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Alexandra Metcalf e le totalità della vita attuale

Piero Bisello

Un’analisi delle opere recenti dell’artista newyorkese Alexandra Metcalf: i mestieri, i temi, le sensazioni, le meraviglie

La complessità governa l’arte di Alexandra Metcalf nello stesso modo in cui governa il ciclo della vita. Attraversiamo l’infanzia, diventiamo adulti, maturiamo e moriamo. Si tratta di un processo che potrebbe accadere senza sforzo, se non fosse per gli ostacoli emotivi, corporei e semantici che ci troviamo ad affrontare. Peter Wessel Zapffe diceva che gli esseri umani sono troppo equipaggiati per questa vita – troppo intelligenti per quello che devono affrontare – ma hanno dimenticato il piacere di perdersi, di stupirsi. Davanti a un quadro di Metcalf si avverte una certa sensazione di meraviglia; la sua ricchezza ci coglie di sorpresa.

Alexandra Metcalf’s works at Ginny on Frederick booth at Liste 2023. Courtesy of the artist and Ginny on Frederick, London

Nata nel Regno Unito nel 1992, cresciuta tra Londra e la Florida, Alexandra Metcalf vive a New York, dove ha un suo studio nella casa dove abita. Si interessa all’artigianato fin da bambina. Accanto alla pittura e all’assemblaggio si dedica alla lavorazione del legno e del vetro colorato per le sue sculture. Dice che a volte vorrebbe vivere a Los Angeles, [1] dove si può saldare il metallo o bruciare il vetro nel giardino di casa, senza chiedere permessi speciali. 

La vita intesa come simbolico processo di trasformazione in qualcosa d’altro è una filigrana che attraversa molte delle opere di Alexandra Metcalf. Si tratta di opere che velatamente evocano l’idea del cambiamento. Sono frammenti di un bildungsroman, una parola tedesca che Metcalf ha usato durante la nostra conversazione per indicare proprio gli archi formativi che ognuno di noi a suo modo sperimenta. Si tratta di processi che l’artista non si limita a descrivere, ma è ben lontana dall’osservare in modo neutrale. Il suo approccio alla narrazione della vita infatti sfocia nella critica della vita oridinaria, soprattutto da una prospettiva femminista. Se le cose sono così, non significa che debbano rimanere tali per sempre. Per esempio, il nucleare nella famiglia nucleare diventa una nuvola nucleare nel suo 7hz (2022); un cielo psichedelico delimita paesaggi popolati di simboli; una donna che urla, oppure canta (ci torneremo), motivi floreali Arts & Crafts in bassorilievo, una bocca. Le labbra sono simboli polverosi di femminilità, ma sono anche l’uscita attraverso la quale la voce lascia il corpo, oppure rappresentano le porte che si schiudono affinché il corpo possa nutrirsi.

alexandra metcalf
Alexandra Metcalf, “Bayrueth Hush”, decoupage, oil on linen, 17 x 20″ 2023. Courtesy of the artist

Il concetto di opera d’arte totale è emerso più volte durante la nostra conversazione. Anche se non si tratta della gesamtkunstwerk romantica, aleggia l’idea che un uomo – Wagner in particolare – possa far confluire tutte le forme artistiche in un’esperienza artistica finale così completa da rendere superflua ogni ulteriore ricerca di risultati intellettuali. Secondo il maestro la storia dell’arte si è conclusa a Bayreuth. Alexandra Metcalf è in qualche modo meno ingenua. Nel suo lavoro c’è persino un riferimento diretto al teatro di Wagner. Bayrueth Hush (2023) mostra strati di bolle e onde che formano un vortice al cui centro si trova la donna ricorrente che canta e urla (di nuovo, torneremo su di lei). Il titolo si riferisce a quel momento di suspense che si prova prima dell’inizio di una rappresentazione teatrale, descritto appunto dalla parola ottocentesca “hush”. (In merito ai titoli delle sue opere, può essere utile sapere che l’artista è appassionata di espressioni ottocentesche e vittoriane che trova in un dizionario). Dopo il silenzio, quando il dipinto appare, accade una sorta di big bang che ha un essere umano al centro, ed è addensato da una sensazione.

Alexandra Metcalf
Alexandra Metcalf, “Crib 2″, Southern pine, apple wood, buttons, 51 x 32 x 52”, 2023. Courtesy of the artist and 15 Orient, New York

Alexandra Metcalf ama rappresentare il ciclo della vita anche in modo scultoreo. Le opere Crib 1 e Crib 2, entrambe del 2023, consistono in assemblaggi di oggetti appositamente costruiti e reimpiegati: culle in legno grezzo, bastoni da passeggio, fusi, bottoni. La vita appena nata nella culla, il cui potenziale sembra infinito, si confronta con la realtà nella posa di una creatura non più in grado di camminare, ma che forse si sta solo riposando nei pressi di uno stagno – l’artista dice di aver preso una giraffa che beve come modello per la postura del corpo di Crib 2. Il ciclo si chiude, la vita e la morte coesistono.

Dalla descrizione che ho appena fatto, l’arte di Alexandra Metcalf potrebbe sembrare malinconica, persino esistenziale. Ma l’esperienza di vita reale delle sue opere è ben lontana da questo. Prendiamo il suo dipinto Retrokink (2023), dove le figure emergono senza mezzi termini da una nuova iterazione della sua psichedelica tavolozza. Vediamo la parte posteriore di un corpo, chiaramente sofferente nella sua colonna vertebrale, con un punto rosso dolente proprio nella parte bassa della schiena. Forse è una persona anziana; oppure è un giovane, ma con un dolore esistenziale. Il teschio accanto alla figura non è tanto un simbolo di morte quanto di benessere. Mostrare e conoscere il proprio meccanismo interiore per curarsi. Il teschio ha le cuffie. La musica colpisce le sue corde interne per provocare reazioni emotive, se non fisiche. Entriamo nel territorio della spiritualità new age, dove corpo e spirito si fondono attraverso una disciplina autoimposta. Vengono in mente gli hippy californiani, adolescenti che sognano l’utopia e l’amore libero, ma anche ambienti come le zine punk britanniche, che l’artista collezione avidamente. In breve, le sottoculture di ieri e di oggi rivendicano gran parte del territorio pittorico della Metcalf, sia attraverso un’estetica accennata che attraverso riferimenti diretti. 

Alexandra Metcalf
Alexandra Retrokink, “Decoupauge”, oil on linen, artist’s frame, 24 x 36”, 2023. Courtesy of the artist

Possiamo finalmente svelare l’identità del personaggio ricorrente, urlante e canoro, che si moltiplica in Retrokink. Si tratta di Maria Callas, la cantante lirica greca, che in qualche modo rappresenta l’ambasciatrice di una generazione di donne di quel jet-set ormai scomparso che aveva tra le sue prerogative quella di spingersi al limite di ogni cosa. La sceneggiatrice Jenna Simeonov scrive: “La Callas afferma senza ambiguità che la vera vocazione di una donna è quella di avere una famiglia e un marito. Lo dice da una donna in carriera che avrebbe potuto rappresentare il grande movimento femminista del futuro”. Maria Callas domina i dipinti di Alexandra Metcalf, spesso dialogando con riferimenti al successivo femminismo critico. Si vedano agli abiti di genere, che ricordano Isa Genzken (Labile, 2023), oppure si guardi al gioco di forme corporee che caratterizza l’opera di Sarah Lucas (Coloratura, 2023).

Alexandra Metcalf
Alexandra Metcalf, “Labile”, 2023. Oil and decoupage on linen in artist frame, 153cm x 122cm. Courtesy of the artist and Ginny on Frederick, London

Una pagina di Liste Showtime ha recentemente offerto una buona panoramica dello studio di Alexandra Metcalf, concentrandosi su alcuni oggetti che l’artista ha appeso al muro, o che le sono semplicemente cari. Descritti in prima persona con una buona dose di aneddoti, essi tracciano il profilo di un’artista attratta da una forma di ad-hocismo che lascia spazio al mistero. Una farfalla costruita con un cellulare Nokia della fine degli anni Novanta, stoviglie di recupero, una lampada a forma di ballerina turca appartenuta alla nonna superstiziosa, una sorta di orologio da videogioco. Metcalf dice di essere animista e di attribuire qualità speciali agli oggetti inanimati. Le sue cornici d’artista, fabbricate con legno d’inizio del secolo recuperato da SawKill Lumber a New York, ne sono un esempio.

Analisi delle opere recenti di Alexandra Metcalf: mestieri, temi, sensazioni, meraviglie
Alexandra Metcalf, “Daddy! Daddy!”. Millinery block, glass, tin, bronze, wood, latex, buttons, 46 x 12 1⁄2 x 24”, 2022. Courtesy of the artist

Se la rappresentazione umana è presente nella maggior parte dell’arte di Alexandra Metcalf, la sua scultura Daddy! Daddy! (2022) è forse l’approssimazione più antropomorfa. Un uomo è raffigurato con bastoni da passeggio storti come gambe; un blocco da modisteria vecchio di un secolo per dare forma al suo cappello; piccoli scheletri con ciucci; forse si allude a una giovinezza innocente. Mentre mi descrive l’opera, vengo riportato al suo studio, che avevo già visitato online: alla parete è appesa una foto del suo vero padre, serigrafata in stile pop da sua madre artista. Le cose sono cambiate da allora.

[1] Tutte le citazioni attribuite all’artista provengono da una conversazione con questo scrittore nel giugno 2023.

September 22, 2023