CONCEPTUAL FINE ARTS

COVID-19: l’arte è la finestra da tener aperta

Stefano Pirovano

Il Corona virus ha riscritto l’agenda del mondo dell’arte, ma questo è il momento giusto per diventare smart e pensare alla rete.

Dalla fine della seconda guerra mondiale mai prima d’ora in Europa un così grande gruppo di cittadini era stato costretto a cambiare in maniera così radicale il proprio modo di vivere. Per contrastare la diffusione del COVID-19 dobbiamo limitare i contatti umani diretti. Non possiamo abbracciarci quando ci incontriamo, non possiamo stringerci la mano, non possiamo stare in troppi nello stesso luogo. La quarantena collettiva imposta dalle autorità ha chiuso uffici, scuole, ristoranti, negozi, ma anche musei, gallerie e fiere d’arte. Fino a quando? È difficile per tutti fare delle stime attendibili. Certo è che prima o poi anche il peggior flagello ha una fine. E intanto? Come si dice a Milano, se sta mai coi man in man (non si sta mai con le mani in mano). Già, perché l’unico modo per resistere ai gravi colpi che l’epidemia sta infliggendo alla nostra società è quello di continuare a lavorare, e magari provare a farlo meglio di prima. Infatti, al di là della modalità in cui si verificano e dei traumi che producono, i grandi cambiamenti nutrono in sé anche grandi opportunità. Ecco che la funzione dell’arte dovrebbe essere quella di rendere i nostri occhi in grado di riconoscerle, per poi aiutarci ad assumere l’assetto mentale necessario ad affrontare nel modo migliore il radicale cambio di routine che per il nostro bene siamo tutti chiamati ad affrontare. L’arte è lo sguardo al futuro.

Srijon Chowdhury, Airplane, 2018; oil on linen, cm. 40,6 x 30,5 Collection Nerina Ciaccia & Antoine Levi, Paris.
Srijon Chowdhury, Airplane, 2018; oil on linen, cm. 40,6 x 30,5 Collection Nerina Ciaccia & Antoine Levi, Paris.

L’arte serve, ora più di prima, e non si ferma perché in questo momento non è consigliato – oppure è esplicitamente vietato – organizzare un vernissage; e nemmeno perché non può aver luogo una fiera d’arte, o perché non si può accedere a un museo. Magari molti di noi in questi giorni stanno pensando che certi rituali non sono gli unici possibili. A un certo punto potremmo cominciare ad accorgerci che lavorare da casa ci rende più produttivi, che è economicamente molto più razionale, e che può migliorare di molto la qualità della nostra vita e dell’ambiente in cui viviamo – si veda l’abbattimento della CO2 in Cina. Quante volte siamo usciti dal vernissage di una mostra senza nemmeno essere riusciti a vedere le opere, a parlare con l’artista, o con il gallerista? Potrebbe essere allora proprio questo il momento di tornare a concentrarci sull’arte invece che sul suo piedistallo, a tutto vantaggio degli artisti e del loro ‘lavoro’, che poi sono l’unica cosa in cui vale la pena credere davvero. In questo senso i digital media, anche se non possono sostituire l’esperienza diretta, offrono possibilità straordinarie, che solo in minima parte il mondo dell’arte stava sfruttando – si veda a questo proposito lo scritto che abbiamo recentemente pubblicato riguardo alle riviste pubblicate da gallerie e musei. Una parte degli investimenti che negli scorsi anni le fiere d’arte hanno saputo attirare potrebbe oggi proficuamente essere destinata a produrre cultura qualitativa là dove il pubblico ora ha bisogno di trovarla, ovvero in rete. Nulla vieta ora di provare a riequilibrare il paradigma della promozione e della diffusione dell’arte e dei suoi attori.

Anche riguardo alle istituzioni il COVID-19 porta a fare alcune riflessioni. In Italia, ma non solo, gran parte dei musei pubblici sono nati tra l’invasione napoleonica e il momento in cui la Chiesa si è trovata nella scomoda posizione di dover liquidare parte del proprio patrimonio. Così si è finito per concentrare grandi quantità di capolavori dentro a pochi luoghi simbolo, svuotando gli edifici e i territori per i quali, e grazie ai quali, queste opere erano state compiute (si veda qui il nostro scritto su un collezionista come Gian Giacomo Poldi Pezzoli). Pensare di tornare alla situazione originaria è pura utopia. Ma potremmo almeno cominciare a guardare con l’occhio che meritano le opere scampate alla musealizzazione. Scopriremo che il numero dei visitatori del Polittico Averoldi di Tiziano non ha un impatto su Brescia paragonabile a quello della fiumana di turisti che hanno finito per rubare l’anima a città come Venezia o Firenze (dove, per altro, la maggior parte dei turisti vede solo gli Uffizi). Oltretutto, la situazione corrente dovrebbe far capire come oltre a esser luoghi di conservazione, e inclusione (si veda a questo proposito la nostra intervista con James Bradburne, direttore della Pinacoteca di Brera) i musei sono anche centri di produzione culturale che disseminano i propri valori attraverso la rete; come fanno il Met e il MoMA per esempio, e come ora molti musei italiani altrettanto importanti per l’umanità hanno l’occasione di cominciare a fare. Oggi molti di questi musei devono rimanere chiusi. Ma chiusi non vuol dire spenti.

March 10, 2020