loading...

Lettera aperta ai musei italiani: il vostro vaccino è la rete

Conceptual Fine Arts

Il momento di ripartire è arrivato, ma se non si chiarisce a cosa servono, i musei muoiono, uccisi dal dilettantismo mediatico e dall’ignoranza digitale.

Il Covid 19 ha portato i nodi al pettine: la fine del lockdown ha reso chiaro lo stato di arretratezza mediatica nella quale molti musei italiani si trovavano ben prima della chiusura forzata. Per anni ci si è concentrati su mostre e conservazione delle opere, perdendo di vista la funzione didattica e comunicativa, senza la quale la nobile preoccupazione di conservare diventa un’arma senza punta. Qualsiasi opera, anche la più perfetta, non esiste per chi non la conosce. Eppure oggi la crisi culturale fa molto più paura di quella economica, che ne è l’inviabile conseguenza. I musei pubblici dovrebbero anche rappresentare un baluardo dei valori e dell’identità della comunità di cui sono espressione. I musei siamo noi.

Ora abbiamo necessità di veicolare contenuti culturali ‘alti’ soprattutto attraverso l’informazione online, dove i musei italiani sono evidentemente rimasti al palo. Lo si capisce dal fatto che nell’era di Instagram ancora il governo parli genericamente di progetti di “digitalizzazione” del patrimonio. E poi, Instagram va bene per vendere le sneakers, ma evidentemente non è il canale adatto per veicolare informazioni approfondite, strutturate, dense di significato, come quelle di cui i musei dovrebbero essere la fonte. Instagram è semmai un punto di partenza, un primo gradino, un invito – che comunque va usato in modo professionale, altrimenti ci si fa male. Eppure, in Italia, pochissimi musei sono andati più in là, sebbene ci siano tutte le ragioni e le condizioni per farlo. 

I musei hanno bisogno di raggiungere diversi tipi di pubblico, di coinvolgere diverse generazioni di visitatori, con leggerezza ed empatia magari, ma senza perdere rigore. E dunque, ci sarà un motivo se Google in meno di un decennio è diventata la seconda azienda più capitalizzata al mondo (dopo Apple) mentre gli editori d’arte, anche i più blasonati, stanno morendo come mosche. La carta è inefficiente. Costa molto, anche dal punto di vista ambientale, e non circola. Non si tratta quindi solo di ‘digitalizzare’ il patrimonio producendo l’ennesima schedatura, ma di imparare a usare un medium (la rete) che è straordinariamente potente e duttile (al contrario della tv), ma che ovviamente richiede livelli di professionalità elevati quanto quelli che servono per un restauro o per organizzare una grande mostra. Invece qui ci troviamo nella situazione di musei che da questo punto di vista applicano la regola del ‘fai da te’ e pensano che per fare un sito efficiente sia sufficiente rivolgersi a un programmatore. Con il risultato di sembrare imbranati senza speranza. Allora, o si cambia passo o tanto vale chiudere, perché se si continua all’insegna del dilettantismo mediatico i soldi saranno sempre meno, e non saranno i servizi aggiuntivi a salvare la baracca. I musei non sono lì per vendere panini e caffè, o per fare da tendone al circo, ma per produrre e diffondere conoscenza, per costruire educazione e coscienza di sé.

Paolo Veronese, Iseppo do Porto with his son Adrian, c. 1555. Florence, Galleria degli Uffizi, Contini Bonacossi Collection.

A questo punto però torniamo a chiederci: qual è la funzione che vogliamo attribuire ai musei? Le mostre? Allora partiamo da un’altra domanda: vi verrebbe mai in mente di coprire i costi di una scuola elementare aprendo un bar per vendere le merendine ai bambini e il caffè ai loro genitori? O di dotarla di una cartoleria interna? Le mostre sono il metodo più rodato di mettere in atto le potenzialità, in realtà comunque largamente insufficienti, dei servizi aggiuntivi; ma sono anche uno strumento miope e sproporzionato, perché i numeri si possono fare benissimo anche con le collezioni (come insegna la Pinacoteca di Brera), senza buttare soldi in apparati effimeri, assicurazioni, e cataloghi cartacei, ma magari investendo di più nel capitale umano, che poi è quello che può davvero fare la differenza qui. E a chi alla carta proprio non sa rinunciare ricordiamo che la persistenza di un testo non dipende dal supporto su cui è stampato, ma dalla sua circolazione. Quello di stampare su carta, oggi, è solo un vezzo che costa molto e nasce già vecchio.

Restituzioni, percorsi abbreviati, succursali, mostre-non-mostre: in quale discorso culturale si possono tenere insieme queste diverse proposte? E ancora: se la nuova esigenza è quella di riportare l’attenzione alle opere senza operazioni di facile clamore, perché, nel tempo, non si è investito in piattaforme comunicative all’altezza delle opere che devono raccontare? Se l’obiettivo è coinvolgere le nuove generazioni, quale concezione didattica informa il Nano Morgante che, nudo come un verme, se ne va a caccia nel Giardino dei Boboli? La rete è uno strumento, e dipende da come lo si usa. Ma è anche un ambiente, con una precisa grammatica da rispettare.

Screenshot from Gallerie degli Uffizi’s account on Tik Tok, 2020.

June 9, 2020