Perché lo Zurich Art Weekend è un caso virtuoso (e la Biennale di Venezia va riformata)
Lo Zurich Art Weekend compie nove anni; ed è qualcosa a cui la Biennale di Venezia potrebbe guardare, per tornare nel presente.
Fondato nell’ormai lontano 2018, lo Zurich Art Weekend compie nove anni e gode di ottima salute. Si potrebbe notare che l’edizione 2026 conta 70 sedi, 75 mostre e 150 eventi, ma questo non sarebbe sufficiente a spiegare perché questo bambino di nove anni è così promettente. Bisogna invece entrare nel merito dei singoli eventi, delle mostre, delle personalità coinvolte, per capire quale grado di qualità culturale la città svizzera da cui sono passati Zwingli e Lenin, dove è nato il Dadaismo, dove hanno trovato terreno fertile i movimenti di protesta che hanno portato le donne svizzere a votare, tra le ultime in Europa, riesce oggi a esprimere, in un format senz’altro più culturalmente funzionale, aperto ed economicamente razionale di qualsiasi altra manifestazione intorno alla quale la comunità artistica internazionale oggi si raccolga.

Qualche esperto di marketing potrebbe opinare che la dicitura “Art Weekend” è poco attraente, non identificativa, inespressiva. Vero, ma è il termine “Zurigo” a fare la differenza. Già, perché se è vero che ci voleva la vita di Cézanne per dipingere come Cézanne (M. Merleau-Ponty, Il dubbio di Cézanne, 1945), allora possiamo dire che serve Zurigo per avere un Gallery Weekend di questo livello, così come serve Venezia per avere una Biennale. Zurigo può permettersi uno sfavillante weekend dell’arte perché rispetto al numero degli abitanti (440.000) ha più gallerie d’arte contemporanea pro capite di capitali come Londra o Parigi; perché ci sono musei storici straordinariamente evoluti e connessi al presente come il Rietberg e il Kunsthaus Museum (qui la nostra intervista con la sua direttrice, Ann Demeester); perché intorno a Zurigo gravitano collezionisti facoltosi, ma soprattutto appassionati e competenti – Maja Hoffman, Ellen e Michael Ringier, Thomas Bechtler, il giovane Tobias van Gils e Nicola Erni (qui la nostra intervista); perché Zurigo ha un’amministrazione pubblica abbastanza onesta e lungimirante da capire che investire in cultura serve a proiettare la città fuori da sé stessa, non a offrire alla politica l’occasione per l’ennesimo palcoscenico elettorale – come invece è successo quest’anno a Venezia, per esempio, dove la stampa generalista ha parlato più di ministri, direttori, presidenti che dei reali protagonisti, ossia gli artisti.
A questo proposito, passiamo subito dal contenitore al contenuto. A Zurigo quest’anno si va per la personale di Mickael Marman da Damien & The Love Guru, una delle pochissime gallerie d’arte emergente che ha saputo meglio proteggere la propria natura libera e sperimentale dalla dittatura delle fiere. Da Gregor Staiger c’è Raphaela Vogel, con una nuova serie di lavori, mentre Oskar Weiss presenta Laura Langer, che alla mostra personale accompagna la pubblicazione del libro catalogo Why am I me?, con introduzione di Kristian Vistrup Madsen. Nella drawing room della galleria compare invece una nuova serie di lavori su carta di Daniele Milvio, che in quest’occasione si dedica allo sviluppo creativo del teorema di Pitagora. Da Karma International si vedono Valie Export e Katerina Lysovenzo, che a Venezia è stata parte della consueta collettiva organizzata dal PinchukArtCentre a Palazzo Contarini Polignac e che a Zurigo apre la seconda personale con la galleria. E poi, maestri del contemporaneo come Karen Kilimnik e Valentin Carron da Eva Presenhuber; Francis Alÿs da Peter Kilchmann, con una mostra dedicata alle sue animazioni; Hana Miletić da Tschudi; Avery Singer, Henry Taylor e James Jarvaise da Hauser & Wirth.

Il viaggio si fa volentieri, a prescindere dalla settimana di Basilea, che il weekend di Zurigo annuncia. Non c’è un tema “curatoriale”, e non c’è un curatore a concentrare su di sé l’attenzione della stampa generalista, e del pubblico meno esperto, o solamente più pigro, che piuttosto di affrontare l’arduo compito di individuare tra centinaia di artisti quello con il quale vale la pena connettersi – di solito senza un preciso motivo -, prende la via più breve e impara il primo nome a disposizione, quello che tutti continuano a ripetere, quello che ostinatamente compare sui titoli della stampa generalista, che spera così di farsi leggere. E inconsciamente comincia a fare di quel nome il punto di riferimento di tutto ciò che vede. La psicologia comportamentale chiama questo fenomeno anchoring. Se quel giorno nella tal città cinque persone muoiono in un attentato tutti ci affrettiamo a prendere le precauzioni più assurde. Ma di certo in quel mese in quella stessa città sono morte più persone di cancro, per malattie cardio vascolari, o per un incidente stradale, cause che però non occupano le pagine dei quotidiani. Tra memorizzare il nome di un curatore o quello dei duecento artisti che il curatore ha messo in mostra il nostro cervello tenderà sempre a scegliere di memorizzare quello del curatore, e probabilmente gli si accompagneranno i nomi della manciata di artisti che conosceva già – e che senz’altro ci diremo essere bravissimi, eccezionali, imprescindibili… Nel frattempo, come forse qualcuno di voi avrà colto, siamo passati dalla ridente Zurigo a Venezia, dove quest’anno la madre di tutte le Biennali ha mostrato tutte le sue debolezze, e non è certo stata colpa della Russia, o della prematura scomparsa della curatrice – della quale, per altro, avevamo parlato in tempi non sospetti (link).

Per certi versi la Biennale di Venezia, e l’arte contemporanea in senso più ampio, assomiglia alla Formula 1. Come osservano J. Robinson e J. Clegg in The Formula. How Rogues, Geniuses, and Speed Freaks Reengineerd F1 into the World’s Fastest Growing Sport (2024), al contrario di sport come il tennis, il golf, il basket o il calcio, dove le regole sono grossomodo le stesse da sempre, parte del fascino della maggior competizione motoristica al mondo sta proprio nel fatto che il suo sistema di regole è in continua ridefinizione, perché chi riesce a imporsi in genere lo fa in ragione di un spiraglio che gli ingegneri sono riusciti a trovare nel regolamento; e in quel pertugio, in quella sottile apertura, sono riusciti a inserire una piccola innovazione che ha permesso di ottenere il vantaggio necessario a imporsi. Poi gli altri ci arrivano, le regole vengono aggiornate, il gap azzerato, ma intanto qualcun altro ha trovato un nuovo spiraglio, ed è riuscito a prendere slancio. Ogni paragone ha i suoi limiti, quindi è meglio fermarsi qui. Ma se la Biennale non vuole sprofondare nelle retrovie, o continuare a tenere testa alle istituzioni private che a Venezia ormai la fanno da padrone, come in tutte le altre capitali modiali dell’arrte del resto, sarebbe meglio che si cominciasse ad aprire profonda riflessione, magari partendo da questi due punti strettamente connessi tra loro.
Primo punto: se è vero che gran parte del budget della Biennale arriva da finanziamenti privati, vale a dire gallerie e collezionisti, non sarebbe più corretto e trasparente dare agli interessi che inevitabilmente e giustamente ne conseguono un corretto e possibilmente efficiente punto di caduta? Ricordo che dal 1895 al 1973 la Biennale ha avuto un Ufficio Vendite, guidato negli ultimi trentanni di attività da Ettore Gian Ferrari, e chiuso perché la sensibilità di quegli anni considerava il mercato nemico della libertà creativa (chissà cosa direbbero oggi quei contestatori vedendo come sono andate le cose!). Di qui il secondo punto: nel mondo iper-connesso in cui le informazioni sono a disposizione di tutti, ha ancora senso affidarsi a un curatore con lo stesso spirito con cui a cavallo tra i due secoli ci si affidò ad Harald Szeemann, per esempio? Oggi tutti vediamo le stesse cose, seguiamo gli stessi account su Instagram, troviamo in rete le stesse fonti. Cos’è rimasto di quella figura di curatore, titolare di una conoscenza unica ed elitaria? Rimane una qualche idea di poetica? Ma quello non è il territorio degli artisti? O più spesso il curatore è solo qualcuno che può garantire l’afflusso ordinato delle risorse economiche necessarie a far funzionare la macchina? E cosa succede nel momento in cui, come ben si è visto quest’anno, i privati decidono di destinare le risorse alle proprie istituzioni, ossia fuori dai Giardini e dall’indigeribile Arsenale?
July 2, 2026
