Marina Rheingantz (un’intervista)
La prima intervista a Marina Rheingantz dopo essere diventata madre fa luce sul rapporto tra vita e arte.
Come accade a molti artisti che a un certo punto della loro vita diventano genitori, anche per Marina Rheingantz la maternità ha rappresentato un passaggio cruciale, un momento di ridefinizione della propria pratica artistica e delle condizioni stesse dell’impulso creativo. Per un’artista profondamente legata al lavoro nel proprio studio, come Rheingantz, questo cambiamento assume un rilievo particolare, in quanto testimonianza della forza trasformativa che l’esperienza materna può esercitare. Incontrare Marina Rheingantz in occasione della sua prima grande mostra dopo la nascita della figlia Manuela offre quindi una prospettiva privilegiata da cui indagare il rapporto profondo e indissolubile tra vita e pratica artistica.

Rodamoinho (vortice in portoghese), attualmente in mostra all’ ICA Milano, è la tua seconda mostra istituzionale in Europa quest’anno – dopo Mirage, al Musée des Beaux-Arts di Nîmes, che si è tenuta tra aprile e ottobre 2025 – ma è la prima realizzata interamente dopo la nascita di tua figlia. In che modo l’esperienza di diventare genitore ha influito sulla tua produzione artistica?
Marina Rheingantz: Ha avuto sicuramente un impatto, ora trascorro molto meno tempo nel mio studio. Prima ci passavo dalle otto alle dieci ore al giorno, e facevo anche altre cose: leggevo, cucinavo, mi occupavo del giardino, guardavo i miei libri d’arte. Dopo la nascita di Manuela ho iniziato a passarci solo metà giornata. All’inizio la portavo con me e lavoravo nei momenti in cui non allattavo. Quando ha iniziato a mangiare cibi solidi, ho cominciato ad andare in studio da sola, part-time. Credo sia cambiato anche il mio livello di concentrazione, dato che il tempo a disposizione si è ridotto drasticamente, ora cerco di sfruttare al massimo ogni momento. Ad esempio, non sono ancora riuscita a riprendere a lavorare con gli acquerelli.
Questa esperienza ha influito anche sulla mia poetica. Prima che nascesse, ho realizzato tre dipinti ai quali ho dato i nomi che avevo pensato per mia figlia: Lola, Agnez e Manuela. All’ICA è esposto un dipinto intitolato Tetê, che ricorda una sorta di cascata di latte. Ce n’è un altro che si chiama Ultrasound, perché rimanda visivamente a un’immagine ecografica. Un altro ancora, realizzato prima della nascita di Emanuela, è intitolato Belly Button. Tutto questo è emerso in modo astratto nel mio lavoro, i nomi sono arrivati dopo. Nulla è stato pianificato in anticipo, è avvenuto tutto in maniera naturale e intuitiva. I miei dipinti hanno sempre qualcosa a che fare con ciò che sto vivendo.

La mostra all’ICA presenta anche un grande arazzo che, se non sbaglio, riprende un dettaglio di uno dei dipinti esposti. Molte delle tue mostre recenti includono elementi tessili, come arazzi e ricami. Qual è il rapporto tra questo corpus di opere tessili e i dipinti?
Marina Rheingantz: L’arazzo dell’ICA è stato realizzato a partire da un dipinto precedente, che non è esposto in mostra. La composizione originale era verticale, ma l’ho rielaborata ingrandendola notevolmente e trasformandola in un arazzo orizzontale.
Questo dialogo tra pittura e tessuto è iniziato intorno al 2015. Ho sempre avuto un interesse per i tessuti, ma è stato a Londra, in quell’anno, che ho iniziato a fare ricerche più approfondite sugli arazzi. Progressivamente queste suggestioni sono entrate anche nei miei dipinti, ad esempio attraverso l’uso di pennellate brevi, come se fossero delle trame tessili. All’inizio il mio riferimento principale erano gli arazzi marocchini, che amo molto per il loro richiamo al paesaggio, evocato nella sua dimensione più astratta e carica di simboli. In una prima fase questa influenza si è tradotta in piccoli dipinti e, parallelamente, nella realizzazione di paesaggi. Col tempo ho iniziato a fondere i paesaggi con la trama dei tessuti e qualche anno dopo sono arrivati i ricami e gli arazzi veri e propri; è stato un processo piuttosto naturale. A Milano, per la prima volta, abbiamo realizzato un jacquard, dove ho combinato la texture tessile con i dipinti.
È interessante come il jacquard funzioni quasi come uno sfondo, offrendo al tempo stesso un contesto e un ulteriore livello di lettura delle opere. È una direzione che ti piacerebbe sviluppare ulteriormente, esplorando modalità espositive che si avvicinano all’idea di installazione? Ti immagini di aggiungere una dimensione scultorea al tuo lavoro?
Marina Rheingantz: Credo di sì, mi piacerebbe sperimentare altri mezzi espressivi. È stato interessante esporre i dipinti in un contesto diverso, insieme al jacquard. Penso che sia solo un punto di partenza e sto ancora cercando di capire come sviluppare questa direzione. In prospettiva mi piacerebbe molto anche lavorare con la ceramica e realizzare delle sculture.

Immagini che queste sculture possano nascere dai tuoi dipinti, come è avvenuto per i tessuti, oppure che siano opere autonome, completamente diverse?
Marina Rheingantz: È una bella domanda, e sinceramente non ne ho ancora idea. Dovrei iniziare a esplorare questa possibilità per capire come potrebbe evolversi.
Tornando alla dinamica materna: uno dei modi in cui il tessuto si manifesta nel tuo lavoro è attraverso il ricamo, che realizzi in collaborazione con tua madre. Puoi raccontarci qualcosa di più su questi lavori?
Marina Rheingantz: Il ricamo è nato in modo molto spontaneo. Stavo realizzando dei dipinti che prendevano spunto dai tessuti e dagli arazzi, quando un giorno mia madre ha visto un piccolo dipinto nello studio e ha pensato che potesse funzionare bene come ricamo, è così che abbiamo iniziato. I ricami partono sempre da un dettaglio, da un frammento di un dipinto o di un acquerello.

Dipingi a partire dalla memoria, dalle fotografie, dai sogni, dalla tua vita quotidiana o da una combinazione di tutto questo?
Marina Rheingantz: Direi da una combinazione di tutto, da diversi percorsi che si intrecciano. Ultimamente molti dei miei dipinti sono privi di un punto di riferimento specifico, nascono piuttosto da un processo interno alla pittura stessa, dal processo di creazione.
Sono sempre colpita dalle opere realizzate all’interno di un arco temporale composito, ad esempio 2012-2015. Questo intervallo può avere varie ragioni, ma spesso immagino l’artista bloccato sull’opera, in un lungo processo di ripensamento. Hai mai vissuto una situazione simile, in cui hai dovuto prendere le distanze da un’opera per capire come proseguire? Hai una sorta di metodo o rituale per sciogliere i nodi creativi?
Marina Rheingantz: Sì, capita spesso che un dipinto si blocchi. In quei casi lo metto da parte per mesi, a volte per anni, e poi ci torno più avanti. Ho alcuni rituali: guardo libri, leggo poesie, guardo il mio archivio personale di immagini, faccio disegni e acquerelli.
E a volte, nonostante i rituali, resto bloccata per anni. Altre volte, invece, è un nuovo dipinto ad aiutarmi a risolverne uno molto più vecchio.
January 15, 2026
