CONCEPTUAL FINE ARTS

Dire e dubitare: Kaloki Nyamai provoca la Stellenbosch Triennale

Zihan Kassam

L’artista keniota Kaloki Nyamai mette un mucchio di escrementi alla Stellenbosch Triennale. Per raccontare una storia di colore, controllo e capitalismo.

Un cumulo di letame si decompone in una stanzetta quasi buia. Non è certo quello che ci si aspetta di trovare in una mostra così importante. Ma lo sterco di mucca, in realtà, attira i riflettori della Stellenbosch Triennale 2020 (ST2020), dove l’artista keniota Kaloki Nyamai si esprime a proposito della discriminazione razziale in Sudafrica: questa merda è reale.

Per rivolgere il suo insolito benvenuto a Stellenbosch, Kaloki Nyamai ha abbandonato il concept che originariamente aveva ideato per la mostra curatoriale, per creare una nuova installazione volta a trasmettesse la sua disapprovazione nei confronti delle correnti razziali che qui persistono, ma che vengono furtivamente e costantemente nascoste sotto il tappeto. Una serie di incontri sgradevoli che l’artista ha avuto nella piccola città che ospita la Biennale ha generato un’installazione marcatamente provocatoria che riflette sull’indottrinamento, sul potere e sul capitalismo.

Per molti il razzismo è un argomento esaurito. Per prudenza, è più facile guardare avanti, chiudersi nelle zone sicure, e persino ignorare la discriminazione, appena possibile. Ma mentre stanchezza e spirito d’evasione sono reazioni comprensibili quando le sofferenze sono di lunga data, le incongruenze razziali invece persistono, e il dolore prevale. Tra le molte piattaforme per discutere delle ingiustizie sociali, l’arte può esplorare con efficacia l’arduo tema delle prolungate intolleranze anche in un paese in cui l’apartheid è apparentemente finito. Gli artisti possono suscitare curiosità e intavolare conversazioni critiche che altri temono di affrontare.

Kaloki Nyamai
Kaloki Nyamai, Your Comfort Is My Discomfort, installation view, Stellenbosch Triennale, 2020. Ph: Thekiso Mokhele.

L’installazione di Kaloki Nyamai per la Stellenbosch Triennale 2020 si intitola Your Comfort Is My Discomfort ed è una montagna di sterco di mucca posta al centro di uno spazio cubico. Il letame è schizzato contro le pareti della stanza creando uno spazio buio, con luce diffusa. I microrganismi hanno iniziato a crescere dal liquame essiccato ma, sorprendentemente, l’odore degli escrementi è relativamente debole. Ancor più azzardate del letame marrone sono le scatole di legno. Ce ne sono dieci, appese a diverse altezze, che impediscono la libera circolazione nel locale. Le casse sono state prodotte per il trasporto di denaro contante dalla Bank of Uganda (BOU),. Lo stesso tipo di ‘sisal’ usato per appenderle al soffitto pende liberamente, creando una cortina sopra la massa di letame. Sulla parete esterna, a sinistra, è appeso un grande dipinto astratto, senza titolo, creato da Kaloki Nyamai nella stesso stile dei suoi quadri più recenti.

Kaloki Nyamai Stellenbosch Triennale
Kaloki Nyamai’s untitled mixed media painting, exterior walls of cubic structure, Stellenbosch Triennale 2020.

Mentre dipana la sua allegoria, lo spazio di Nyamai rimane volutamente scomodo. Lo sterco è un pugno nell’occhio, ma anche i bordi delle scatole rotanti sono taglienti, penetranti, pericolosi. Nyamai ha ricreato la sensazione di disagio che ha provato mentre esplorava il suo nuovo ambiente. Per quanto gli organizzatori della Stellenbosch Triennale siano stati, nei confronti degli artisti, padroni di casa premurosi e comprensivi, e abbaino fatto il possibile per farli sentore a proprio agio, non sono riusciti a cambiare l’infrastruttura sociale degli spazi pubblici.

Sono stati davvero d’aiuto – dice Nyamai. Sapevano quanto potesse essere difficile per noi e hanno fatto di tutto per assegnare alloggi confortevoli e un ambiente salubre dove lavorare. Ma naturalmente ci sono cose che erano fuori dal loro controllo“.

Ci sono cose che il cuore sa e che le parole non possono dire; i sentimenti d’amore, per esempio, o la sensazione di essere indesiderato e sgradito. Selezionato tra oltre 200 artisti per quello che si ritiene essere un evento artistico di alto livello, Kaloki Nyamai non si aspettava che l’anticlimax arrivasse così presto dopo il suo arrivo. Fa fatica a spiegarselo. Sperava di ricevere le stesse cortesie che gli sono state rivolte a Londra o a Parigi. Passeggiando per Stellenbosch spesso si sentiva un ‘diverso’, e non poteva fare a meno di attribuire questa sensazione al colore della sua pelle: il nero. Kaloki Nyamai dice che anche se qualcuno certamente lo accuserà di aver tirato fuori a sproposito, o troppo presto, la carta della questione razziale, o lo accuserà di aver letto ‘troppo’ nell’indifferenza degli estranei, altri gli faranno un cenno con il capo, consapevolmente. Loro capiscono. C’è una persistente e non dichiarata divisione. È assoluta.

Ci sono stati molti cambiamenti sociali positivi in Sudafrica, e tutti oggi sono ammessi negli stessi luoghi; ma questo non significa ancora che tutti siano i benvenuti. Mentre all’esterno non ci sono divieti, ci sono sanzioni silenziose in molti spazi interni. Sono implicite, e capita che anche quando nessuno è fisicamente costretto a uscire, la sua compagnia non sia ben accetta. Tuttavia, una reazione non deve essere necessariamente violenta per essere inopportuna. L’argomento di Nyamai riguarda le zone grigie del razzismo; con questioni non facilmente dimostrabili, e situazioni difficili da mettere a parole. Descrive lo sguardo sdegnoso negli occhi di un passante; il distacco e la paura, “sui volti di alcune persone che incontro”. I sintomi del pregiudizio che Nyamai espone non sono evidenti. Le parzialità e le predisposizioni non devono essere esplicite per essere palpabili e avere un impatto – per ferire, per offendere, per far arrabbiare, per svuotare, per svilire.

Nonostante le ripercussioni negative, Kaloki Nyamai racconta audacemente le sottili ingiustizie che subisce, richiamando l’attenzione sull’ambiente asociale di certi ristoranti, o sui cani che abbaiano e sui bambini spaventati mentre cammina per strada. “È qualcosa di nascosto?” l’artista si chiede.

Apparentemente, le cose vanno meglio ora in Sudafrica, ma come artista – un’artista che viaggia regolarmente e senza problemi – è stato per me un sentimento nuovo, qualcosa più forte di quanto mi sia mai capitato di sentire prima. Non posso parlare per gli altri, ma posso parlare della mia esperienza“.

Kaloki Nyamai
Kaloki Nyamai.

Kaloki Nyamai usa spesso il suo lavoro per contrapporre il proprio passato al suo stile di vita attuale. Spesso descrive questa attenzione per se stesso come egoista. “Si tratta della mia razza, del mio colore della pelle e di come mi sento in ambienti diversi, osservando le dinamiche razziali”. Le sue indagini si inseriscono perfettamente nel più ampio tema della Stellenbosch Triennale, “Tomorrow There Will Be More of Us”, e nelle riflessioni di fondo sulla condivisione e l’appartenenza che da questo titolo scaturiscono.

Discutendo il tema della Stellenbosch Triennale 2020, il curatore capo Khanyisile Mbongwa ha fatto riferimento alla ‘novità’ delle cose, come “una correzione di rotta”, e ha usato l’arte come arma. La ristrutturazione a cui allude è la rappresentazione del nero?  Il “noi” si riferisce agli artisti neri che promuovono la loro visibilità? Il tema è vago, aperto all’interpretazione. Il “noi” potrebbe riferirsi a coloro che mettono in discussione le norme inutili di una società malata, o a coloro che confutano i confini invisibili e il nazionalismo. Il tema di Mbongwa è astratto, ma si riferisce all’irrigidimento dei confini e, di conseguenza, il suo pubblico potrebbe essere incline a credere che la sua Stellenbosch Tirennale alluda alla xenofobia, al bigottismo, al colore. Si deduce intuitivamente che il tema di molte delle opere d’arte dell’ST2020 sono la razza e l’esclusione.

Mentre l’approccio di Mbongwa al tema è raffinato e potente, con molti spunti di lettura tra le righe, Nyamai applica meno moderazione. La sua installazione affronta a testa alta la disuguaglianza razziale, mettendoci di fronte alle sue verità, pericolose e maleodoranti.

Decostruendo ulteriormente Your Comfort Is My Discomfort, diventa evidente il motivo dei contenitori di denaro della BOU. Kaloki Nyamai commenta le discrepanze razziali ed economiche che ha osservato a Stellenbosch. Ciò che ha allarmato Kaloki Nyamai, più dello sconforto che ha sperimentato personalmente, è stata la gerarchia di potere presente a Stellenbosch.

Ho notato che i bianchi sono estremamente ricchi – non solo benestanti, ma super ricchi; e molti dei neri, che vivono ai margini della società bianca, lavorano duramente per loro. Sono poveri, molto poveri. Non c’è una classe media, e la gente non vede quanto sia grave la disuguaglianza. Molte persone semplicemente non vogliono vederla, sapete. È davvero strano l’uomo“.

Le casse rappresentano l’autorità che il denaro esercitano sulle persone svantaggiate. Usando la paura per imporre il controllo, i ricchi frenano la mobilità sociale e mantengono lo status quo.

Sondando più a fondo nella narrativa di Kaloki Nyamai, si scopre che egli trascende le dinamiche razziali e persino le circostanze che circondano la sua stessa oscurità, mentre comincia a riflettere su una battaglia di lunga data per il potere e il controllo. Esplorando la questione del territorio di Stellenbosch, si rende conto che non si tratta solo di colore, ma anche di resistenza al cambiamento. Nello scontro per le risorse, si chiede Kaloki Nyamai, chi si separerà da ciò che ha, condividerà e ridistribuirà i beni, senza una guerra? Osservando l’incrollabile disparità tra ricchi e poveri, Nyamai riconosce che queste circostanze non si limitano al Sudafrica. Esse esistono ovunque. Esplorando il legame tra colore, classe e controllo, egli isola il problema: “Invece di combattere il capitalismo, combattiamo la razza”. Kaloki Nyamai ci esorta a spostare l’attenzione, individua nell’avidità e nell’ossessione della proprietà i mali della società contemporanea. Il capitalismo è il virus che ci ha infettati tutti.

Camminando sulla linea sottile che separa l’assertivo e dal brutalmente onesto, Kaloki Nyamai finisce per passionalità fuori dai sentieri battuti. Piuttosto che percorrere l’iter delle gallerie locali Nyamai si snoda in un percorso tutto suo, attraverso l’Africa e l’Europa, suggerendo agli artisti indipendenti una nuova traiettoria. Nel febbraio 2020 le sue opere sono state esposte in due delle più grandi fiere d’arte del Sudafrica, la Investec Cape Town Art Fair, nell’ambito della mostra collettiva presso lo stand Ebony/Curated, e naturalmente la mostra curatoriale della Stellenbosch Triennale, dove Your Comfort Is My Discomfort attualmente si trova, tra le opere dell’emergente Tracy Thompson e quelle dell’acclamato Ibrahim Mahama (qui il link al nostro scritto riguardo all’apertura, a Tamale, dello nuovo cenro culturale di Ibrahim Mahama). Purtroppo Mahama non ha potuto assistere all’inaugurazione di questa incredibile celebrazione dei talenti africani. Triste e ironico a dirsi, gli artisti e gli organizzatori della triennale hanno incontrato difficoltà ad attraversare i confini.

Kaloki Nyamai Stellenbosch Triennale
Ibrahim Mahama’s ‘Stranger’s to Line’s II’ next to Kaloki Nyamai’s ‘Your Comfort is my Discomfort’. Stellenbosch Triennale 2020.
Stellenbosch Triennale
Tracy Thompson stands under her ‘Woven Scales’ at The Curator’s Exhibition. Stellenbosch Triennale 2020.

Evidentemente la realtà in cui viviamo è una realtà in cui vagabondare per il pianeta non è più visto di buon occhio. Gli spiriti liberi non possono esplorare spontaneamente. Abbiamo bisogno di timbri per muoverci e di timbri per stare fermi. Abbiamo margini, restrizioni, perimetri che sono diventati leggi perché a una persona non piaceva la faccia di un’altra.  Siamo bloccati nella mentalità generativa del “noi contro di loro “. “Il luogo dove si suppone che dovremmo coesistere risulta per alcuni disagevole”, dice Kaloki Nyamai a proposito della sua esperienza a Stellenbosch. “Sono una persona socievole – aggiunge. Voglio solo libertà di movimento quando vado in un posto; e quando mi sento diverso mi fa male”. Con questa semplice e onesta affermazione Nyamai stabilisce un punto a suo favore.

Mentre i fiduciari e i curatori della Stellenbosch Triennale 2020 hanno chiuso i battenti per rispondere alla minaccia di COVID-19, Kaloki Nyamai considera come un virus – che non fa discriminazioni – possa avere un impatto sul nostro comportamento sociale.  Nonostante la nostra distanza fisica, il virus Corona ha il potenziale per avvicinarci molto di più, ma solo se accettiamo di essere tutti uguali dentro di noi; tutti vulnerabili, e tutti che desiderano appartenere.

March 26, 2020