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Robbie Fitzpatrick (e la seconda edizione del Basel Social Club)

CFArts

Abbiamo intervistato Robbie Fitzpatrick, co-fondatore della galleria che oggi porta il suo nome, e inventore del Basel Social Club

Vero e proprio cittadino del mondo, Robbie Fitzpatrick si è fatto conoscere come gallerista – insieme all’ex socia Alex Freedman – portando negli Stati Uniti il suo gusto internazionale, ma orientato all’Europa. Geografie a parte, il programma della galleria che porta il suo nome è quanto di più contemporaneo ci possa essere nell’arte contemporanea, anche quando riscopre artisti sottovalutati, che magari possono esser meglio compresi oggi, come nel caso di Sergio Sarri. Partito a Los Angeles, e passando attraverso gli innumerevoli altri luoghi che hanno segnato la sua vita professionale, Robbie Fitzpatrick è approdato qualche anno fa a Parigi, nel Marais, in una maison multipiano con vetrina [qui il sito web della galleria]; tra l’altro, ci ha detto che è proprio l’architettura della suo spazio ad avergli finalmente permesso la narrazione che cercava, avendo Fitzpatrick un debole per l’aspetto più squisitamente speculativo dell’opera d’arte (e della sua messa in scena).

Robbie Fitzpatrick
Robbie Fitzpatrick

Qual è il tuo background?

Robbie Fitzpatrick: Mia madre è giapponese e mio padre americano. Mio padre lavorava come diplomatico per il governo. Da bambino ha viaggiato molto, cambiando casa ogni tre o quattro anni. Sono nato a Tokyo e ho vissuto in Nuova Zelanda, Washington DC, Vienna, Firenze e New York. Poi mi sono stabilito a Berlino, Los Angeles e infine a Parigi, dove vivo attualmente. Di certo quest’infanzia nomade ha contribuito alla mia apparente incapacità di rimanere in un posto per più di qualche anno, cosa che è tutt’ora accade.

Ricordi la tua prima esperienza artistica?

Robbie Fitzpatrick: Già da bambino sentivo stretta affinità con tutto ciò che è artistico, ma probabilmente è stata mia nonna materna a trasmettermi una passione per l’arte più profonda. Era infatti un’artigiana di grande talento, esperta nella stampa su blocchi di legno, nella calligrafia, nella maglieria e in tante altre cose. I luoghi della mia infanzia erano pieni delle sue creazioni. Questa vicinanza all’arte ha sicuramente influenzato la mia futura carriera di gallerista.

Installation view of “Condition 01: Sung Tieu, Moving Target Shadow Detection” at Fitzpatrick Gallery, Paris. Courtesy of Fitzpatrick Gallery and the artist

Dove ti sei formato e come sei arrivato ad aprire una galleria d’arte?

Robbie Fitzpatrick: Ho studiato a New York City nell’ambito di un programma della NYU in cui potevo progettare il mio piano di studi piuttosto liberamente. Pur essendo sempre stato un ragazzo creativo, non volevo necessariamente intraprendere una carriera da artista, ma mi interessava lavorare a stretto contatto con gli artisti. Ho scelto materie che pensavo mi avrebbero aiutato a gestire una galleria, ossia storia dell’arte, naturalmente, ma anche corsi di studio e teoria dell’arte, gestione dei beni artistici, e una sorta di programma di studi curatoriali. Poco dopo la laurea ho lavorato a New York, in diversi luoghi, inclusi Performa e Anton Kern Gallery, ma poi ho deciso di lasciare New York per Berlino. Mentre ero lì è arrivata la crisi finanziaria, quella del 2008, e molti miei amici hanno perso il lavoro. Mi sono sentito fortunato ad essere a Berlino, perché era un posto dove si poteva ancora vivere a prezzi accessibili. Ho iniziato subito a lavorare per Tanya Leighton, che aveva aperto la sua galleria poche settimane prima del mio arrivo in città. Ero il suo braccio destro e alla fine sono diventato il direttore della galleria, di cui definivamo insieme il programma. In seguito ho conosciuto Alex Freedman, che sarebbe diventata la mia partner commerciale nella prima fase della nostra nuova galleria. Lei è di Los Angeles, e lì abbiamo deciso insieme di aprire.

Conoscevi già Los Angeles?

Robbie Fitzpatrick: Prima di trasferirmi ero stato a Los Angeles solo una volta, quando avevo 20 anni. L’ho odiata. All’epoca vivevo a New York ed ero influenzato dalla canttiva considerazione che la maggior parte dei newyorkesi aveva di Los Angeles. Mi sono trasferito lì il giorno prima di Capodanno. Sono stato prelevato all’aeroporto e trasportato direttamente nel deserto del Mojave. Ho capito subito il fascino della città, dopo i miei cinque terribili inverni berlinesi, e mi sono tuffato a capofitto nel profondo della California. Abbiamo aperto la galleria pochi mesi dopo, con tre successive mostre collettive, che sono diventate una sorta di trilogia e ci hanno aiutato a capire meglio il programma che volevamo presentare. Lavoro ancora con i quattro artisti di quel gruppo originario: Mathis Altman, Matthew Lutz-Kinoy, Lucie Stahl e Hannah Weinberger.

Fitzpatrick Gallery
Fitzpatrick Gallery in Paris with an the exhibition “Sergio Sarri: Paintings & Works on Paper, 1971 – 2021”

Come ha reagito il pubblico?

Robbie Fitzpatrick: Siamo stati accolti molto bene, forse non dall’intera scena artistica locale, ma sicuramente dal pubblico più impegnato, che ha apprezzato il fatto che esponessimo artisti europei. Abbiamo anche dato vita a una fiera d’arte indipendente, un progetto chiamato Paramount Ranch, che presentava giovani gallerie e project space provenienti da tutto il mondo. L’evento si svolgeva in un ex set cinematografico, una città pionieristica per cowboy western già di proprietà della Paramount Pictures. Si trattava del tipo di progetto che può accadere solo a Los Angeles. All’epoca la città si sentiva ancora ai confini del mondo. La maggior parte delle gallerie si occupava di artisti provenienti dalle scuole d’arte locali, quindi quello che stavamo facendo come galleria più giovane, e la strategia di importazione, era decisamente diversa. Molte gallerie si trovavano ancora a Culver City, ma noi ci sentivamo più vicini a Hollywood. La nostra prima sede si trovava all’angolo di un centro commerciale fatiscente su Hollywood Boulevard, accanto a un Domino’s Pizza e a un negozio di fumo chiamato Hollywood Smokes.

Poi viene Parigi…

Robbie Fitzpatrick: Dopo aver operato per cinque anni a Los Angeles, con un programma molto eurocentrico, Alex e io abbiamo deciso di cogliere l’opportunità e di aprire un avamposto a Parigi. Come dicevo, mi sono trasferito in città nel 2018 per supervisionare l’espansione, e allo stesso tempo ho convinto il mio amico Tenzing Barshee a trasferirsi in un appartamento che avevo trovato, per co-gestire uno spazio chiamato Sundogs. Qualche anno dopo Alex ha deciso di lasciare la galleria, iscrivendosi a una delle più prestigiose scuole di economia degli Stati Uniti. Io scelsi di mettere in pausa la nostra attività di galleristi, e così abbiamo lasciato entrambi gli spazi, ossia Los Angeles e Parigi. Il mio tempismo è stato fortuito, perché pochi mesi dopo è iniziata la pandemia e siamo tutti stati costretti a prenderci una pausa. Quello è il momento perfetto per valutare quelle che sarebbero state le mie prossime mosse. Ho dunque scelto di rimanere a Parigi, di trovare una nuova sede e di rilanciare la galleria per conto mio, con il nome di Fitzpatrick Gallery.

Fitzpatrick Gallery
Installation view of the exhibition “Hervé Guibert, David Wojnarowicz: For An Early Death” at Fitzpatrick Gallery, Paris. Courtesy of Fitzpatrick Gallery and the artists

Come descriveresti il tuo attuale programma?

Robbie Fitzpatrick: È di fatto un’estensione della galleria precedente. Lavoro ancora con la maggior parte degli artisti con cui ho iniziato, e altri se ne sono aggiunti sulla via. Continuo a essere interessato a coltivare il dialogo tra Europa e Stati Uniti perché è un riflesso della mia identità. Sono un americano che ha vissuto la maggior parte della sua vita fuori dagli Stati Uniti, soprattutto in Europa. Inoltre, mi interessa molto la narrazione come modello espositivo. La disposizione architettonica del mio attuale spazio facilita una sorta di lettura narrativa di ciò che espongo; è una progressione di stanze separate che si dipanano come capitoli di una storia.

Che cosa significa per te rappresentare un artista?

Robbie Fitzpatrick: Ho sempre iniziato con una personale. È lì che si capisce se si vuole iniziare una relazione, vale a dire un impegno reciproco basato sulla necessaria profonda fiducia reciproca. La decisione si prende insieme. A volte una mostra non sfocia in una rappresentanza perché ritengo di non essere la galleria giusta per quel particolare artista, perché magari potrebbe richiedere qualcosa che non posso offrire, come una struttura più grande, una certa capacità di produzione, una mediazione, ecc. Non si possono rappresentare troppi artisti, se si vuole farlo bene.

Installation view of the exhibition “Hervé Guibert, David Wojnarowicz: For An Early Death” at Fitzpatrick Gallery, Paris. Courtesy of Fitzpatrick Gallery and the artists

Tra tutti i modi in cui una galleria può sostenere i propri artisti, quale preferisci?

Robbie Fitzpatrick: Naturalmente non c’è nulla di paragonabile alla sensazione gratificante di comunicare a un artista che la sua opera è stata venduta; ma per fortuna ho avuto la fortuna di poter informare i miei artisti di altre belle notizie, che si tratti di un invito a una mostra istituzionale o dell’inclusione in una Biennale, e questo è il momento in cui il mio lavoro di gallerista è più gratificante.

Cosa pensi delle fiere d’arte?

Robbie Fitzpatrick: Quando io e Alex abbiamo avviato la galleria ci siamo resi conto di quanto fosse importante entrare nel sistema delle fiere, e abbiamo avuto la fortuna di essere accettati presto in alcune delle fiere più prestigiose: Frieze, Art Basel, ecc. Partecipare alle fiere era l’unico modo per sopravvivere come galleria; avevamo l’opportunità di incontrare certi collezionisti e far conoscere il nostro nome al di là del nostro piccolo centro commerciale di Hollywood. A un certo punto abbiamo fatto sette o otto fiere all’anno, tanto che il numero di fiere ha superato quello delle mostre in galleria. Pur riconoscendone l’importanza, vorrei limitare il numero a quattro all’anno, e sono generalmente più interessato a modelli alternativi come il vostro [CFAlive; ndr], a progetti fuori sede, o a iniziative di collaborazione.

Quale futuro per il Basel Social Club?

Robbie Fitzpatrick: Il progetto è stato avviato un anno fa, poco dopo la pandemia – un periodo di riposo e isolamento che ci ha ricordato il nostro fondamentale bisogno di socialità, offrendoci al contempo l’opportunità di imparare a rallentare. Ora che siamo tornati alla normalità, però, è come se non avessimo imparato nulla. Il numero di fiere aumenta con un ritmo ancora più accelerato di prima. I galleristi sono esausti e i collezionisti sopraffatti. Il Basel Social Club risponde a questa situazione, fornendo un modello alternativo di approccio all’arte. Per cominciare, non si tratta di una fiera d’arte, ma di un’esperienza sociale, con un ristorante, diversi bar, e molto spazio per le persone che interagiscono tra loro, al di fuori dell’ambiente convenzionale della fiera d’arte. L’anno scorso il Basel Social Club si è svolto in una villa con giardino e piscina. Quest’anno ci siamo assicurati una nuova sede in un’ex fabbrica di maionese, a 10 minuti a piedi da Art Basel. Sarà come un enorme parco giochi dell’arte, per i visitatori che potranno esplorare, interagire con l’arte, e confrontarsi in uno spazio alternativo.

September 22, 2023