CONCEPTUAL FINE ARTS

Lucas Blalock: il criminale, l’amante, il vecchio, il poliziotto, l’artista, la spia, il simpatico

Emile Rubino

Ecco un’analisi dell’approccio performativo di Lucas Blalock alla fotografia e delle relazioni dinamiche con la storia dell’arte presenti nel suo lavoro.

Se la fotografia fosse un compagno di tennis, come Lucas Blalock ama pensare, che tipo di compagno sarebbe? Serena Williams, oppure una pensionata che indossa una tuta Lacoste bianca, o piuttosto uno stupido tira palle meccanico? Nel corso degli anni Lucas Blalock ha giocato con molti dei partner di tennis che la fotografia potrebbe incarnare. Ha giocato sia all’interno che all’esterno, con una spiccata predilezione per il campo in erba sintetica di Photoshop. Tuttavia, la natura performativa del suo approccio non è stata analizzata tanto quanto gli aspetti più evidenti del suo lavoro. Blalock potrebbe infatti essere paragonato a un regista solitario che da solo ricopre tutti i ruoli possibili; oppure potrebbe essere un implacabile cabarettista, che recita un monologo a basso budget, usando oggetti di scena a basso costo, su uno dei pochi palcoscenici a prezzo popolare rimasti a New York – ovvero un tavolo piazzato nel salotto di casa.

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Lucas Blalock, The Contender, 2009, archival inkjet print, 35.5 x 27.9 cm. Courtesy the artist and rodolphe janssen, Brussels.

Di tanto in tanto sale sul palco e si mette a fare il pugile, pronto a tirare un colpo a quella piccola scatola puritana che è la fotografia. In una sua foto del 2009, The Contender, lo troviamo a torso nudo e spettinato di fronte a un avversario invisibile. Alza i pugni e guarda l’ignoto sfidante con espressione di paura, coraggio e incredulità accentuata dall’illuminazione caravaggesca della scena. Chi sta affrontando Lucas Blalock? È la fotografia, con i suoi termini inafferrabili, nel caos digitale di oggi, un gruppo di fratelli conservatori un po’ svitati, o solo lui stesso con i suoi stessi demoni? In quest’immagine, in cui l’artista è un concorrente smilzo, opera un’imitazione deliberatamente patetica della mascolinità. Senza presunzione, Lucas Blalock si trova ad assomigliare a Pierre Bonnard nel suo autoritratto intitolato Le Boxeur (portrait de l’artiste), del 1931 (qui il link allo scritto di CFA sulla fondamentale mostra dedicata a Bonnard dal Musée d’Orsay nel 2015). Il contendente Blalock e Bonnard Le Boxeur si dipingono, rispettivamente, come fossero in qualche modo inadeguati, cercando di affrontare una realtà più grande e violenta di quella che si aspettavano. I parallelismi formali, come il trattamento pittorico idiosincratico dei pugni, si aggiungono al simile atteggiamento che riflettono le due rappresentazioni. I pugni rosa e rossi di Bonnard contrastano con una tela monocromatica altrimenti giallastra. Analogamente, Lucas Blalock, noto per usar Photoshop “a pugno di ferro”, ha trasformato i suoi stessi pugni in masse color prosciutto, e la pelle del bicipite destro in un’ingannevole macchia di carne digitale.

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Pierre Bonnard, Le boxeur (portrait de l’artiste),1931, Oil on canvas, 54 x 74.3 cm. (RF 2000-12) Paris, musée d’Orsay, accepted by the State as a donation subject to the usufruct of Mr. Philippe Meyer in 2000. Photo (C) RMN-Grand Palais (musée d’Orsay) / Michèle Bello

Il tema del pugile si ritrova anche in un foto di Jeff Wall. Boxing (del 2011) mostra due ragazzi adolescenti che potrebbero sembrare due fratelli che si scambiano colpi nel salotto di lusso dei loro genitori. Un pezzo di Josef Albers è appeso alle pareti, tra un caminetto di mattoni bianchi e mensole a muro su cui sono disposti con gusto vasi e oggetti decorativi. Davanti al camino, un vaso di orchidee bianche siede su un tavolo basso di marmo, tra due rigidi divani di pelle. Indossando guanti da boxe e calzoncini, i due lottatori a torso nudo che pugilano vicino ai divani diventano parte dell’interno immacolato, nonostante la loro attività distruttiva. In un certo senso, il quadro è ansiosamente bilanciato tra l’arredamento immacolato e la rappresentazione di una violenza già codificata. Wall, la cui fotografia nasce da un ricordo d’infanzia di pugilato con il fratello, come lui stesso ha dichiarato, ha impiegato mezzi straordinari per creare un’immagine che gli garantisse il piacere analitico di uno sguardo mediato e disincarnato sull’attività fisica.

Mentre l’immagine di Jeff Wall si basa sulla stabilità di un’idea classica del tableau, con la sua composizione armoniosa, la foto di Blalock funziona piuttosto come un contenitore espressivo, pieno di intensità drammatica. I tableau fotografici di Wall hanno giocato un ruolo cruciale nella capacità di Lucas Blalock di intendere i termini della propria attività di creazione di immagini, ma c’è una differenza fondamentale nel modo in cui Lucas Blalock tende a concepire e attivare quello che potrebbe essere descritto come il potenziale incarnato dell’immagine. Questa incarnazione non si svolge solo all’interno dello spazio pittorico della fotografia, come quando Lucas Blalock esprime il suo desiderio che un’immagine “agisca” e faccia qualcosa di più che descrivere o catalogare il mondo; ma è anche in gioco nell’esistenza fisica dell’immagine, come oggetto nel mondo. Nelle mostre più recenti Lucas Blalock ha perseguito questa idea del potenziale incarnato dell’immagine anche posando le fotografie su barre di metallo. La qualità antropomorfa assunta dagli oggetti ormai bifronti fa da contrappunto all’inevitabile allusione alla pubblicità e ricorda i cavalletti di vetro di Lina Bo Bardi. Il suo atteggiamento nei confronti del quadro come entità che può ‘sedersi’ sulla parete, o essere maneggiato in modo non cerimonioso, è più vicino alle considerazioni di pittori contemporanei come Laura Owens (qui il link alla nostra intervista con Laura Owens), Jana Euler (qui il nostro commento alla mostra di Jana Euler alla KUnsthalle di Zurigo) e Jutta Koether, o ai primi lavori di Jörg Immendorff. Anche se parlare di oggetti senzienti significherebbe avventurarsi su un pendio scivoloso, il quadro diventa una sorta di performer a sé stante, o almeno, si intride di potenziale performativo.

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Lucas Blalock, Shoe, 2013, archival inkjet print, 147 x 184 cm. Courtesy the artist and rodolphe janssen, Brussels.

La sopracitata mostra personale di Lucas Blalock è iniziata quando, da giovane artista, ha dovuto fare i conti con la difficoltà di confrontarsi con la scala e il livello di produzione di un artista come Jeff Wall. “Ero davvero attratto da Godard, perché aveva fatto film su scala molto piccola. All’epoca la fotografia si trovava più nella scala di gente come Andreas Gursky o Jeff Wall. e di grandi produzioni…”. A sua volta, Lucas Blalock ha sviluppato un proprio set di strumenti che si ispira alle idee che aveva Bertolt Brecht in materia di teatro. Non solo ha iniziato a portare in scena il lavoro “fuori scena” di Photoshop, ma ha anche ripreso altri tratti brechtiani come il multi-rollo, le scenografie minimali, l’illuminazione essenziale, e l’uso di oggetti di scena simbolici, che all’occorrenza possono diventare molteplici. Un buon esempio di quest’ultimo è il dittico Shoe (2013), ispirato a Philip Guston, che Lucas Blalock ha esposto alla mostra New Photography del MoMA, nel 2015. Alterato da semplici linee nere da cartone animato, una sacca sportiva appoggiata su un tavolo si suppone stia lì per una scarpa, che a sua volta è trattata come un surrogato di un pezzo di carne posto su un foglio di giornale. Questa ‘still-life slapstick’ porta all’umorismo del cinema degli albori, come l’iconica scena della cabina di Charlie Chaplin in La corsa all’oro (1925), dove Chaplin cucina diligentemente la sua scarpa per condividere con Big Jim una cena a base di spaghetti.

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Lucas Blalock, Insoluble Pancake, installation view, rodolphe janssen, Brussels, Belgium 2020. Courtesy the artist and rodolphe janssen, Brussels. Photo: HV photography

Dopo le due più grandi mostre personali che ha tenuto finora – all’Institute of Contemporary Art di Los Angeles e al Museum Kurhaus Kleve – quella da rodolphe janssen, intitolata Insoluble Pancakes, è una delle mostre più concise di Lucas Blalock. Composta solo da cinque grandi stampe uniche, la mostra espone una serie di autoritratti creati da combinazioni digitali di cinque negativi 4×5 presi a momenti l’uno dall’altro. Queste immagini dell’artista che si aggira su una sedia da bistrot davanti a pezzi di cartone e compensato appoggiati a una parete del suo studio, sono al tempo stesso spogliate ed epicamente barocche. Lucas Blalock spinge al limite il software fotografico utilizzando le funzioni 3d disponibili per rimodellare, contorcere, gonfiare e sgonfiare il suo corpo come un mutaforma fuori controllo. Come in The Contender, i gesti di Lucas Blalock hanno la pretesa di un pugile con più pugni che si libra intorno al corpo. Questa volta, però, non siamo inclini a immaginare avversari invisibili; vediamo solo l’artista che si confronta più o meno pacificamente con se stesso.

Lucas Blalock interpreta vari ruoli, in parte ispirati ai protagonisti del romanzo di Flan O’Brien “Il terzo poliziotto” (1940) e in parte a personaggi della cultura popolare, come Braccio di Ferro. Ogni immagine ha un titolo, seguito da una seconda opzione posta tra parentesi. Questa attività di denominazione, che si esplica nel rapporto della macchina fotografica con i corpi e gli oggetti dell’opera di Lucas Blalock, viene sviluppata attraverso l’inclinazione delle immagini stesse. C’è un interessante parallelo da tracciare tra questa attività letteraria nella mostra di Lucas Blalock e certe opere d’arte concettuale degli anni Settanta, come il famoso Variable Piece #101 (1973) di Douglas Huebler. In quest’opera Huebler fotografava in sequenza Berndt Becher mentre gli chiedeva di “assomigliare” a un prete, a un criminale, a un amante, a un vecchio, a un poliziotto, a un artista, a Berndt Becher stesso, a un filosofo, a una spia e a un simpatico ragazzo, prima di inviargli le foto, due mesi dopo, in ordine differente, chiedendogli di ricollegarle ai termini indicati. In modo “post-concettuale”, Lucas Blalock riprende tali strategie e le attira nel piacevole regno del pittorico attraverso una porta letteraria.

Se la fotografia è stata la compagna di tennis di Lucas Blalock, le immagini presentate in Insoluble Pancakes mostrano un approccio ancora più pregnante. Qui la fotografia è una rana che cerca di farsi esplodere per diventare un bue. Blalock le permette di essere un’energia esteriorizzata che si muove tra spazi fisici, pittorici e digitali, evocando così l’ectoplasma delle fotografie spiritualiste di fine Ottocento. Operando come studi sul un moto di propria creazione, questi autoritratti mostrano la fotografia come una pelle che si indossa e con cui ci si confronta nel tentativo di afferrarne i concetti ibridi, malleabili, porosi e inattesi.

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Emile Rubino è artista di notte e lavoratore dell’arte di giorno. Vive a Bruxelles, dove dipinge, scrive e occasionalmente cura mostre. Rubino è anche il sedicente redattore capo del primo numero di Le Chauffage, una rivista collaborativa ancora da pubblicarsi.

Lucas Blalock è un artista di base a New York. Qui il link al questionario proustiano che gli abbiamo posto qualche tempo fa.

March 17, 2020