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Luzie Meyer: desiderare, acquisire, moltiplicarsi

Céline Mathieu

Incontriamo con l’artista berlinese Luzie Meyer sul tema della presenza corporea, del disorientamento e della formazione del sé

Pensando a Luzie Meyer (nata nel 1990 a Tubinga, Germania) potremmo ritrovarci a osservare una sua statuetta seduta su una sedia, leggermente piegata; oppure si vedrebbero immagini disposte come cartoni animati sospesi a mezz’aria mentre intrattengono conversazioni sul senso dell’esistenza; o ancora, si potrebbe sentire la voce dell’artista che legge, sberleffa o canta una canzone folkloristica a squarciagola. Luzie Meyer, come ci dice Internet, è artista, poetessa, musicista, regista e traduttrice. In effetti suo immaginario creativo si colloca al centro e ai margini di questi ruoli.

Installation view, Luzie Meyer, Lasciatemi Morire, Fanta-MLN, Milan, I, 2021. Courtesy of the artist and Fanta-MLN, Milan. Photo: Roberto Marossi.

In generale…

“Ho acquisito per me stessa, un coro per me stessa, un coro di me stessa”. Queste sono le parole che introducono il primo minuto di un brano che Luzie Meyer ha intitolato The Acquisition of Language & The Language of Acquisition (2021, qui disponibile). In una breve telefonata l’artista chiarisce sorridendo le strette connessioni che possono esistere tra riferimenti eclettici. Attraverso mostre, titoli, materiali e scale dimensionali differenti, le cose iniziano a toccarsi e a sovrapporsi, facendo scattare piccoli inneschi nella mente dello spettatore. La sua arte è site-specific; poco prima che la mostra apra al pubblico Meyer utilizza gli spazi espositivi per registrare video e suoni di marionette ricorrenti. Riprende il suo stesso corpo, che entra ed esce dall’inquadratura. Le chiameremo ‘scene’.

Finemente costruita, dal più piccolo dettaglio alla scenografia, e alla voce fuori campo, l’arte di Luzie Meyer raccoglie idee sull’orientamento e sulla formazione del sé: “i corpi nello spazio e gli squilibri di potere in gioco all’interno delle architetture e degli sguardi… ” riflette Meyer. Nella personale da Sweetwater intitolata Duplicitous Consent (2019), una serie di fotografie presenta persone che tengono in mano dei pupazzi, raddoppiando, anzi triplicando, le rappresentazioni della relazione sentimentale tra i personaggi. La mostra veniva riallestita periodicamente, con l’introduzione di nuove opere, in una sorta di costante processo di moltiplicazione.

C’è un’interessante reiterata tensione nell’arte di Meyer. Il processo di realizzazione e allestimento delle mostre è parte integrante della poetica dell’artista. Le marionette, che nelle opere spesso fungono da piccoli modelli, assomigliano all’artista e ai suoi amici in modo impressionante. Sono fotografate in posizione supina; gesticolano e conversano nello stesso spazio in cui le immagini saranno poi esposte. Freschezza e disorientamento si incontrano tra intrecci narrativi, materiali, marionette artigianali che richiedono mesi per essere realizzate. Nella schiettezza delle riprese reali, le voci grezze e i puri corpi vengono poi modificati, tagliati o sovrapposti; si fanno composizione nello spazio.

A un certo punto del brano intitolato A Desire To Acquire, to multiply myself (2021), Luzie Meyer si lancia nella recitazione di una canzone barocca di Henry Purcell, che stranamente si adatta all’estetica dei pupazzi e dei i loro capelli umani, sempre un po’ polverosi. Altri sdoppiamenti: nel video Tryst Again (2021), che è stato presentato nella mostra Second alla Kunsthalle Friart Fribourg, l’artista contemporanea Becket MWN interpreta una marionetta che, per Meyer, recita Beckett in una mostra collettiva con opere, tra gli altri, di Becket MWN stessa. Uno diventa un sé, un portatore, una marionetta, un performer, un omonimo, un multiplo.

Quando tutto viene messo in discussione, cosa rimane?

Per la mostra intitolata Thespians’ Questions (da Sweetwater, nel 2022) Meyer ha ricoperto la vetrina della galleria con una pellicola specchiante unilaterale che rifletteva chiunque si trovasse all’esterno, facendo ‘scomparire’ la galleria nell’ambiente circostante. All’interno, un intricato gioco di titoli e posizioni (delle opere) costruiva una trama di autori multipli. Il racconto si svolge al Café Answer, dove i personaggi principali, Rosencrantz e Guildenstern (ispirati a Shakespeare) cercano di trovare una risposta alle domande che ci pone la vita. Se tutto è messo in discussione, cosa resta? Questo il titolo (in inglese) di una delle tante fotografie stenopeiche alle pareti; l’immagine della facciata del Café Answer è appesa sul lato sinistro della galleria. Sembra essere stata scattata di nascosto da sotto un cappotto, così angolata e in qualche modo oscura.

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Exterior view, Luzie Meyer, Thespians’ Questions at Sweetwater, Berlin, 2022. Courtesy of the artist and Sweetwater, Berlin.

La serie traccia l’ambientazione del Café Answer e degli strani avvenimenti legati alla sua posizione. Al centro dello spazio, un intricato dialogo filosofico tra Rosencrantz e Guildenstern si svolge nel formato di un cartone animato, con immagini e testi. Per permettere una lettura ottimale le cornici che contengono le domande esistenziali sono sospese ad angolo. Una terza serie di immagini fluttua in alto nello spazio, mostrando istantanee del “making of” della mostra. Fino ai fili di cotone che reggono le cornici, i materiali, la finzione, le parole e i sé si raddoppiano. Durante la nostra visita il gallerista, Luca Scasso, ci ha fatto notare un residuo del set, vale a dire una parola scarabocchiata a matita appesa in un angolo dello spazio, all’altezza della caviglia. La mostra ha una qualità onirica che confina con la sensazione dell’essere ingannati, in un continuo spostarsi e ripetersi.

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Installation image, Luzie Meyer, Thespians’ Questions at Sweetwater, Berlin, 2022. Courtesy of the artist and Sweetwater, Berlin.

Nell’arte di Luzie Meyer la scala dimensionale è inquieta: formalmente, nel tempo, nelle battute esistenziali. La presenza corporea viene meno nell’opera sonora Noisy Scene (Hush! Crack!), del 2022, che sembra appesa nello spazio, proprio come le altre opere: suoni di gola e voce si mescolano a piccoli shaker e a nitidi colpi di tosse digitali. I corpi delle marionette si trovano al di là del muro, sulla strada per l’ufficio della galleria, ossia dietro le quinte. I capelli di Rosencrantz sono quelli dell’artista: il filo continua all’infinito, in uno stato di sospensione che attraversa ogni elemento della mostra.

Il montaggio denso e la tensione ritmica un po’ erratica di Lucie Meyer assomigliano al frammento di una poesia di Leslie Scalapino, che compare online un mercoledì alle 8 e 21 del mattino. Un estratto:

to make

–as

in–their

–it

with–

a person–in

a time

Le opere di Luzie Meyer rendono fluidi i momenti della loro manipolazione. Tutto ciò che si trova tra il pensiero e la documentazione è sfocato nei montaggi, che fanno girare il visitatore come fa il corpo stesso dell’artista.

Depistaggi ciclici

La causa scatenante di Cyclic indirections, la personale di Luzie Meyer alla Kunsthalle Bremerhaven (2022), è stato un faro del XIX secolo, fulcro della mostra. L’installazione di proiezioni e suoni disorienta profondamente lo spazio, dove le immagini raggiungono i visitatori con un certo ritardo, costringendoli così a fare affidamento sul proprio udito. L’architettura rotonda del faro e la sua caratteristica luce rotante sono imitate nell’installazione da tre proiettori su piattaforme girevoli in movimento. Proiettano filmati delle stanze del faro, ripresi su piani diversi, con la telecamera che ruota dal centro dello spazio. La stanza della mostra si sovrappone. Al buio si vede solo il punto in cui punta il proiettore. Il resto è nero.

Installation view, Luzie Meyer, Cyclic Indirections at Kunsthalle Bremerhaven, Bremerhaven, 2022. Photograph by Fred Dott. Courtesy of the artist, Kunsthalle Bremerhaven, Bremerhaven, Sweetwater, Berlin,and Fanta-MLN, Milan.

Un certo movimento della macchina da presa… l’artista Luzie Meyer mangia una mela… sono citazioni dirette della Chambre di Chantal Akerman, dove la macchina da presa di Babette Mangold gira vorticosamente per la stanza. Commentando la direzionalità dell’architettura e il modo in cui il corpo si relaziona a essa, Akerman è stata una delle prime registe strutturali a mostrare l’autore nello spazio: non è nessuno, non nega il corpo dell’autore. Anche Meyer appare nell’inquadratura mentre lo spazio scorre, raccogliendo, sferragliando, grattando materiali l’uno sull’altro.

Attraverso un campionamento questi suoni diventano la colonna sonora del video nella stanza attigua. Si tratta di un video di natura più narrativa. L’artista cammina attraverso il faro con una luce sulla testa. Le sue parole sono tradotte simultaneamente in tedesco dal direttore del museo, che riprende la scena. Con un faro e una voce fuori campo ritmata l’artista trova ancora una volta la via per le cose più semplici, caricandole di riferimenti.

Se si riascolta il copione, alcune parti ritornano

Nell’Odissea di Ovidio Ulisse toglie la vista al ciclope. Dicendo di chiamarsi Nessuno lascia il ciclope a chiedere aiuto urlando “Nessuno mi ha accecato”. “Se non sei nessuno per il faro”, dice Meyer, “il faro non può identificarti”. Le riflessioni della Queer Phenomenology di Sarah Ahmed si fanno strada: come si dà senso al corpo nello spazio, si rivisita la storia personale e ci si soggettivizza. “Corro verso il faro come una falena vola verso la luce di una lanterna” dice Meyer nel video. Evocando le idee di direzione e riconoscimento, il faro suggerisce una guida che indica alle persone la strada giusta. Bremerhaven, dove si trovano la mostra e il faro, ha una storia di immigrazione. Riferendosi a Cruel Optimism di Lauren Berlant, Meyer sottolinea la falsa promessa della nuova terra: ciò che desideri costituisce un ostacolo alla tua prosperità, una promessa che è anche un sogno imperialista e capitalista di progresso economico. Orientation in her seeking headlight contiene anche un riferimento all’orientamento sessuale e al ruolo della famiglia, a ciò che è disponibile per noi giovani, a ciò che orienta la direzione di una persona.

Installation view, Luzie Meyer, Cyclic Indirections at Kunsthalle Bremerhaven, Bremerhaven, 2022. Photograph by Fred Dott. Courtesy of the artist, Kunsthalle Bremerhaven, Bremerhaven, Sweetwater, Berlin, and Fanta-MLN, Milan.

Nell’ultima inquadratura del film la telecamera ingrandisce sul sole. Luzie Meyer riflette: “il faro più grande che ci sia” sorride “il ciclo della vita, quello del giorno e della notte, l’ultimo ciclo che non possiamo rompere” trattenendo il respiro mentre pensa “parte di questa complessa esistenza ciclica” accelerando di nuovo per dire… “un fatto insormontabile”.

October 17, 2022