CONCEPTUAL FINE ARTS

Ingoia lo spirito: Michaela Eichwald da dépendance

Kevin Gallagher

In occasione della recente mostra di Michaela Eichwald a dépendance, a Bruxelles, approfondiamo i temi ricorrenti nella sua opera attraverso la lettura che ne dà un altro artista.

Michaela Eichwald
Michaela Eichwald, “Bitte”, a dépendance Brussels nella mostra “bitte abholen und wegbringen”, Autunno 2019. Courtesy the artist and dépendance, Brussels. Photo credit © Kristien Daem

Nell’approccio di Michaela Eichwald, la pittura, anziché essere utilizzata in modo da determinare lo spazio pittorico, è applicata per occuparlo. Con “bitte abholen und wegbringen” (“per favore, vieni e porta via”), la recente mostra dell’artista da dépendance a Bruxelles, Eichwald continua il suo utilizzo di motivi pittorici non tradizionali, usando tessuti preconfezionati come supporto per i dipinti. Queste superfici sintetiche come la finta pelle o le stoffe di poliuretano si espongono e diventano parte dell’opera: campi colorati per l’energica verniciatura dell’artista. Tutti i dipinti della mostra sono lunghi, e in un caso forse troppo alti – incastrati in una direttrice tra il pavimento e il soffitto della galleria. I dipinti sono appesi a poca distanza da terra. Così posizionati, più che essere allineati con gli occhi del visitatore risultano in asse con il centro del suo corpo.

Allegoria Riversata

Forse, più spesso di quanto non avvenisse nelle opere precedenti di Michaela Eichwald, i simboli compaiono e si ripetono, anche in termini iconografici nella sua mostra a dépendance. In ‘Gebet, so wird Euch genommen’  (‘Dai, così ti sarà portato via’) un fondo sintetico lascia spazio a gocciolamenti radiali gialli che si spostano dal centro del dipinto. Il centro dell’opera è diviso in due da una linea rossa che gocciola a sinistra (o a ovest?). Questa barra divide il dipinto in due regni: notte e giorno, paradiso e inferno? I tratti di vernice intestinali di Eichwald circondano la scena di un blu scuro come l’inchiostro. Qualcosa si sta diffondendo, contraendo. Una pecora è stata fatta saltare attraverso la stratosfera oleosa fino ai confini esterni dello spazio pittorico. Un paesaggio cosmico ha preso forma: una mappa. I territori dipinti sono delineati e inghiottiti.

Michaela Eichwald
Michaela Eichwald, “Gebet, so wird Euch genommen”, a dépendance Brussels nella mostra “bitte abholen und wegbringen”, Autunno 2019. Courtesy the artist and dépendance, Brussels. Photo credit © Kristien Daem

Il titolo della mostra e quelli di molte opere alludono a significati spirituali. “Gebet, so wird Euch genommen” ribalta la frase biblica “Chiedi e ti sarà dato”. Il titolo della mostra stessa “Bitte abholen und wegbringen” potrebbe significare semplicemente: vieni a comprare uno dei miei quadri e portalo a casa con te. O, in alternativa, consegnati a un altro corpo o forza (spirituale o di altra natura). Ma che cosa sono, allora, questi dipinti: offerte o prodotti? Verso chi e per chi? Michaela Eichwald dedica all’opera tutta se stessa, abita con essa, vive con essa (l’immagine guida della mostra propone un dipinto appeso al balcone dello studio nella sua casa). Ma poi che vita prendono le sue opere? Il lavoro di un artista è una composizione disordinata di materiale emotivo. E i dipinti di Eichwald non si svelano facilmente da sé.

Mucchi di Nervi

Diverse opere in mostra portano alla mente una linea del tempo autobiografica che segna i periodi di crescita, disintegrazione e riemersione. Le opere mappano lo spazio pittorico in modo corporeo, come i tentativi di leggere la milza. Il titolo “Raus aus dem Nervensystem” (“Fuori dal sistema nervoso”) è un comando e un mantra. Il sistema nervoso è una rete diffusa e onnicomprensiva di comunicazione; ma il nervosismo è anche un modello di comportamento che talvolta deve essere abbandonato. In “Raus aus dem Nervensystem” contorni fuligginosi di diverse forme corporee accovacciate siedono all’interno di un agitato fagiolo color magenta. Sulla metà sinistra del dipinto le linee orizzontali di vernice spray dorata tagliano una figura in segmenti. Ambientato dietro i lavaggi del magenta, l’azzurro intenso ricorda il cielo di un orizzonte lontano.
Viene in mente un’immagine della medicina tradizionale cinese che rappresenta una lingua con tutti gli organi umani mappati sulla sua superficie ruvida: un piccolo spazio sulla punta della lingua indica il collo e il cervello, i due terzi centrali sono dedicati al sistema digestivo, e nella parte posteriore della lingua, all’ingresso della gola, c’è il retto.

Dipinto su una superficie rosa, il quadro dal titolo “On the general nature of aesthetic experience” ha una superficie quasi completamente consumata da vaganti forme marroni. Mentre qualche altro dipinto è troppo alto, sproporzionato, per lo spazio nella galleria, quest’opera è invece perfettamente incastonata tra due pareti a sinistra dell’ingresso. All’interno del dipinto diversi oggetti sembrano prendere posto o, in un caso, assestarsi in cima alla sua forma sottile. Avvolto nel colore, è possibile rilevare un calice e una sagoma simile a uno stomaco. Nella parte in basso a sinistra della tela, una forma figurativa composta da sfumature rosa e rosse è in primo piano rispetto alle pile scure. La figura è una forma a metà strada tra una H in stile graffiti e un corpo senza testa, paffuto, e con le mani alzate, come a dire: “Mi arrendo!”.

Michaela Eichwald
Michaela Eichwald, “On the general nature of aesthetic experience”. Courtesy the artist and dépendance, Brussels. Photo credit © Kristien Daem

Dentro e Fuori

Michaela Eichwald non è una pittrice seriale, ma passeggiando per la mostra a dépendance un’impressione di serialità diventa inevitabile per via della ripetizione del formato dei dipinti. La maggior parte dei quadri, infatti, abita un grande rettangolo allungato di circa 50×120 pollici. C’è un aspetto positivo in questa coerenza dimensionale, perché il formato grande e lungo funziona molto bene per Michaela Eichwald: quel tipo di spazio consente ai gesti dell’artista di raccogliere e rilasciare sulla superficie la materia pittorica e di generare forme che assomigliano a mappe topografiche. Tuttavia, all’interno della mostra, la dimensione ricorrente crea un effetto di equivalenza che sembra leggermente in contrasto con l’approccio pittorico “illimitato” di Michaela Eichwald. A ogni modo, il maggior successo nell’allestimento dei  dipinti nella galleria risiede nella loro esigua sospensione da terra che – come dicevamo – si allinea più con il nostro fegato che non con il nostro cervello. A una tale altezza i dipinti iniziano a sembrare stomaci in subbuglio, processi digestivi che fondono materia e contenuto in esperienza vissuta. Immagini che possono essere condivise e custodite.

Michaela Eichwald
Immagine guida della mostra di Michaela Eichwald “bitte abholen und wegbringen” at dépendace Brussels.

Ma torniamo all’immagine guida della mostra a dépendance: un dipinto appeso a un balcone. Quando un’opera è in quel contesto, a chi è rivolta? Un balcone non è esattamente uno spazio pubblico, il suo significato è composito, perché è al tempo stesso una vetrina, un display e anche una barriera.Un balcone è dunque una via di mezzo tra luogo pubblico e privato: uno spazio per l’esposizione. Nella vita di un’opera d’arte ci sono molti momenti di “esposizione”, anche se non sempre evidenti. Ci sono la casa o lo studio dell’artista, la galleria, la collezione privata, la collezione pubblica, il centro d’arte, la struttura di stoccaggio, la fiera d’arte, il negozio del corniciaio, il furgone per il trasporto, persino il bidone della spazzatura; senza contare luoghi (e oggetti) espositivi più o meno immateriali come le riproduzioni fotografiche nei i cataloghi e le immagini sul web, nelle riviste o nei blog. I dipinti di Eichwald sembrano mettere in atto questi momenti diversi di visibilità e occultamento a livello sia materiale sia concettuale: il suo lavoro consiste nel dipingere, delineare, cancellare, occupare lo spazio visivo in un modo simile a ciò che fa un blocco stradale. I titoli ti guidano con un imperativo implicito (tu dai, tu porti via) mentre una suggestione ti riporta a lontane allegorie. I dipinti danno molto con il loro contenuto intrinseco ma spingono il visitatore anche “fuori”, in altre dimensioni: è come mostrare a un amico le fotografie del matrimonio dei tuoi genitori. Questa mostra, in definitiva, è una sorta di “privacy in mostra”, una specie di cortocircuito a cui siamo invitati come testimoni, ma dove dobbiamo anche negoziare le nostre condizioni. Questi dipinti forse non erano pensati per noi, ma non si può dire che essi non tengano conto di noi.

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Kevin Gallagher è un artista che vive a lavora tra Bruxelles ed Amsterdam. E’ anche attivo come scrittore d’arte e curatore. Assieme a Perri MacKenzie gestisce Kantine, uno spazio espositivo nel cuore di Bruxelles.

December 29, 2019