CONCEPTUAL FINE ARTS

Mona Osman, verso la pittura infinita


Stefano Pirovano  -  Settembre 23, 2019

Mona Osman presenta alla Collezione Maramotti una nuova serie di dipinti, che parlano di angoscia esistenziale e libertà provando a superare l’idea di opera come unità a sé stante.

 

 

Mona Osman lavora dal garage di casa, a Bristol. Quando lo spazio non basta tele e colori entrano in casa, in una camera appositamente attrezzata. Capita spesso, visto che l’artista preferisce dipingere in grande formato. È importante sapere dove un artista lavora? In questo caso sì. In questa fase, che chiameremmo d’inizio carriera, la pittura di Osman è un viaggio sopratutto interiore. Garage e casa sono luoghi dell’identità, assenti nell’opera, ma inevitabilmente presenti nel suo racconto. Un po’ come il fienile dove dipingeva Jackson Pollock dopo aver lasciato New York per Springs, o il tugurio con toilette in condivisione dove avevano luogo le lunghe sedute di posa che furono necessarie a Lucian Freud per dipingere i ritratti dei duchi del Devonshire (qui il link all’intervista che il Duca del Devonshire ci ha recentemente concesso). Ma mentre i dipinti di Freud sono di dimensioni relativamente contenute, Mona Osman ha il problema di farli passare dalle porte, che a casa sono troppo piccole. Così le tele devono essere smontate e reintelaite a ogni spostamento significativo, come documenta l’eloquente pagina Instagram dell’artista. “Spostare le tele richiede molto tempo – confessa Osman fuor di metafora. Spero presto di poter disporre di uno spazio più adatto”.

Mona Osman

Mona Osman, Page of the artist’s book Rhizome and the Dizziness of Freedom, 2019. © the artist
Ph. Carlo Vannini.

Poi continua: “Da bambina ero ansiosa. Durante la scuola primaria mi ammalavo in continuazione, probabilmente si trattava di un problema psicologico. Studiavo a casa, per poi dare gli esami. Ma ero piuttosto isolata. Così ho iniziato a disegnare. I disegni erano i miei amici immaginari. Credo mi sia stato di grande aiuto. Era il modo che avevo di esprimermi e di comunicare”. Da quel momento il lavoro di Mona Osman si è sviluppato organicamente, in apparente continuità con le esigenze di allora, e con i passaggi che hanno segnato la sua formazione.

Mona Osman

Mona Osman, Sodom and Gomorrah, 2019, oil and mixed media on canvas
210 x 225 cm © the artist.Courtesy C&C Gallery, London.

Dalla sfera personale a quella universale.

Mona Osman è nata a Budapest nel 1992. “Ancora ricordo la mia insegnate d’arte, Johanna Kovacs. Mi ha sempre supportato, Non credo che, senza il suo aiuto, avrei continuato a dipingere o avrei mai intrapreso una carriera artistica”. Mona Osman ha poi vissuto a Nizza, tra i 12 e 15 anni, età in cui è tornata a Budapest, dove è rimasta fino ai 17. Da qui a Londra, per studiare alla Goldsmith University e al Royal College of Arts. In questa fase gli insegnanti che più hanno influenzato e supportato la sua crescita sono stati Luke Dowd e Dawn Mellor alla Goldsmiths, e David Rayson alla RA. A quest’ultimo si deve il primo interesse dell’artista per la semiotica e la struttura del linguaggio. “Ho sempre trovato difficile parlare del mio lavoro da un punto di vista personale. Ho quindi cercato piattaforme da cui poter esprimere idee e pensieri con il dovuto distacco. Così ho iniziato a interessarmi di filosofia e psicologia. È stato un modo per poter parlare con più persone”. Questo è uno dei punti cardinali del suo lavoro. “Tutti proviamo angoscia esistenziale – continua Osman – perché dunque ridurre il problema alla mia esperienza o al mio sentire personale?” Ecco come il vissuto di un individuo può, grazie a un filtro di carattere culturale, trasformarsi in un messaggio universale.

Dal punto di vista formale le opere di Osman hanno caratteristiche che aderiscono perfettamente alle premesse ‘esistenziali’ da cui partono. L’immagine è ricca di colori contrastanti e di dettagli formali, ma è anche piatta e profondamente statica. Per quanto la struttura possa risultare complessa da decifrare l’uso della prospettiva è praticamente assente. Le figure sono ieratiche come nei mosaici medievali, o possono ricordare le maschere tradizionali africane. Sono entità, più che personalità, che raramente interagiscono tra loro. Piuttosto, tendono a dissolversi nello spazio pittorico. Non c’è sfondo. La figura antropomorfa e quello che le sta intorno hanno la medesima importanza. In questo modo si crea una sorta di continuità non solo tra figura e sfondo, ma anche tra opera e opera. “Mi capita di non riuscire a mettere nell’immagine tutto quello che vorrei, e allora continuo il discorso su un’altra tela” ci spiega Osman, che infatti preferisce lavorare per serie di dipinti. Le sue opere tendono quindi a non essere unità a sé stanti. Piuttosto, sono simili ai taccuini su cui Mona Osman scrive e disegna. La vita non fa salti. In questo senso il lavoro dell’artista è organico. “Negli ultimi otto anni i miei dipinti sono cresciuti l’uno sull’altro, in diverse stagioni, all’interno delle quali si trovano le serie. Così idee circolano tra le opere”.

Mona Osman, between Freud and Kierkegaard.

L’interesse di Mona Osman per le tematiche di carattere religioso offre qui ulteriori spunti di riflessione. L’artista dichiara di non essere praticante, ma è cresciuta nel confronto tra l’ebraismo (da parte di madre, pure non praticante), e la religione mussulmana, praticata invece dal padre. “Delle confessioni religiose mi interessano gli aspetti spirituali, che in qualche modo cerco di attualizzare e mettere a confronto”. Di questo interesse è figlio il titolo della mostra di Mona Osman alla Collezione di Maramotti di Reggio Emilia: “Rhizome and the Dizziness of Freedom”, dove evidentemente il termine rizoma è usato in senso metaforico e si riferisce a quelle entità (psicologiche) di cui dicevamo, mentre la libertà è un tratto fondamentale dell’esperienza con il quale l’essere umano è costantemente chiamato a misurarsi. A questo proposito Mona Osman cita Bridget Riley (ma potrebbe essere Ettore Spalletti) quando l’artista americana parla del colore: “Non c’è nulla come il blu scuro e il blu chiaro. Il blu chiaro esiste solo in relazione al blu scuro, e il blu scuro esiste solo in relazione a quello chiaro”. In questo momento l’interesse di Mona Osman verte dunque sugli spazi di relazione tra cosa e cosa, persona e persona, sé e io. Negli spazi di relazione, e di definizione. Qui si innesta anche il riferimento a Kierkegaard, per il quale l’ansia (esistenziale) è, appunto, vertigine di libertà.

Mona Osman

Mona Osman, Self Crucifixion, 2019, oil and mixed media on canvas, 155 x 120 cm © the artist: Courtesy C&C Gallery, London.

Mona Osman

Mona Osman, Eaten by Facticity, 2019, oil and mixed media on canvas, 120 x 155 cm © the artist. Courtesy C&C Gallery, London.