CONCEPTUAL FINE ARTS

Michael Dean alla Fondazione Converso (coi Campi)


Stefano Pirovano

La Fondazione Converso porta MIchael Dean dentro San Paolo Converso, capolavoro milanese dei fratelli Campi. E la fine è solo un nuovo capitolo.

Anche le maestose aule della chiesa sconsacrata di San Paolo Converso, che attualmente è spazio della Fondazione Converso, provano che la bellezza delle opere di Michael Dean non sta nel regno del bello. Piuttosto, appartiene alla brutalità disfatta e precaria dei sentimenti che raccontano. In questo caso Apollo veste i panni di un mendicante dall’abito logoro e dal viso slacciato. Così Apollo diventa invisibile agli occhi dei mortali, e può guidare il nostro eroe pagano.

Michael Dean Fondazione  Converso
Michael Dean, ​The End, 2020, installation view. Courtesy of the artist and Fondazione  Converso. Photography by t-space studio.

L’ex chiesa cinquecentesca meneghina è stata strappata alla Chiesa di Roma da Napoleone, che ne ha fatto un magazzino per le sue truppe (come spesso accadeva in questi casi). Il Novecento le ha restituito le fattezze originarie, trasformandola a un certo punto nello studio di registrazione della PDU, l’etichetta musicale fondata nel 1967 da Mina e dal suo previdente padre, Giacomo Mazzini, che così pensava di tutelare la libertà artistica del prodigioso talento che aveva generato – lo studio si chiamava ‘La Basilica’ ed era stato installato nel coro della chiesa.

San Paolo Converso, Milano. Ph. Luca Rotondo, courtesy of Fondazione Converso.

Il capitolo più recente di San Paolo Converso si apre nel 2014, quando San Paolo Converso diventa la sede dello studio di architettura Locatelli & Partners, di cui la Fondazione Converso è oggi una felice espressione. In questa forma San Paolo Converso ha ospitato mostre ‘site specific’ di autori come Yngve Holen, Alan Kaprow, o Franco Mazzuchelli (uno che negli anni Settanta aveva contribuito all’attivazione di un’altra fondamentale chiesa sconsacrata milanese, quella di San Carpoforo). Il tema del rapporto tra presene e passato esistente non è nuovo qui. Eppure il caso di Michael Dean è molto diverso da quelli visti fin ora, e in qualche modo più radicale (a questo riguardo si veda lo scritto che abbiamo pubblicato su Michael Dean in occasione della sua personale alla South London Gallery, l’anno in cui l’artista è anche stato selezionato per il Turner Prize).

Michael Dean Fondazione Converso
Michael Dean, ​The End, 2020, detail. Courtesy of the artist and Fondazione Converso.  Photography by t-space studio.

San Paolo Converso ha due ariose aule, generate da una parete che divide la navata centrale a metà. In origine una parte era pubblica, quella verso la facciata, mentre l’altra era riservata alle Suore Angeliche di San Paolo, che vivevano nel monastero annesso all’edificio e si dedicavano all’educazione delle fanciulle. L’istituto religioso era stato fondato nel 1530 dalla Contessa Guastalla Ludovica Torelli, a cui si deve la costruzione della maggior parte degli edifici che si affacciano sulla piazza antistante. Quello che decora San Paolo Converso è dunque un ciclo importante, ampio, unitario, integrato alla ricca componente scultorea e architettonica. È opera di Giulio, Antonio e Vincenzo Campi, ovvero i migliori artisti della regione. In San Paolo Converso i Campi lavorano fianco a fianco producendo un unicum e firmando gran parte delle opere, a testimonianza del valore delle stesse. Il disegno della facciata della chiesa, poi, appartiene alla mano di Giovan Battista Crespi (il Cerano), altro talento straordinario. Come gli altri artisti invitati dalla Fondazione Converso negli scorsi anni, anche Michael Dean si è dunque trovato a lavorare in un grande scrigno, al cospetto di opere di altissima qualità, a noi lasciate da un’epoca che, per Milano, è stata di grandissima fioritura culturale.

Michael Dean Fondazione Converso
Michael Dean, ​The End, 2020, detail. Courtesy of the artist and Fondazione Converso.  Photography by t-space studio.

Veniamo dunque al bello che si rivela attraverso il brutto. Al centro dell’aula due lingue di cemento poggiano su un logoro zerbino a forma di cuore – le lingue e il cemento sono elementi che ricorrono nel lavoro di Michael Dean sin dagli esordi (avvenuti, a Milano, nell’ormai lontano 2008, grazie al gallerista Alessandro De March, che aveva dedicato a Michael Dean una precoce mostra personale di cui la rete porta ancora traccia – nonostante la galleria abbia poi chiuso i battenti). I due canali che individuano le opere di Dean sono sono forma scultorea e parola scritta, l’una intrecciata all’altra. In questo caso, le lingue fanno stare in piedi due aste metalliche che sarebbero altrimenti finite in un cantiere edilizio. Le aste reggono una vaso avvolto da uno panno di tessuto rosso. Piedi, corpo e testa. C’è un libro, nero, di cui il visitatore è chiamato a strappare le pagine, sulle quali le parola “end” è associata a una lunga serie di aggettivi. Come molte delle opere verticali di Michael Dean, anche questa può far pensare alle figure rugose e rastremate di Alberto Giacometti. Ma in questo caso, visto che ci troviamo all’interno di un grande cassa di risonanza, provvede a dar voce alla smilza figura un vecchio (ma nuovo) riproduttore di dischi di vinile allacciato alla corrente elettrica da un filo al quale sono sommariamente legati nastri di plastica con scritto sopra “fucksake” e “lol”.

Girolamo Prevosti san paolo convero
Girolamo Prevosti, Angel, detail, San Pietro Converso, Milano. Ph. Luca Rotondo.
Michael Dean
Michael Dean, ​The End ​ (2020), detail. Courtesy of the artist and Fondazione Converso.  Photography by t-space studio

Anche la voce incisa, per l’occasione, su vinile, ha forma primordiale. È un gorgheggio viscerale, profondo. Al di là della parete, contenuta dalla seconda aula (quella privata, quella riservata alle monache), c’è una seconda figura, complementare alla prima. Cosa c’è di bello? Ecco che l’enigma del dialogo si svela. Non è la bellezza, ma l’espressività il valore che unisce l’arte attraverso il tempo, lo spazio, la materia e la tecnica. Le immagini parlano chiaro, e sono più veloci delle parole. L’anello di congiunzione che abbiamo progettato per tenere insieme Michael Dean e i favolosi fratelli Campi è fatto dunque di sensazioni, quelle stesse che le opere d’arte provano a far emergere. Non possiamo scommettere che Dean se ne sia accorto. Probabilmente era impegnato a essere sé stesso (purtroppo non abbiamo avuto la possibilità di verificare). Ma l’accesa drammaticità delle scene cinquecentesche aderisce perfettamente al dato poetico che Michael Dean ricava dall’assemblaggio di materiali poveri, diremmo addirittura francescani… Le mode passano, come le funzioni. Le emozioni che le forme trasmettono, però, rimangono le stesse.

February 4, 2020