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Con Bart van der Heide nel Museion di domani

Stefano Pirovano

Abbiamo incontrato Bart van der Heide, direttore di Museion, con cui abbiamo parlato di identità sociale, turismo (sostenibile), e artisti non più emergenti.

A sei mesi (difficilissimi) dal suo insediamento alla direzione del Museion di Bolzano, e in occasione della sedicesima #giornatadelcontemporaneo -promossa dall’Associazione dei Musei d’Arte Contemporanea Italiani – abbiamo incontrato Bart van der Heide, che dopo Cubitt, Witte de With, Kunstverein Munich e Stedelijk Museum (dove per quattro anni è stato curatore capo) ha scelto l’Alto Adige. E visto che essere lontani da qualcosa significa anche essere vicini a qualcos’altro, abbiamo provato a capire con lui a cosa con la sua scelta ha inteso ‘avvicinarsi’.

Bart van der Heide Museion
Bart van der Heide, Museion director. Ph: Foto Luca Guadagnini/ Lineematiche.

Dopo sei mesi in Italia, può dire di aver trovato quel che cercava?

Bart van der Heide: Museion è un’istituzione ancora relativamente giovane, ma è proprio per questo che l’ho scelta. Dieci anni di vita sono pochi per un museo, Museion è nella fase in cui la comunità di cui è espressione si sta via via convincendo della sua necessità. Credo che questo sia il momento in cui un direttore può davvero lasciare un segno.

Lo dice avento in mente la controversia sorta di recente in seno all’ICOM riguardo a cosa oggi debba essere un museo?

Bart van der Heide: Sì, e propendo per quelli che vorrebbero adottare una definizione più aperta e, se si vuole, agonistica. La prospettiva tradizionale, orientata alla conservazione e all’attività didattica, può evolvere verso forme più aperte e dinamiche. 

Come vorrebbe che Museion evolvesse nel medio termine?

Bart van der Heide: Museion è un un museo internazionale di rilevanza locale. Vorrei riuscire a migliorare tale rilievo. Un museo può essere un partner fondamentale nel costruire il futuro di una comunità, aiutandola a esprimere tutto il suo potenziale.

Museion, Bozen. Ph: Othmar Seehauser.

Come intende dialogare con le altre istituzioni artistiche del territorio, come l’Abbazia di Novacella, il Museo Archeologico dell’Alto Adige, o la rete di musei creata da Reinhold Messner?

Bart van der Heide: Stiamo parlando di istituzioni straordinariamente attrattive. Ma credo che Museion dovrà essere in grado di trovare la giusta armonia tra le ragioni del turismo, che è un’economia importantissima per il territorio, e quelle che invece derivano dalla necessità di costruirne la responsabilità civica. Del resto, gli operatori stessi sono consapevoli che il turismo deve essere qualitativo e sostenibile. L’obiettivo non è quello di usare Oetzi per attirare persone a Bolzano, se poi queste appena uscite dal museo lasciano la città. Al contrario, si vuol far in modo che le persone ritornino, e per far questo bisogna saper offrire loro un contesto confortevole, internazionale, dove la creatività è considerata una risorsa fondamentale.      

Venezia, Firenze e Le Cinque Terre dimostrano che il turismo può essere un’arma a doppio taglio. Quali crede siano gli indicatori che provano l’impiego corretto della risorsa? Conta più il numero delle presenze o il valore degli immobili?

Bart van der Heide: Un buon indicatore dell’impatto che la cultura può avere su un territorio sia la permanenza, o la fuga, dei cosiddetti ‘cervelli’. Bolzano sta attraversando una transizione importante. Dall’industria del ferro e dell’acciaio si sta passando alla tecnologia e all’innovazione, con la creazione di infrastrutture importanti come il NOI Techpark, o la stessa Università di Bolzano. Ma se poi le persone più istruite lasciano il territorio allora queste strutture non saranno servite a nulla. La cultura può e deve quindi contribuire a far in modo che le persone restino qui.

Che ruolo Museion intende assumere in questo scenario? 

Bart van der Heide: Bolzano ha già iniziative culturali molto interessanti, come Lungomare, Bau, Fondazione Delle Nogare, Transart. Quello che manca credo sia un luogo dove queste iniziative possono incontrarsi e arricchirsi vicendevolmente. Penso a Museion come a un agente che operi anche in questo senso.

In che modo?

Bart van der Heide: Vorrei che Museion imparasse a impiegare tutte le sue risorse, ovvero diventasse un museo la cui identità non dipende solo dalle mostre che ospita. Si tratta quindi di consolidare l’internazionalità del suo programma espositivo, ma anche sviluppare nuovi formati, sfruttando una struttura che – non bisogna dimenticarlo  – ha un ristorante, una libreria, un teatro, due residenze, un centro studi e una biblioteca.

La pandemia ha ribadito, se ancora ce ne fosse bisogno, quanto è importante per qualsiasi agenzia culturale sviluppare strumenti di comunicativi all’altezza della situazione. Cosa state facendo in questo senso?

Bart van der Heide: Vorrei che Museion imparasse a raccontare più storie, e fosse più informato. Si tratta di un cambio importante nella mentalità del museo, che anche attraverso il nuovo Museion Bulletin prova a guardarsi intorno e cerca di capire i bisogni della comunità a cui appartiene. Si tratta poi di capire quale voce il museo debba assumere.

[Qui il link allo scritto che abbiamo dedicato alle riviste nate di recente in seno alle agenzie artistiche internazionali e qui il link alla lettera che abbiamo scritto ai musei italiani per avvertirli dei rischi che comporta l’arretratezza mediatica in cui molti di loro versano. Ndr]

Può spiegarci meglio?

Bart van der Heide: L’idea di museo come luogo ultimo delle competenze storico artistiche credo vada superata. Questo sapere deve essere parte di un portfolio di conoscenza più ampio e differenziato. Un museo deve dialogare con la varietà culturale, ed essere in grado di alimentarla.

  

FIAT 127 Special (Camaleonte) – Museion version, 2020 © Cristian Chironi Bolzano Piazza Walther/Bozen, .Waltherplatz

Quali crede siano i vantaggi di essere un curatore straniero?

Bart van der Heide: Non parlo ancora l’italiano, ma sto studiando per colmare al più presto questa lacuna. Ciò detto, mi considero un cittadino internazionale. Quello che porto è l’esperienza di realtà differenti. Ma al di là della mia nazionalità credo che nel caso di Museion la cosa importante sia un’altra.

Quale?

Bart van der Heide: Museion ha direttori a termine. Ho dunque un contratto quadriennale, anche se rinnovabile. E questo è reso possibile dal fatto che il museo è in parte pubblico e in parte privato. Il peso della politica qui è bilanciato da quello dei fondatori.

Crede che l’assenza delle fiere d’arte, asso pigliatutto del sistema, stia liberando risorse anche sul fronte dei musei?

Bart van der Heide: I musei hanno una temporalità completamente diversa dalle fiere, non mi pare abbia senso comparare gli uni alle altre, soprattutto quando si parla di artisti emergenti. Il mercato è focalizzato su di loro, ma proprio per questo non riesce ad assicurare lo scambio generazionale [Ndr: qui il link alla nostra intervista con il collezionista Lucien Bilinelli sulla questione della neophilia che affligge il sistema. Ndr]. Ai musei d’arte contemporanea spetta il compito di offrire agli artisti che non possono più essere considerati emergenti l’occasione di storicizzarsi, magari affrontando spazi e progetti più ambiziosi. Per tornare alla vostra domanda, credo che più dell’assenza delle fiere si avverta quella delle Biennali e delle occasioni di conoscenza che queste sono in grado di offrire.

December 17, 2020