CONCEPTUAL FINE ARTS

Sylvain Bellenger parla del futuro (online) dei musei

Stefano Pirovano

Intervista a Sylvain Bellenger, direttore di Capodimonte, che fa il punto sulla situazione attuale e prova a immaginare il futuro digitale dei musei.

Sylvain Bellenger, già direttore delle collezioni storiche dell’Art Institute di Chicago, è arrivato al Museo di Capodimonte di Napoli nel 2015, grazie alla riforma Franceschini, quella che ha aperto agli stranieri la direzione dei più importanti musei italiani (qui il link al nostro commento a riguardo). La sua è stata una piccola rivoluzione, che è riuscita a ridare a Capodimonte respiro internazionale partendo dall’eredità intellettuale lasciata da una figura fondamentale per il museo, il soprintendente Raffaele Causa (scomparso nel 1984), a cui Bellenger si è ispirato. “Come Causa disse nel 1978 in occasione della presentazione del grande cretto commissionato ad Alberto Burri per Capodimonte – ricorda Bellenger – non c’è differenza tra Masaccio e Guido Reni, o tra Caravaggio e Burri. Si tratta della stessa storia della mente umana”. Così Capodimonte – che oltre a capolavori di Masaccio, Raffaello, Rosso Fiorentino, Caravaggio, Artemisia Gentileschi, Tiziano, Luca Giordano è uno dei pochi musei d’arte antica italiani a poter contare anche su una collezione d’arte moderna di alto livello – è tornato a essere un museo che dialoga con il presente; come nel 2018 ha dimostrato la mostra ‘Carta Bianca A Capodimonte’ (che ha messo insieme 10 curatori d’eccezione, tra cui Riccardo Muti e il paesaggista Paolo Pejrone), o come ha provato il recupero del Bosco Reale e della piccola chiesa di San Gennaro, che ospiterà un intervento (reversibile) di Santiago Calatrava. Ecco quindi come Capodimonte ha vissuto la quarantena e come si prepara ad affrontare le tante sfide che lo attendono. Già, perché come dice Bellenger: “L’errore peggiore che potremmo compiere sarebbe quello di pensare di poter tornare alla normalità”.

Francesco Vezzoli, Metamorfosi (Self-portrait as Apollo killing satyr Marsia), 2015. Figure of satyr playing the flute from the Roman imperial age, 1st century A.D. ca. with restoration works from the 18th century marble. The set was part of the show ‘Carta Bianca. Capodimonte Imaginaire’, Museo di Capodimonte, 2018. Photo: Sebastiano Pellion di Persano.

Come direttore di museo, cos’ha imparato negli ultimi due mesi?

Sylvain Bellenger: Di cosa è stato ne parleremo in futuro. Per il momento abbiamo imparato che quando siamo confinati a casa, e quando la banalità della vita di tutti i giorni improvvisamente non è più accessibile, il nostro rapporto con l’informazione, con la cultura, con il divertimento, cambia in maniera sostanziale. Non è un caso che in questo periodo tutte le istituzioni culturali, non solo i musei, abbiano sentito il bisogno di comunicare riguardo al senso dell’arte di cui sono espressione. Al tempo stesso, la richiesta pubblica di senso culturale è aumenta esponenzialmente e le persone sono andate a cercare questo senso soprattutto online. Le viste sul sito del Museo di Capodimonte sono più che raddoppiate. Credo che alla fine le mostre virtuali abbiamo anche avuto più visitatori di quelli che avrebbero avuto nel mondo della realtà materiale.

Premesso che oggi più che mai è impossibile prevedere il nostro futuro, si più dire che in questi anni siamo diventati bravissimi a fare mostre, ma sono ancora pochissimi nel mondo i musei che hanno seriamente investito sulla loro presenza online, sfruttando davvero le potenzialità del medium [questo il link alla nostra recente indagine sul tema, ndr]. Crede che l’esperienza che stiamo vivendo porterà un cambio di atteggiamento?

Sylvain Bellenger: Riguardo all’Italia, non sono del tutto d’accordo sull’uso superlativo assoluto. Credo che si facciano meno mostre che in altri paesi, e sono mostre che il più delle volte non hanno l’obiettivo di aggiungere qualcosa alla storia dell’arte. Si è interessati alla forma più che alla sostanza. Riguardo alla presenza online delle istituzioni culturali – che non sono solo i musei –  invece sono d’accordo. La crisi ha accelerato quello che era processo già in corso, e credo sia una questione su cui c’è molto da riflettere. Magari partendo dal principio che il virtuale non è un sostituto della realtà, ma piuttosto una dimensione a sé. Non si tratta di produrre la caricatura della mostra di Van Gogh, o della musica di Bach. Online c’è un mondo molto più interessante e sofisticato. Il digitale ha già cambiato lo statuto dell’immagine.

In quale dei mille modi possibili?

Sylvain Bellenger: Faccio un esempio. Di recente, al Getty Museum di Los Angeles, mi è capitato di vedere una mostra dei disegni di Michelangelo che sono conservati al Teylers Museum di Haarlem, in Olanda. Sono disegni piccoli, che si guardano con grande curiosità e che per la maggior parte preparano grandi opere, scultoree, pittoriche o architettoniche. Il curatore della mostra (Julian Brooks, ed.) li ha voluti allargare digitalmente alla dimensione dell’oggetto definitivo. Solo grazie a queste immagini ingigantite digitalmente credo di aver capito davvero cosa volesse dire, in quell’epoca, lavorare a una grande commissione. A questo esempio aggiungerei un’ulteriore riflessione.

Prego, proceda pura.

Sylvain Bellenger: Il nostro occhio cambia con la tecnologia. Oggi saremmo incapaci di vedere la pittura di Poussin o Caravaggio con l’illuminazione di quel tempo. Il nostro sguardo sarebbe cieco. La storia dell’arte e la scienza attributiva si basano sulla fotografia. Essa ha cambiato il nostro rapporto con l’opera d’arte. Con la comparsa della fotografia digitale abbiamo potuto guardare in modo ancora diverso, direi persino migliore. Pensiamo ai dettagli, per esempio, a cui la fotografia digitale permette a chiunque di arrivare con facilità.

Carta Bianca. Capodimonte Imaginaire, Paolo Pejrone’s room, insallation view, 2018. Ph: Francesco Squeglia.

Ci permettiamo di aggiungere alla sua riflessione la seguente osservazione: le tecnologie sono molte, e la rete è un medium in sé. In questo caso, più che dire che il medium è il messaggio, vale dire che ogni medium è un linguaggio in sé.

Sylvain Bellenger: Questo è vero, e oltretutto, la natura del linguaggio cambia non solo la natura del messaggio, ma anche la sua coscienza. È chiaro che non vedremo più come prima del digitale. Faccio un altro esempio. In questi giorni sto provando a scrivere su un dipinto di Matteo di Giovanni, Il massacro degli Innocenti, un’opera eseguita per una chiesa di Napoli. Sto studiando l’opera a casa, con una fotografia ad alta definizione, e sto scoprendo elementi che sarebbe stato molto difficile vedere in altro modo. La cosa da notare è che questa possibilità di vedere diversamente porta a scoprire un senso voluto dal pittore, e forse dal committente. Il bello è che si tratta di un senso non inteso per essere visto da tutti, nel contesto della chiesa per cui l’opera era stata dipinta. Non dimentichiamo quindi che il rapporto tra visibile e visuale può cambiare con la fede, o con il contesto, ma anche grazie alla tecnologia. Un’opera d’arte che si trova in una chiesa appartiene a un discorso diverso da quello che si fa all’interno di un museo, oppure in rete.

Carta Bianca. Capodimonte Imaginaire, Riccardo Muti’s room (Masaccio, Cruxifiction), installation view, 2018. Ph: Francesco Squeglia.

Quali sono le piattaforme online dei musei a cui guardare? Non parliamo di semplici siti, che rispetto a quello che stiamo dicendo potrebbe risultare fuorviante.

Sylvain Bellenger: Per rispondere a questa domanda partirei da ciò che mi aspetto da un museo, che non è semplice intrattenimento. Dal museo cerco piuttosto l’opera d’arte, e la possibilità di ‘entrarvici’, anche attraverso l’immagine digitale e le informazioni ad essa relative. D’altra parte, la cosa peggiore accade quanto un museo intimidisce il visitatore, perché lo fa sentire incapace di ‘vedere’. Il digitale dovrebbe servire a dare un’opportunità anche al pubblico che non ha gli strumenti intellettuali o l’esperienza necessaria per vedere, e quindi emozionarsi. A volte è sufficiente offrire qualche chiave di lettura. Più in generale, direi quindi che la dimensione online di un museo funziona quando ti permette di andare oltre il museo stesso. Poi, più sei andato oltre, e più hai voglia di tornare al museo. 

Caravaggio, Flagellazione, 1607, Napoli, Museo Nazionale di Capodimonte.

Eppure in questi anni si sono investite grandi risorse nei cataloghi cartacei, che costano, ma sono inefficienti da tutti di vista, non ultimo quello ambientale. La cultura che non è reperibile non passa alla nuove generazioni, che ormai si informano (o disinformano) quasi esclusivamente online. Ha ancora senso affidare la conoscenza a un mezzo tanto inaccessibile ed elitario?

Sylvain Bellenger: Quella del Conservatorio di Musica San Pietro a Majella a Napoli è la più grande biblioteca musicale al mondo. Ma se non venisse digitalizza pochissimi potrebbero accedere al sapere che essa conserva. E, oltretutto, basterebbe un banale incendio per perderlo per sempre.

È dunque il momento di tornare a puntare alla funzione didattica dei musei, invece che intenderli come luoghi di intrattenimento, come spesso si finisce per fare?

Sylvain Bellenger: I musei non devono fare l’errore di pensare di essere, o dover diventare, un squadra di calcio. Non è quello il pubblico a cui ci riferiamo, non è quello che dobbiamo fare per perseguire il nostro scopo. Ma dobbiamo anche cercare di raggiungere più persone possibile, senza per questo abbassare il livello del discorso o tradire il messaggio che ci è stato affidato. Certi musei – e Capodimonte è tra questi – hanno certamente anche una responsabilità educativa e morale. I musei non sono dunque solo luoghi di conservazione, ma possono diventare anche luoghi di pensiero e di dibattito. In questo senso internet può essere uno strumento straordinario.

A Capodimonte la responsabilità di cui parla è poi anche maggiore, visto che del museo è parte il Bosco Reale, un enorme parco urbano che con la struttura museale dialoga e interagisce.

È proprio questa la sfida del nostro secolo, un secolo che avrà la più grande responsabilità della storia umana, ovvero quella di proteggere il nostro rapporto con la Natura e con il pianeta. Come ha scritto Foucault, Il giardino è il più piccolo dei mondi, ma è tutto il mondo, perché racchiude in sé il nostro modo di vivere insieme, e il nostro rapporto con la natura.

May 12, 2020