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Monika Emmanuelle Kazi: giocare a lungo

Brit Burton

Il sistema estetico che Monika Emmanuelle Kazi riflette sua esperienza personale, e lo spettro del colonialismo

La ricerca artistica di Monika Emmanuelle Kazi è una meditazione visiva sul ruolo dell’immagine, dell’archivio e della sua educazione diasporica, attraversata da motivi ripetuti che riguardano la memoria, il destino e la sfera del domestico. Nata in Francia e cresciuta per quattordici anni nella Repubblica del Congo, l’artista torna a Parigi per terminare la sua formazione e proseguire gli studi in Belgio, prima in architettura e poi in interior design. Una scelta che si rivelerà cruciale per le sue opere, che prestano molta attenzione alle idee eurocentriche del settore edilizio, esaminando gli aspetti infrastrutturali ed estetici che poi diventano convinzioni da mettere in discussione e sfidare. “Parlando di spazio domestico”, spiega Kazi, “si parla di qualcosa che può essere riferito a tutti”.

Le installazioni su larga scala, che includono video opere, sculture, manufatti tessili, dipinti e performance, sono profondamente integrati nel linguaggio autoreferenziale di Monika Emmanuelle Kazi, ritenuto da lei stessa parte di un sistema. Ne fanno parte anche il suo archivio personale, o il reimpiego di poche immagini, poiché l’artista considera le rappresentazioni e la sua famiglia come un modo per “creare un’energia che evoca un senso di nostalgia”. Le scelte dei materiali sono spesso ispirate a sensazioni tattili e si basano su ricordi comuni e condivisi, come i giochi dell’infanzia, il latte, la terra; ma tali sensazioni sono spesso rielaborate con un taglio surrealista, per contestare una narrazione strettamente allineata con il fenomeno della colonizzazione.

Tra le peculiarità della pratica artistica di Monika Emmanuelle Kazi spicca l’uso della pittura a nitrato liquido d’argento su vetro, che richiama il riconoscimento simultaneo di un processo chimico onnipresente e di una riflessione poetica. L’oggetto risultante è spesso una struttura scultorea dall’aspetto fragile, che restituisce un’immagine astratta personale dell’artista mentre la dimensione specchiante cattura lo sguardo dell’osservatore. In Jeunesse perdue (2023) una cornice di alluminio protegge e racchiude i pezzi di vetro tagliato dipinti all’interno, pur assomigliando al frammento di un involucro dall’aspetto filigranato. L’accostamento tra l’alluminio di uso quotidiano e il vetro tagliato, entrambi espressione di frammenti, o della una parte mancante di un intero, è un elemento pregnante della grammatica visiva di Kazi.

Jeunesse perdue, 2023, glass, silver nitrate and aluminum, 90 x 60 x 6 cm. Photographer: Moritz Schermbach. In courtesy of the artist & PHILIPPZOLLINGER.
Monika Emmanuelle Kazi, Jeunesse perdue, 2023, glass, silver nitrate and aluminum, 90 x 60 x 6 cm. Ph: Moritz Schermbach. Courtesy of the artist and Philipp Zollinger.

In occasione della sua mostra personale da Philipp Zollinger di Zurigo, Homes Less, home spells, il significato di una residenza viene riconsiderato in termini di banale intimità o come proprietà di investimento. La mostra si sofferma anche sulle considerazioni relative all’abitare artistico o estetico. Nelle opere in vetro, For Rent, For Sale e It’s where the magic happens (entrambe del 2024), le immagini e le loro sembianze sono state tratte dalla Living room series di Dominique Nabokov, ossia tre libri fotografici che esplorano le abitazioni degli operatori del settore artistico nelle capitali occidentali dell’arte, vale a dire Berlino, New York e Parigi. Monika Emmanuelle Kazi si allontana dalle immagini iniziali, traendo sempre l’ispirazione fotografica dal suo archivio personale, che invece ritrae la vita familiare e la sfera domestica dell’Africa occidentale.

Le opere in questione richiamano i tipici interni minimal di ricercato design, con piante verdi e collezioni d’arte a corredo, che Monika Emmanuelle Kazi astrae grazie al nitrato liquido. Si genera così un duplice spazio di inquietudine. Ci chiediamo, che cosa stiamo guardando esattamente? Il nostro spazio è di simile natura? Pur mantenendo un certo livello di seduzione, nella dimensione speculare in cui ci osserviamo. Ma in questa cultura del selfie, all’artista interessa davvero che il pubblico abbia una propensione di fondo a fotografarsi nell’opera?

Installation view from the exhibition Home less, Home Spells. Photographer: Conradin Frei. In courtesy of the artist & PHILIPPZOLLINGER.
Monika Emmanuelle Kazi, Home less, Home Spells, installation view. Ph: Conradin Frei. Courtesy of the artist and Philipp Zollinger.

“Mi piace. Difronte a un’opera riflettente si finisce sempre per mettercisi dentro. È un effetto curioso che fa riflettere sul ruolo di spettatore. È come usare l’opera in modo che si crei un gesto performativo, incorporando gli spettatori nei paesaggi che dipingo; è una sorta di attivazione”. 

Attraverso installazioni come For Rent, For Sale o It’s where the magic happens, Monika Emmanuelle Kazi esplora il fascino esercitato dagli oggetti estetici e scultorei, da scoprire come interazioni, o da possedere come qualcosa che si può comprare. La loro materialità e le loro connotazioni figurative – nella forma di un’installazione minimalista che guarda alla dimora e al tempo libero degli operatori artistici – alludono alle connotazioni più dense della storia dell’arte contemporanea, ai suoi mercati, e alla metafora del settore immobiliare come paradigma imperialista. È una triade perfetta per l’artista, che guarda al potere e alla portata delle implicazioni coloniali come a un dispositivo di inquadramento costante all’interno del suo lavoro.

“Voglio, a poco a poco, scardinare i fatti consolidati della nostra vita quotidiana per mostrare l’impatto o l’influenza, ancora oggi presente, che la storia della colonizzazione ha avuto sui nostri modi di vivere e di stare al mondo”.

Attraverso la metafora del gioco e della creazione del mondo, l’installazione Do you know how to play? (2021) e l’opera video Do you know how to play? (2022) mettono a nudo certe crudeltà del passato. La tavola di Ludo, un gioco da tavolo popolare in Africa occidentale, è il soggetto dell’opera. Per un pubblico eurocentrico il gioco può risultare esoterico ed enigmatico, pur nutrendo in sè un profondo senso di familiarità, in quanto parte dell’infanzia dell’artista. Il legno laccato e la forma quadrata – comprese le incisioni geometriche sulla superficie, tratte dall’archivio personale di Kazi – possono inizialmente ricordare qualcosa di simile a una scacchiera. In realtà, a un’analisi più attenta, la scacchiera di Ludo è un gioco per più giocatori che richiede riflessione e strategia attraverso la circumnavigazione del centro, colloquialmente chiamato “cielo” o “paradiso”.

Veduta dell'installazione Do you know how to play ? Foto di Guadalupe Ruiz. Per gentile concessione dell'artista & KIEFER HABLITZEL STIFTUNG.
Monika Emmanuelle Kazi, Do you know how to play?, installation view. Ph: Guadalupe Ruiz. Courtesy of the artist & KIEFER HABLITZEL STIFTUNG.

In tutte le iterazioni dell’opera, i calici di cristallo dall’aspetto antico mantengono la loro posizione di gioco e sono pieni di latte in polvere o liquido, il che rappresenta un riferimento alla Nestlé e alla sua diffusione di latte artificiale, che ha devastato il continente africano. L’installazione di Do you know how to play? si presenta come una sospensione del tempo, ossia di una partita non finita in cui gli ignoti giocatori sono scomparsi. Mentre i calici sembrano collocati in modo casuale, il loro essere semivuoti o semipieni fa riflettere sul vecchio adagio, che invita a mantenere vivo l’ottimismo anche di fronte a circostanze ingiuste e crudeli. Oppure, si potrebbe riconsiderare l’idea del gioco in sè, di chi si sia trovato nelle circostanze migliori per cominciare. In ogni caso, la nozione surrealista di casualità è una misura evocativa che Monika Emmanuelle Kazi ha scrupolosamente voluto impiegare.

L’installazione ha gettato le basi per un video di quarantadue minuti che ha un obiettivo più mirato e cinematografico. L’opera si ispira a un celebre film di Ingmar Bergman, Il settimo sigillo, del 1957. Forse è l’allusione all’arte occidentale che inizialmente incuriosce. Del resto, la congruenza è significativa. La distesa infinita di uno specchio d’acqua e il paesaggio montuoso come linea dell’orizzonte, con due giocatori a incorniciare i confini dell’inquadratura, mentre il gioco è in equilibrio sulla cima di una roccia. Nel video la figura vestita di nero è una rappresentazione della morte, venuta a cercare il protagonista, che cerca di vincerla proponendole una partita a scacchi. Si tratta di una scena canonica, che chiaramente raffigura l’intrinseca arroganza del tentativo futile dell’uomo di controllare il proprio destino.

Monika Emmanulle Kazi, Do you know how to play?, video still. Courtesy of the artist & Kunsthalle Friart Fribourg.

Per Monika Emmanuelle Kazi esistono delle differenze cruciali rispetto al Settimo sigillo di Ingmar Bergman (1957); Per kazi i giocatori sono donne, giocano su una tavola da Ludo, indossano abiti maschili poco aderenti, e ricevono istruzioni da una voce femminile situata al di fuori dall’inquadratura. Girato lungo le rive del lago di Ginevra, il film evidenzia la vicinanza alla sede della Nestlé. La voce dell’artista è quella dell’istruttrice, che indica a ciascun giocatore quanto o quanto poco muoversi, a sottolineare la mancanza di controllo su di sé e l’incidenza delle scelte altrui sul proprio destino. Le inquadrature ravvicinate intervallano le mani dei giocatori in bilico sui calici, che ricoprono le tazze di latte in polvere in attesa del proprio turno.

I simboli e i meccanismi che Monika Emmauelle Kazi crea per definire il proprio lavoro sono un punto di riferimento per l’esperienza vissuta. La sua teatralità e la sua efficacia vengono esplorate nell’uso elegante dei materiali, mentre gli aspetti di ripensamento dell’intrattenimento, come i giochi che facciamo o la nostra collezione di libri da tavolo, sono parte dell’equazione che considera un pubblico dentro e fuori l’opera. Al di là di questo, i gesti astuti che sottolineano le perduranti problematiche della colonizzazione, il passato che riconsideriamo e il presente che affrontiamo, fanno da catalizzatore per una pratica artistica determinata a durare a lungo.

May 2, 2024