture che offrono servizi connessi alla deposito delle opere. Cerchiamo di parlare agli investitori privati, di allargare la nostra rete di relazioni, di trovare nuovi modelli economici. Del resto, l’intero programma del Boijmans Van Beuningen è pagato dai suoi visitatori e dai suoi sostenitori.

Il museo e la città.

Crede che il rinnovo del Boijmans Van Beuningen e la costruzione del nuovo edificio sono segnali che Rotterdam intende diventare una meta turistica al pari di altre città europee?

Vivo nella speranza di alimentare la notorietà di Rotterdam e delle sua bellissima collezione d’arte, una collezione accessibile a chiunque. Allo stesso tempo, sento il dovere di tenere questo museo lontano dal turismo di massa. La visita al Boijmans Van Beuningen è un percorso relativamente tranquillo, dove l’esperienza personale, la luce, l’insieme di passato e presente, lascia il visitatore senza fiato. I musei che preferisco sono quelli che testardamente continuano a essere generatori di istanti sublimi. Non c’è bisogno di dire quanto tenga all’interazione con i nostri visitatori, ma preferisco pensare a loro come singoli individui.

Come crede il nuovo Boijmans Van Beuningen aiuterà la scena artistica locale?

Di certo condivideremo la nostra futura prosperità. Un museo come il Boijmans Van Beuningen può esistere in una città come Rotterdam solo se tutti i cittadini lo sentono proprio.

Avete già pensato al party di apertura?

Una prima apertura avrà luogo già nel mese di settembre del prossimo anno, nel Depot ancora vuoto. La festa durerà una decina di giorni, e sarà organizzata in collaborazione con la Rotterdam Scapino Ballet Dance Company, e con la Rotterdam Symphony Orchestra. Ci saranno installazioni di artisti da tutto il mondo. L’apertura vera e propria, con tutte le opere installate e le funzioni operative, avverrà l’anno successivo, nel 2021. Il nuovo Boijmans seguirà a distanza di un quinquennio, e diventerà un ‘geheimtip’ a cui nessuno potrà resistere.