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No Hay Banda

Maria do Carmo M. P. de Pontes

Nell’ambito del Gallery Residency Programme 2026 di CFA, Elizabeth Xi Bauer presenta No Hay Banda, una mostra collettiva con opere di Vandria Borari, Petra Feriancová, Karoliina Hellberg e Sofia Silva

Nella stessa settimana in cui No Hay Banda inaugura a Milano, altrove in Italia Papa Leone XIV ha pubblicato la prima enciclica del suo papato. Intitolata Magnifica Humanitas, la lettera enciclica si concentra sull’importanza di “preservare la persona umana nell’era dell’intelligenza artificiale”. Il momento storico coincide con il 135° anniversario della Rerum Novarum (nota anche come Diritti e Doveri del capitale e del lavoro), la più celebre enciclica di Papa Leone XIII. Scritta nel 1891 nel pieno della rivoluzione industriale, la Rerum Novarum sviscerava gli intrecci tra capitale e lavoro, dedicando profonda attenzione al benessere delle classi operaie. Senza schierarsi né con il capitalismo né con il socialismo, l’enciclica promuoveva diritti fondamentali come quello di associazione sindacale, o quello degli operai a un ambiente di lavoro dignitoso. Allora come oggi, l’automazione della forza lavoro rappresentava una sfida di proporzioni inimmaginabili. Allora come oggi, l’incertezza alimentava la polarizzazione politica.

L’intelligenza artificiale è destinata a cambiare il volto del lavoro. La stragrande maggioranza della popolazione immagina uno scenario che sfiora la distopia rappresentata dal film Matrix, dove la paura e la disinformazione modellano un mondo incapace di far coesistere in armonia uomo e macchina, culminando in una distribuzione della ricchezza persino più squilibrata dell’assurdo divario attuale. Altri vedono la proliferazione tecnologica come un bicchiere mezzo pieno, sostenendo, ad esempio, che i robot svolgeranno mansioni che le giovani generazioni tendono sempre più a evitare. Abbinata a una qualche forma di reddito universale, la tesi utopica dice che questa evoluzione permetterà alle persone di vivere una vita migliore – e alla società di funzionare in modo più egualitario. Molto probabilmente la realtà si rivelerà assai più complessa, posizionandosi in un punto intermedio tra queste visioni estreme, ma portando comunque con sé sfide che oggi è impossibile prevedere. All’interno di questo vasto regno di incertezza, forse l’unica affermazione indiscussa è che la diffusione capillare dell’IA consentirà agli individui di disporre di più tempo libero dal lavoro. Dunque, come gestire quel tempo che non è più costretto entro le ristrette visioni di produttività ed efficienza dei nostri giorni?

Karoliina Hellberg_Black pensées and dill (rainy sea), 2024, oil on canvas, cm 150 x 150.

No Hay Banda riunisce un gruppo di quattro artiste, le cui pratiche offrono spunti di riflessione su come l’ozio non debba essere inteso come un pretesto per la pigrizia, quanto piuttosto come un’opportunità per attività creative. Karoliina Hellberg definisce l’atmosfera della mostra attraverso dipinti e acquerelli immersivi che confondono interno ed esterno, sogno e realtà. In queste ambientazioni i corpi non sono mai ritratti ma evocati, suggeriti da oggetti come bicchieri vuoti o mozziconi di sigaretta. Ogni sua pennellata trasmette ambiguità, dal tipo di luce – e quindi dall’ora del giorno raffigurata – fino alla natura stessa degli ambienti esposti. A prima vista, i suoi scenari lussureggianti sembrano la perfetta illustrazione della felicità; eppure la minaccia è sempre in agguato: serpenti che emergono da un mazzo di ortensie, una cascata che inonda un divano altrimenti immacolato, in una frizione permanente tra comfort e pericolo, sia esso fisico o metaforico.

Petra Feriancová, Playgrounds Series “g”; courtesy of the artist.

Il suggerimento del corpo si percepisce anche in Playgrounds, una serie di opere di Petra Feriancová in cui l’artista raccoglie fotografie di spazi pubblici a Bratislava, scattate da lei e da suo padre negli anni Settanta. Le immagini sono avvolte da un’atmosfera perturbante, a volte enfatizzata dai blocchi edilizi sovietici, altre dal fatto che i parchi gioco sembrano monumenti pubblici riconvertiti al gioco che spazi pensati apposta per i bambini; un dettaglio che rimarca il fallimento dello Stato – intenzionale o dettato da incompetenza. La politica emerge in modo più sommesso in Hands (2017–2025), una serie aperta di fotografie in formato cartolina in cui l’artista ritrae mani colte nell’atto di fare qualcosa, ma non necessariamente qualcosa che miri a un obiettivo tangibile. Piuttosto, stringono, grattano, nascondono, brindano e mostrano, dando vita a una collezione di gesti caratterizzati da un profondo lirismo.

Vandria Borari, Tucumã Seed from the Yupirungáwa Series, 2021.

Il tempo è la sostanza stessa della serie Yupirungáwa (tutte le opere sono del 2026) di Vandria Borari, in cui l’artista plasma con la ceramica grandi semi vegetali – un tipo di lavoro che, di per sé, richiede pazienza e malleabilità per accogliere gli imprevisti che possono verificarsi in ogni fase del processo. Il titolo della serie significa “origine” nella lingua indigena Nheengatu, e le quattro sculture in mostra riproducono i semi delle palme Tucumã e Curuá, della noce del Pará e del Murici – tutte specie che abbondano nella foresta amazzonica. C’è molto da imparare osservando il ciclo vitale delle piante: vederle crescere e perire, disintegrarsi e nutrire nuovamente il terreno, permettendo alla vita di emergere, ancora una volta. Gran parte di questo ciclo avviene sotto terra, dove la vita ferve attraverso processi invisibili all’occhio, ma innegabilmente presenti.

Sofia Silva, Come stanno i miei segreti sottoterra (My Secrets Beneath the Ground), 2025, acrylic, colored pencil and pH neutral PVA on canvas, 145 x 110 cm.

Il silenzio e la contemplazione sono due delle forze motrici delle composizioni di Sofia Silva, un’artista che nei suoi dipinti non teme di accogliere ampie campiture in cui sembra non accadere nulla. Al contempo, non esita a ritagliare porzioni dei suoi lavori per poi ricomporne i frammenti in un collage, dando vita a nuove strutture visive secondo una logica di autoriciclo. Questa tattica del ritaglio è evidente in Non rompetemi i coglioni (2026), la più piccola delle due opere in mostra, così come in Camera bianca (2026), un dipinto che raffigura un ambiente domestico scarsamente popolato. Al centro di quest’ultimo, l’artista ha inscritto la frase “con tutto il cuore”, un verso tratto dalla preghiera dell’Atto di dolore, tradizionalmente recitata durante la confessione in segno di pentimento. Attraverso piccoli e potenti gesti, Silva dimostra che un sussurro può dire più del fragore di mille tamburi.

Nessun bisogno di una banda.

May 28, 2026