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La prima mostra istituzionale in Europa di Sam Falls è una dichiarazione poetica

Stefano Pirovano

La mostra che Sam Falls presenta alla Galleria Civica di Trento mette in dialogo Minimalismo e natura. Ma luce ed esperienza umana continuano a guidare la sua ricerca artistica.

La prima mostra istituzionale in Europa di Sam Falls è stata inaugurata la scorsa settimana alla Galleria Civica di Trento, che da qualche anno è entrata nell’orbita del MART (il Museo di Art Moderna e Contemporanea di Trento e Rovereto). Falls l’ha intitolata ‘Nature is the new minimalism’ e come tutte le mostre di Sam Falls che abbiamo visto fino ora, a partire da quella ospitata dalla piccola Luce Gallery di Torino nel lontano inverno del 2012, per arrivare attraverso le due grandi installazioni per Art Basel Unlimited (2014 e 2016) alla più recente installazione commissionata dall’Hammer Museum di Los Angeles (2017/2018), anche questo nuovo passaggio italiano è di natura profondamente lirica. A questo punto crediamo che prima di essere un artista Falls sia un poeta, ovvero qualcuno interessato a scoprire sensazioni invece che messaggi. Lo ribadisce il testo introduttivo della mostra, che come per Falls è consuetudine nelle occasioni importanti, è scritto di suo pugno e in prima persona. E come sempre ha fatto sin ora l’artista sceglie di parlare delle proprie opere raccontando il modo in cui sono venute al mondo.

La prima immagine che fotograficamente (ovvero come impronta di luce) si imprime sulla tela è perciò quella dell’artista che sul far della sera entra nell’oceano ‘come un cacciatore di perle’ e scruta nell’abisso in cui si sta immergendo per compiere la significativa missione che si è dato; quella di recidere le alghe che poi depositerà sulla tela perché i pigmenti di colore diluiti dagli umori liquidi della spiaggia ne disegnino, nottetempo, le sagome.

‘Pensavo a Pollock’ ci ha detto Falls. Lo abbiamo incontrato il giorno prima dell’opening, quando stava dando gli ultimi ritocchi alla mostra ormai quasi completamente installata. E infatti il gruppo di dipinti che presenta a Galleria Civica di Trento, proprio come quelli del Pollock action painter, sono privi di punto di fuga e dicono chiaramente di essere stati ‘dipinti’ a terra, invece che in verticale. Come Pollock, e seguendo un bisogno che Falls deve aver avvertito sin da quando sovrapponeva impronte di pittura a immagini fotografiche di figure totemiche (lì il referente era Mont Saint Victorie di Paul Cézanne), anche in questi nuovi dipinti l’artista californiano cerca di dare profondità alla superficie bidimensionale, portando le sue ‘impronte’, che a questo punto forse potremmo chiamare ‘impressioni’, nella terza dimensione; e fa questo seguendo un percorso contrario, per esempio, a quello intrapreso nel 2006 da Wade Guyton, il cui intento pare piuttosto quello di appiattire il più possibile la superficie, lavorando sull’orizzontalità e sull’appiattimento (le ‘X’, le fiamme, i black paintings, le teche).

Al contrario di Pollock, che è sempre rimasto un pittore, Falls muove dall’indagine di Guyton sulle potenzialità espressive del processo di stampa, e quindi da una logica forse più attinente alla fotografia che alla pittura – il confronto tra i due si compie a Zurigo, dove nel 2013 i due artisti sono stati in mostra nello stesso momento nel medesimo edificio – Guyton al Kunsthalle (con le teche rosse) e Falls da Eva Presenhuber (con i primi rope paintings). Guyton sostituisce al pennello la stampante a getto d’inchiostro, e parte da una sorgente digitale, ovvero un file immagine o di testo. Falls fa un passo indietro, eliminando il medium e rivolgendosi direttamente agli elementi naturali. In principio era la luce della California, che stingeva gli ombrelloni della serie Topanga, o le coperte da imballaggio marchiate dai bancali, oppure le superfici metalliche verniciate delle precisissime sculture di metallo, a quel tempo unica ‘struttura’ rigida di un lavoro per lo più basato sull’assenza di struttura. Poi è subentrata l’acqua, a sciogliere i pigmenti primari (i rope paintings, appunto). E ora si aggiungono il fuoco e la terra, da cui nasce l’antichissima tecnica della ceramica (Falls ci ricorda che sua moglie Erin è ceramista).

L’idea che guida il gruppo di ceramiche che Falls presentata a Trento non si discosta da quella che ha determinato i dipinti; ma anche qui l’artista include un’esperienza umana, di carattere poetico. Falls ne parla di nuovo nel testo introduttivo, quando racconta il ‘sentiero sterrato’ che percorre con il figlioletto. Lui ‘pensa veloce’, scrive Falls, e quindi cammina piano (inevitabile qui ricordare il titolo del libro best seller di Damiel Kahnemann, Thinking, fast and slow, che in fondo è un’opera dedicata all’uomo prima che all’economia). Il passaggio è semplice, diretto, spontaneo, e per questo intimo. ‘Il supporto su cui poggiano le ceramiche’ ci dice Falls, ‘non ha viti metalliche. E’ legno tinto in maniera naturale’ – torniamo al titolo della mostra. Il primo riferimento formale è ai mobili disegnati da Donald Judd. Ma a qualcuno probabilmente verranno in mente anche le molte opere a quattro mani di Martino Gamper e Francis Upritchard, oppure l’opera che Carol Bove ha presentato alla Biennale di Venezia del 2015 – per ora il capolavoro dell’artista, che poi ha rappresentato la Svizzera alla Binnale successiva, ma con risultati non così efficaci. In tutti questi casi, e in quello di Falls, più che notare la continuità tra supporto e opere vien da pensare a quanto i supporti siano stati in grado di rendere le sculture oggetti intimi, anziché pubblici, portandole delicatamente all’altezza degli occhi, delle orecchie e dello stomaco dell’osservatore.

In mostra ci sono anche due sculture con neon e paraffina. Un sottile tubo di neon il cui gas è il più ecologico sul mercato, ci fa notare Falls, disegna la sagoma di una figura umana, che scaldandosi scioglierà la paraffina. Per quanto ne sappiamo questa è la prima volta che nell’opera di Falls compare la figura umana, e questo potrebbe aprire un ulteriore porta nel lavoro di un artista straordinariamente (in senso positivo) prolifico. Poi ci sono tre video, proiettati in altrettante stanze che la luce dei proiettori tinge di verde, blu e viola. E’ luce che filtra dagli alberi attraversando un telo colorato. É la stessa luce che ha generato le altre opere in mostra, cioè la luce che circonda la casa del poeta.

June 22, 2021